Bestiale Copernicana

Bestiale Copernicana

Nella distanza tra la dimensione intima che l’ha generata e la sua necessità di farsi appello, squarciando il confine dello sguardo soggettivo, la visione può prendere corpo richiamando tutti alla propria presenza. E’ ciò che deve essere successo ai visionari che ci hanno preceduto, il cui sguardo ha tracciato il solco del nostro presente. Ad alcuni di essi abbiamo rivolto il nostro studio, cercando di comprendere quali processi li abbiano portati a “vedere“ in modo nuovo e cosa della loro visione ci consegni un compito di fondazione. Tra essi il nostro primo pensiero è andato a Mikołaj Kopernik che agli albori del XVI sec. intuisce il moto della terra attorno al sole. Copernico operò così una frattura nel nostro modo di vedere che ha sovvertito la gerarchia fra soggetto e oggetto della visione facendoci riconoscere corpi fra i corpi, parte “guardante” della materia guardata, materia in cui siamo invischiati, atomi tra gli atomi, sostanza incrostata d’animale e di stelle.È su questo momento “genetico” della fondazione che vuole riflettere BestialeCopernicana, andando ad indagare i processi che, in diversi ambiti del sapere (scienza, filosofia, spiritualità) hanno dato vita a quei ribaltamenti, sovvertimenti del nostro percepire, a quelle visioni copernicane, bestiali, che hanno liberato una nuova possibilità di intenderci uomini e di progettare il nostro agire.Formalmente L’opera è costituita da tre episodi performativi autonomi e indipendenti l’uno dall’altro, distanti nel tempo, non consequenziali, che innestano lo stesso discorso in tre luoghi di diversa natura: uno spazio formale (teatro, sala espositiva), uno spazio domestico e in diversi ambienti urbani. Lo spettatore è chiamato ogni volta a prendere parte al processo di costruzione del visibile, a definire la propria presenza nello spazio e nel tempo condiviso dell’opera: dal paradigma della rappresentazione in cui l’AGIREDEL RAPPRESENTANTE, permette e autorizza la mia ASSENZA (“ti guardo, lasciandoti agire al posto mio”), al paradigma della presenza condivisa, in cui ciascuno è invitato a METTERE IN OPERA il proprio stare rendendolo ATTO DI COSTRUZIONE.

#2.Bestiale Copernicana è il secondo movimento di avVento, un progetto pluriennale concepito come “spazio ideale di fondazione”, che raccoglie diversi artisti intorno al comune compito di contribuire alla scrittura di un mito di fondazione postmoderno.

Bestiale Copernicana (2014)
di TeatrInGestAzione

cura della visione
Gesualdi | Trono

itinerari drammaturgici
Loretta Mesiti

itinerari fotografici
Valentina Quintano

con Giovanni Trono, Alessia Mete

con il sostegno di
PAN Palazzo delle Arti di Napoli (Napoli)
Ella Fiskum Danz R.E.D. (Norway)
Trasparenze Festival> residenze – Atelier della Scena Contemporanea (Modena)

Che ne sarà dei fiori

Che ne sarà dei fiori

Una suggestione scenica da Donna Rosita Nubile di Federico García Lorca.

 

 

 


Il tempo di Donna Rosita, col corpo a marcire a Granada, e il cuore in volo, appeso a una promessa. E il tempo passa e il progresso ti invecchia, scolora il futuro. Perfino il cemento sfiorisce. Che ne sarà dei fiori? Cosa accadrà il 31 marzo 2013, giorno designato per la definitiva chiusura degli OPG?

Il 26 gennaio 2012 l’aula del Senato, in sede di approvazione del decreto 3074 detto “Svuota carceri” ha approvato un emendamento secondo cui gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari (Manicomio Criminale), “le cui condizioni offendono la coscienza civile del Paese”, chiuderanno entro il 31/3/2013. Si può leggere nel testo della legge:

Entro il 31 marzo 2013 gli istituti penitenziari già sede di ospedale psichiatrico giudiziario sono definitivamente chiusi o, in alternativa, riconvertiti ad altra funzione penitenziaria.

Il decreto diventa legge il 14 febbraio 2012. Il conto alla rovescia inizia. Alle Regioni, che hanno la competenza in materia sanitaria, restano 12 mesi per dotarsi di nuove strutture capaci di accogliere i degenti. Cosi’ recitava la previsione di spesa:

per il 2012 120 milioni per strutture e 38 milioni per attività, per il 2013 60 milioni per strutture e 55 per attività.

Dalla previsione al primo bilancio il decreto ministeriale e’ fermo in conferenza Stato Regioni con un ritardo ad oggi di 6 mesi, nessun fondo e’ stato stanziato. L’anno 2012 volge al termine e il rischio evidente è che i 158 milioni (120+38) tornino nel bilancio pubblico e vengano destinati ad altri fini.

La data del 31 marzo 2013 si avvicina e la chiusura degli OPG si allontana, inesorabilmente. Per l’articolo 222 del codice penale i ricoverati sono tutti cittadini prosciolti per infermità psichica da un’accusa di reato ma che, in quanto socialmente pericolosi, devono essere sottoposti ad una misura di sicurezza riesaminabile entro due, cinque o dieci anni. Concretamente questo si traduce nell’internamento in un OPG per un tempo potenzialmente prorogabile all’infinito.

Il tempo di Donna Rosita si è mescolato con quello della promessa della chiusura definitiva di questi orrori. Ma dopo… cosa resta? Sono pronte le alternative per prendersi cura di queste PERSONE? I manicomi criminali verranno dismessi, ma che ne sarà degli internati?

Tutto questo affaccendarsi passa sulle loro vite senza che essi possano intervenire. L’unica cosa che possono fare è coltivare la speranza, vivere nell’illusione, mentre il corpo continua ad accasciarsi sotto il peso del futuro rubato ad una promessa.

Il lavoro è stato condotto affinché gli internati stessi fossero autori delle scene, delle immagini, dei contenuti di questo studio, cercando di dare loro quella libertà di espressione e visione che gli è negata. Del testo di Lorca hanno mantenuto l’illusione di una promessa a cui credono ancora.

Gesualdi / Trono


 

Che ne sarà dei fiori (2012)
di TeatrInGestAzione, ispirato a Donna Rosita Nubile di F. G. Lorca

itinerario pedagogico, cura della visione
Gesualdi | Trono

con gli internati dell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario F. Saporito di Aversa (CE)

Absolute Beginners

ABSOLUTE BEGINNERS

Io sono gli occhi della città che rotolano verso i confini del mondo
In un’epoca come la nostra, postmoderna, in cui tendiamo a comprenderci sempre più come eredi e postumi, resta in una qualche misura ancora presente il desiderio di poter vivere e pensare il proprio stare al mondo come un inizio?
Sgusciare fuori dal tepore della tana. Abbandonare l’agio, l’abbondanza, la tranquilla sicurezza del cammino organico ed organizzato ricevuto in eredità. La fondazione avviene lungo il cammino disorganico, insicuro, probabilmente incoerente, fatto di andate e ritorni, tentativi interrotti, vagare invano lungo strade sbagliate, la cui possibilità, si apre appena fuori dal porto. Attraversando confini. E nell’attraversarli donare loro un nuovo profilo.
Absolute Beginners è una meditazione filosofico-visionaria sui confini, identitari, politici, fisici, linguistici, in tensione verso la loro dissoluzione, affinché estraneo e familiare possano poi rimarginarsi in una nuova traccia, che porti in sé l’orizzonte che si prospetta di fronte al cammino di una nuova comunità da fondare. In questo sbiadirsi dei confini, lingue, biografie, storie personali, sciolti i legami d’appartenenza a una presunta patria originaria, si mescolano, assumono un nuovo senso, un nuovo suono ed appare il profilo di una nuova geografia possibile.
La struttura scenica si sviluppa come un’opera di costruzione del visibile, una catena di visioni in cui il grande partorisce il piccolo, il dentro partorisce il fuori; un’unico paesaggio, in cui gli attori come operai della visione, dischiudono inattesi panorami poetici, edificati con materiali essenziali. Dalla liquidità amniotica di un buio che fagocita i confini, emergono frammenti di corpo, cui è sottratta l’integrità, tuttavia capaci di agire, tuttavia intenti a costruire, tuttavia tesi alla ricerca di una possibilità di leggere la propria condizione e situare la propria esistenza.
Il nucleo narrativo è affidato al testo La Radice, scrittura di Loretta Mesiti. Il lavoro rende grazie alle suggestioni della poetessa Ingeborg Bachmann, alla sua ricerca di una nuova lingua capace di riscrivere i confini.

Absolute Beginners è il primo movimento del progetto avVento – Geografie e Identità a venire, opera sistemica e polisemica, che ha raccolto diversi artisti intorno al tentativo di scrittura di un mito di fondazione postmoderno. Nato da un senso di spaesamento, estraneità rispetto al presente storico-sociale-geografico-identitario che viviamo e rispetto allo spazio d’azione ed espressione, che sembra espellerci oltre un confine che non ci appartiene più e in cui non ci riconosciamo. Stranieri dunque a noi stessi e al mondo non ci resta che immaginare una nuova fondazione, dall’origine alla traccia, dalla sua visione al suo compimento.

Absolute Beginners (2013)
di TeatrInGestAzione

cura della visione
Gesualdi | Trono

itinerari drammaturgici
Loretta Mesiti

con il sostegno di
MOVIN’UP a cura di Mibac e GAI
Insitut für Theater, Film und Medienwissenschaf der Goethe Universität; HessischTheaterakademie; Tanz der Künste; Frankfurt LAB (Frankfurt am Main)

Canto Trasfigurato

 

 

 

 

Canto Trasfigurato

Un inno alla sopravvivenza della propria umanità, in un mare pieno di pescecani, per ritrovare in sé ciò che c’è di divino e di eterno.
Ovvero di Moby Dick canto, e d’altri mostri che ho amato.

|||CREDIT

*nota per il pubblico

Si passeggia per interminabili minuti col corpo rivoltato e l’anima all’aperto nei cortili del Manicomio Criminale di Aversa. In questi cortili ho incrociato gli occhi del mio mostro, e la sua tenerezza mi ha fatto schiavo. Seiano, è uno dei “mostri” che ho amato, nelle ore dell’attività teatrale, in manicomio, nella danza di passi lenti, nei canti squarciati al sapore di tabacco, amato in viaggio con Caino, in discesa libera all’inferno. E all’inferno è finito Seiano, e anch’io. Siamo saliti in scena insieme, da pari a pari il volo. “Meraviglioso” abbiamo gridato al nostro pubblico, e poi più nulla. Dopo pochi giorni massacrato a morte da “compagni” di cella lasciati agire indisturbati. Ma a lui la scena lo aveva risvegliato e ho deciso di regalargli il mio studio sul Moby Dick, il mio corpo e la mia demenza. Insieme dannati nel Paradiso.

 

Canto Trasfigurato – Ovvero di Moby Dick canto, e d’altri mostri che ho amato (2012)

di TeatrInGestAzione, ispirato a MobyDick di H. Melville e a Verklärte Nacht di A. Schönberg

cura della visione

Gesualdi | Trono

itinerari drammaturgici

Loretta Mesiti

con Giovanni Trono

MORSE . . . – – – . . .

 
 

 

MORSE . . . – – – . . .

 

 

Noi staremo offerti sulla croce,
alla gogna, tra le pupille
limpide di gioia feroce,
scoprendo all’ironia le stille
del sangue dal petto ai ginocchi,
miti, ridicoli, tremando
d’intelletto e passione nel gioco
del cuore arso dal suo fuoco,
per testimoniare lo scandalo.
P.P. Pasolini

|||CREDITGALLERY

Installazione per luci corpi e suoni che occupa le finestre del PAN che si aprono sulla città. Finestre come fessure, da cui passa il suono come vento che propaga l’appello ai cittadini a ricongiungersi con la parte culturale della città. Finestre come ferite che si aprono sui corpi degli attori. Finestre da cui infine si lancerà un messaggio muto, fatto di luce, scritto in “Codice Morse”, e che il pubblico potrà decifrare grazie a dei volantini che precederanno l’evento. Con questo nostro lavoro vogliamo lanciare un appello dalle finestre di quella che rappresenta la casa delle arti di Napoli, il PAN appunto, dal 2005 spazio civico e Centro delle Arti dell’intera città . Luminaria Napoli è anche’essa uno spazio civico perché per 5 edizioni le sue sculture di luce hanno richiamato all’arte i cittadini, innalzato gli sguardi , lasciandosi assorbire nel tessuto cittadino, diventando “normale” luce culturale, che non abbaglia ma meraviglia chi la scorge passeggiando tra le vie che illumina. Entrambe queste entità oggi sono nella morsa della crisi, in un momento in cui la cultura è in secondo piano nel nostro paese. Pensando all’importanza di queste due esistenze, crediamo che il nostro intervento debba lanciare un appello alla città, un richiamo all’attenzione, una finestra aperta ai cittadini, ai passanti, a chiunque si ritrovi ad alzare gli occhi al cielo. Abbiamo pensato di lanciare un segnale che inviti a riaccendere la cultura in una città che ne è stata capitale per secoli. E questo segnale vuole però non essere soltanto un dono, ma stimolare alla partecipazione, affinché l’incontro tra l’opera e il suo pubblico avvenga a metà strada. Per questo il nostro richiamo è chiuso nelle stanze del Palazzo delle Arti di Napoli, e dalle sue finestre vuole espandersi in luce, corpo e suono sulla città.

MORSE . . . – – – . . . (2012)
di TeatrInGestAzione

cura della visione
Gesualdi | Trono

con Alessia Mete, Giovanni Trono, Serenella Martufi, Francesco Moraca

Installazione performativa in esclusiva per LuminAZIONE al PAN, il Palazzo delle Arti di Napoli in dei Mille, azione collettiva d’arte a sostegno della successiva edizione di LUMINARIA 2013, mostra d’arte pubblica ideata da Simona Perchiazzi e dedicata alle luci d’artista.

Fratello mio, Caino

Fratello mio, Caino

Lettura scenica in movimento
dal Caino di Lord Byron, dramma in versi del 1821.

TrailerVideo Integrale

Che colpa è se in sé non è una colpa?
La circostanza può colpa o virtù decider?
Se è così, saremmo schiavi…

Lord Byron

Il paradiso non è lontano, è un luogo che si pone tra me e chi è disposto ad ascoltarmi. Se le mie parole cadono nel vuoto, tanto vale scendere all’inferno. Se nessuno vuol sedermi accanto, diviene inutile il mio respiro. Siamo qui per lo Spettacolo. Entriamo in teatro ed occupiamo un posto, lo scegliamo accuratamente, e che sia vicino a chi conosce e condivide i nostri pensieri, per poterne discutere e sentirci liberi di far risuonare la nostra opinione. Ma non sempre ci è data questa fortuna, più spesso siamo soli, non tanto nella quotidianità, ma in quello spazio interminabile e senza tempo che alberga dentro di noi. Lì possiamo incontrare Caino. Sederci accanto a lui e ascoltare dall’inizio come fu che si ritrovò ad essere per tutti noi il primo assassino. Nella postfazione la traduttrice Lucia Anessi scrive – Caino è in ogni uomo.

Caino è in noi, quando non supportati da una fede che tutto appiana, ci logoriamo in una lotta interiore disperata, quando indaghiamo sui quesiti eterni in una ridda di perché senza risposta; è in noi quando la direzione verticale del nostro desiderio di infinito, di assoluto, viene amputata da una frustrante realtà. Caino è immagine dell’individuo che conduce la sua lotta nel proprio spirito e in esso può creare la propria salvezza. Chiederemo al pubblico di sedere da soli ad ascoltare la storia di Caino riscritta da Byron. Per ogni spettatore una sedia vuota, un disequilibrio, una solitudine, una vertigine, un salto nel vuoto, sull’abisso degli spazi, da pari a pari il volo, per riuscire a vedere attorno a noi il paradiso e accanto a noi un fratello.

Fratello mio, Caino (2011)

di TeatrInGestAzione, ispirato a Caino di Lord Byron
itinerario pedagogico, cura della visione
Gesualdi | Trono

con gli internati dell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario F. Saporito di Aversa (CE)

3_to_1

3_to_1

 

ciò a cui aspiriamo è una vita
che noia, signori miei, vivere a questo mondo
come è allegra e vivace la musica, come si ha voglia di vivere

Il coraggio, l’abitudine, l’invisibile

Le strutture drammaturgiche di Beckett e Čechov richiedono all’attore una presenza stratificata, fino a farsi paesaggio, in cui “L’osservatore contagia l’osservato con la propria mutevolezza” come lo stesso Beckett scriveva. Si abita insieme un’architettura dell’altrove verso cui tende l’apparente immobile infinito spazio scenico, in stato di permanenza. Semplicemente si sta, sospesi tra un passato romanzato e un presente freddo e cronachistico, immersi in un silenzio gassoso, tra vie di fuga che cadono nel vuoto, riti quotidiani per restare in vita, mentre dentro tutto brucia e questo fuoco resta un segreto.
Indaghiamo le possibilità di un tempo “imperfetto”, innescando un dispositivo a tenaglia, che porta attori e spettatori all’immobilità, inchiodati alla tragedia dell’inattività, dell’ineluttabilità di certi destini. In un’epoca dominata dalla rinuncia, l’abitudine è la salvezza degli umili.
Imperfetto. In grammatica, tempo i. (o assol. imperfetto s. m.), tempo del verbo che, nell’indicativo, esprime un’azione passata considerata nel suo farsi e quindi non ancora compiuta nel tempo a cui il discorso si riferisce (andavo, credevo, sentivo, ecc.). Nel congiuntivo, invece, è usato in correlazione con un tempo storico («sperai che lui mi ascoltasse») o, nel periodo ipotetico, in correlazione col modo condizionale («verrei, se potessi»), o anche in proposizioni indipendenti per esprimere un desiderio («Dio volesse!», «tornasse presto!»)
La dannazione di chi sa è di non avere abbastanza tempo per mettersi in pratica. Tanto è il desiderio di vivere altre vite che ci si dimentica della propria. E la vita scorre nella completa inazione. Certi giorni passano senza che si sia detto niente o quasi, senza che si sia fatto niente o quasi. Tanto vale accontentarsi ma anche quello non si può quando il desiderio è più forte. Un salto nel buio ci vorrebbe, una corsa ad occhi chiusi come da bambini; un ballo in maschera, la musica che ti ubriaca, l’amore quello vero, un lavoro proprio quello fatto per te. A Mosca! A Mosca! A Mosca!
Le vite delle tre sorelle scorrono, ogni giorno uguale a quello precedente, come se il tempo non potesse andare avanti, inceppato in un eterno imperfetto verbale. Ciò che resta di Čechov e Beckett è l’atmosfera, i silenzi, le linee dure del significante, la solitudine delle occasioni perdute.

*   3 TO 1 nasce dall’esperienza del progetto Altofragile, dispositivo di condivisione tra artisti e spettatori del processo creativo e dello spazio che lo ospita. Una pratica teatrale, inaugurata da TeatrInGestAzione, capace di ridurre la distanza fra pubblico e scena, condividendo con esso il tempo e lo spazio della ricerca: lo spettatore accompagna il lavoro degli attori, che offrono al suo sguardo un momento unico e irripetibile, interpellando il suo sguardo e stimolando una reale autonomia critica, rendendolo partecipe del processo di creazione, introducendolo nell’ingranaggio della macchina attoriale. (altofragile.eu)

3 TO 1 (2011)

by TeatrInGestAzione

cura della visione
Gesualdi | Trono

itinerari drammaturgici
Loretta Mesiti

con
Alessia Mete, Ilaria Montalto, Michela Vietri

 

 

 

L’attesa

L’ATTESA

 

Intorno a chi, in una fila, aspetta il proprio turno,
la realtà appare talvolta come uno spettacolo teatrale.

Da questa suggestione prende le mosse il progetto L’Attesa, prodotto dal Napoli Teatro Festival Italia 2010.

Un progetto del NAPOLI TEATRO FESTIVAL ITALIA 2010

Dieci scrittori italiani si lasciano ispirare dalla vita quotidiana delle città di Napoli. Cinque compagnie emergenti trasformano i loro testi in performance teatrali, con le quali abitare la vita quotidiana di dieci luoghi d’attesa della città. Le performance de L’Attesa intendono amplificare la teatralità involontaria della città, per andare in cerca di un nuovo pubblico, ignaro e casuale. Fra i passanti stupiti e queste misteriosi incarnazioni delle memorie, dei fantasmi della loro città si crea uno straniante gioco di specchi, di grande impatto emotivo.

Nell’ambito del progetto L’Attesa TeatrInGestAzione ha portato in scena:

PETRU di Maria Pace Ottieri, Stazione Cumana Montesanto

L’ATTESA di Vincenzo Consolo presso il Supermercato GS e la Pizzeria Sorbillo

ASSENTI di Ivan Cotroneo (II versione) presso funicolare di Chiaia.

Petru e L’Attesa, elaborati da TeatrInGestAzione sotto forma di
dramma radiofonico, sono andati in onda su RADIO 3 RAI.

a cura di Mario Fortunato

testi di Milena Agus, Vincenzo Consolo, Ivan Cotroneo, Andrea De Carlo, Paolo Di Paolo, Dacia Maraini, Maria Pace Ottieri, Sandra Petrignani, Valeria Di Napoli alias Pulsatilla, Elisabetta Rasy

scene teatrali Teatro Bellini – fondazione Teatro di Napoli, Taverna Est Teatro, TeatrInGestAzione di Gesualdi Trono, Maniphesta Teatro, Calone e Laieta,

produzione Napoli Teatro Festival Italia paese Italia / lingua italiano

PRIMA ASSOLUTA

 

 

 

Petru (2010)

di Maria Pace Ottieri

ideazione e cura della visione
Gesualdi | Trono

con Alessia Mete, Ilaria Montalto, Michela Vietri

Versione radiofonica RadioTre Rai

 

 

 

 
 

Assenti (2010)

di Ivan Cotroneo

ideazione e cura della visione

Gesualdi | Trono

con Ciro Arancini, Marilisa Mautone

*produzione Napoli teatro Festival Italia, nell’ambito del progetto L’Attesa, a cura di Mario Fortunato

 

 

 

 
 

L_Attesa_GS4288

L’Attesa (2010)

di Vincenzo Consolo

ideazione e cura della visione
Gesualdi | Trono

con Alessia Mete, Ilaria Montalto, Michela Vietri, Ciro Arancini, Marilisa Mautone

Versione radiofonica RadioTre Rai

 

 

 

La Giostra

 

 

 

 

La Giostra

GIUDICE (canta): La regola è: occhio per occhio! Il folle si aspetta l’eccezione

 

 

Storia di un viaggio di sola andata, compagni per forza e non per scelta; eccezioni dominate da una sola regola: la legge è uguale per tutti, ma non tutti sono uguali per la legge. Siamo tutti il Portatore, ci dicono i nostri attori dopo aver letto il testo di “Bertoldo” (“L’eccezione e la regola” di Bertolt Brecht). Nessuno di loro vuol fare il Mercante o il Giudice, sfruttato o sfruttatore, è una questione di coscienza. Poi ci indicano la vecchia giostra a spinta abbandonata nel viale dell’OPG quella giostra siamo noi, abbandonati qui dentro, dimenticati perfino dal destino. Vedete non gira più. E’ immutabile come il tempo che passa sulle nostre vite.

Vite eccezionali che nessuna “buona società” può contenere in regole troppo generalizzanti sempre più concepite per il bene di pochi e per la sofferta sopravvivenza di molti, lontane dalla realtà vissuta dalla grande parte della collettività. Regole, che ci vorrebbero sempre più bestie domate pronte a caricarsi in spalla il bagaglio dell’ingiustizia civile che queste regole detta, ignorando la diversità degli individui, diversità intesa come ricchezza, la cui considerazione porterebbe il giusto contrappeso alla misura sociale, sarebbe anzi occasione continua di confronto e miglioramento. Troppo spesso però le regole sono formulate ed approvate per puro interesse personale, vestite della bugia del “bene comune”. Chi si trova ai margini e non rientra in nessuna categoria sociale “sicura”, prevedibile, sotto controllo, si ritrova solo e disarmato ad attraversare un deserto fatto di diffidenza e sospetto, relegato nell’archivio delle eccezioni, catalogato rinchiuso e dimenticato. Reato eccezionale non previsto dalla Regola.

TrailerVideo integrale

La Giostra (2009)

di TeatrInGestAzione, ispirato a L’Eccezione e la Regola di B. Brecht

itinerario pedagogico, cura della visione
Gesualdi | Trono

con gli internati dell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario F. Saporito di Aversa (CE)

Mamma! SonTanto Felice

Mamma! SonTanto Felice

 


Mamma! SonTanto Felice (2010)

di TeatrInGestAzione

cura della visione
Gesualdi | Trono

itinerari drammaturgici
Loretta Mesiti

con Giovanni Trono, Alessia Mete, Michela Vietri, Ilaria Montalto, Marilisa Mautone, Francesco Moraca

La logica del profitto personale non conduce alla piena soddisfazione dei bisogni che lo motivano, ma ad uno spasmodico – e piuttosto disperato – accrescimento del sé attraverso il consumo (consumo di oggetti, situazioni, relazioni, persone). L’impulso (che altro non è che primordiale istinto di sopravvivenza) a combattere per il proprio spazio, ci priva, paradossalmente, proprio dello spazio vitale più prezioso, perché presi nel meccanismo perverso di esaudimento delle aspettative (familiari, sociali, amichevoli) e del commercio di sé stessi perdiamo il desiderio di proporre un’iniziativa nuova, del tutto nostra, perdiamo l’audacia necessaria tracciare un nostro destino, perdiamo cioè un’indispensabile fonte di entusiasmo, gioia ed energia. La nostra azione diviene così umiliante corteggiamento / compiacimento dei vecchi, nella speranza che ci elemosino la loro eredità, piuttosto che dedicare il nostro tempo, la nostra azione, ad edificare una realtà del futuro che assomigli a quella che desideriamo. In questo senso la voce critica della nostra riflessione intende rivolgersi all’adulto che abita il nostro spettatore e parlare anche al “bambino” che è stato, per ricordargli, semplicemente, il piacere inebriante della possibilità, che non lascia limitarsi dalla logica del calcolo, della fantasticheria, che non si supponga destinata a rimanere tale. Il piacere inebriante del mettersi radicalmente in gioco. La possibilità di attingere a questo piacere, resta sempre aperta. L’insegnamento dei surrealisti a questo proposito è illuminante: non c’è rivoluzione possibile, secondo loro, senza in primo luogo la battaglia per la difesa del proprio spazio di immaginazione. Non c’è libertà politica, senza libertà poetica, cioè senza la libertà di sognare senza pudore e di credere all’assoluta con divisibilità e praticabilità del proprio sogno.