Golden Age

Golden Age

2024/26

Un progetto di Teatringestazione
ln cooperazione con Allianz Foundation
In collaborazione con la Casa circondariale – “Pasquale Mandato” Napoli Secondigliano

Progetto premiato nel 2024 con l’Allianz Kulturstiftung e nel 2025 con l’Art Explora – Académie des beaux-arts European Award. Sostenuto nel 2026 dal Ministero della Cultura.

Golden Age è un progetto di educazione teatrale, programmazione e produzione per detenuti adulti/genitori, con figli* adolescenti, che coinvolge artist* internazionali, espert* culturali, student* e cittadin*. Mira a creare in carcere uno spazio inedito di incontro.

Si affida al potere trasformativo dell’arte, ricostruendo poeticamente la relazione genitoriale detenuti-figli*, e quella società-detenuti e città-carcere, trasformando un atto di ricucitura relazionale in un atto di tessitura sociale.

Riqualificare il carcere come luogo di arte e socialità sperimentale contribuisce al suo superamento, aprendo interrogativi sulle condizioni sociali e politiche che definiscono il nostro tempo.

Sviluppato tra il 2024 e il 2026 presso il Carcere di Napoli-Secondigliano, il progetto include educazione teatrale continua, la produzione di uno spettacolo, laboratori intensivi condotti da professionist* internazionali delle arti performative e un programma di eventi di arti performative allestiti nel carcere e aperti al pubblico.

Il teatro rende tangibile e misurabile il percorso di ricostruzione delle relazioni e il suo impatto immediato e a lungo termine sulla società. Il laboratorio è il luogo concreto dove prende forma una nuova possibilità di vita. 

Il carcere costituisce un osservatorio privilegiato per interpretare la società in un dato momento storico. L’impressione è che, ad oggi, il sistema carcerario si concentri perlopiù su istanze di giustizia “securitaria”, spesso usate dai politici per distogliere l’attenzione dalle più urgenti istanze di “giustizia sociale”.

Come artist*, consideriamo gli effetti sociali e politici delle nostre azioni, riconoscendo che i cambiamenti possono avvenire solo attraverso un approccio onesto, soprattutto lavorando in un contesto sociale. Cerchiamo di evitare ogni possibile approccio assistenzialista. Cruciale è la postura con cui agiamo, collaborativa e non paternalistica. Questi principi sono la base del progetto Golden Age.

ln cooperation with


CALENDARIO ATTIVITÀ APERTE AL PUBBLICO

29-30 maggio 2026

Teatro Centrale dell’Istituto Penitenziario “P. Mandato” di Napoli-Secondigliano
Via Roma verso Scampia, 350

TUTTI GIÙ PER TERRA, ANTIGONE.
Riscrittura da Sofocle
di e con le persone detenute in media sicurezza, insieme alle figlie e ai figli minorenni


“Tutti Giù per Terra, Antigone”. Un girotondo tragico dove il mondo continua a cadere. Si gioca, e si muore. Si dibatte in assenza, dai salotti di casa, di fronte a schermi muti. Un movimento circolare e infinito dove la morte, il potere, la tracotanza infanticida si intrecciano fino al collasso. La tragedia antica si incrina dentro l’archivio visivo del presente. Il dispositivo scenico si compone di posture simboliche e rituali ludici. Il potere assume il volto rassicurante della normalità occidentale. La tragedia greca, come ha scritto George Steiner, è uno dei grandi dispositivi intellettuali dell’Occidente. Certo è che proprio in Occidente si è persa la misura della tragedia. – [Gesualdi | Trono]

Salgono in scena le persone detenute, insieme alle figlie e ai figli, parte del laboratorio teatrale condotto da Teatringestazione, ispirato all’Antigone di Sofocle.

Il programma di maggio si articola in due giornate di spettacolo e in un incontro di studi, “Teatro in Carcere, un’eccezione divenuta regola”. Da decenni il teatro che si fa nelle carceri italiane viene raccontato come pratica virtuosa, sostanzialmente eccezionale; abbiamo voluto convocare alcune esperienze e voci autorevoli, per rovesciare il punto di vista e chiedersi se quella che chiamiamo eccezione non sia ormai, per estensione e per spessore, una pratica consolidata e parte fondamentale del percorso detentivo, nonché una delle forme più vitali e consapevoli del teatro contemporaneo italiano. Intorno al tavolo, accademici dell’Orientale e di Bari, il presidente del coordinamento nazionale Vito Minoia, lo psichiatra Adolfo Ferraro — che dell’OPG di Aversa è stato direttore in anni in cui chiudere gli ospedali psichiatrici giudiziari sembrava un’utopia tecnica — e il magistrato di sorveglianza Marco Puglia.

Moderazione di:
Salvatore Margiotta, professore associato, docente in Storia del Teatro Moderno e Contemporaneo all’Università di Napoli L’Orientale
Mimma Valentino, Docente di Storia e modelli della produzione teatrale dell’Università Aldo Moro di Bari

Interventi di:
Vito Minoia
, Docente in Discipline dell’Educazione e dello Spettacolo all’Università degli Studi di Urbino Carlo Bo / Presidente Coordinamento Nazionale Teatro in Carcere
Adolfo Ferraro, psichiatra, scrittore, fondatore Bar De.Fe, ex direttore dell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario F. Saporito di Aversa.
Fabiana Sciarelli, professore associato, docente in economia e gestione delle imprese all’Università di Napoli L’Orientale
Gaetano Battista, Ass. Polluce, Coordinamento regionale Teatro in Carcere Campania
Marco Puglia, magistrato di Sorveglianza del tribunale di Santa Maria Capua Vetere

Golden Age è un gesto civile. Il progetto apre alla città un luogo percepito come distante, estraneo, isolato; trasforma il carcere in un teatro abitato da una nuova comunità, fatta di persone detenute, famiglie, cittadine e cittadini.


IL PROGRAMMA di Maggio

Venerdì 29 maggio 2026 – Ore 14:00 – 17:30 – (ingresso 13:30)
SPETTACOLO + INCONTRO
(non sarà possibile uscire prima della fine dell’incontro)

Sabato 30 maggio 2026 – Ore 11:00 – 12:30 (ingresso 10:30)
SPETTACOLO
(non sarà possibile uscire prima della fine dello spettacolo)


16 aprile 2026 Laboratorio
Inner Dynamics LAB – FRANTICS CO.

Iscrizioni entro il 31 marzo 2026

Casa Circondariale Napoli-Secondigliano
via Roma Verso Scampia, 350


ingresso ore 14:30
laboratorio ore 15:00/18:00

Inner Dynamics LAB è il risultato di oltre 15 anni di esplorazione del movimento, con radici nella breakdance (bboying), nella danza contemporanea urbana, nelle tecniche di improvvisazione e nel teatro immersivo. Questo workshop è un invito a coltivare connessioni profonde tra consapevolezza, tecnica e creatività. Attraverso esercizi guidati, svilupperemo la nostra sensibilità verso lo spazio, il ritmo e gli stimoli esterni, imparando a rispondere con spontaneità e precisione. I principi del floorwork verranno introdotti progressivamente, concentrandosi su forza, controllo, mobilità, musicalità ed efficienza nelle transizioni tra i diversi livelli. Inner Dynamics incoraggia la curiosità, l’attenzione e la libertà espressiva. L’obiettivo è creare uno spazio in cui ispirarsi a vicenda, scambiare energia e crescere insieme, in modo che il materiale strutturato emerga organicamente dall’improvvisazione.

FRANTICS CO. (DEU – ESP)

FRANTICS (DEU-ESP). Frantics è un collettivo di danza-teatro con sede a Berlino, fondato nel 2013 da Carlos Aller, Marco di Nardo, Diego de la Rosa e Juan Tirado. Insieme, questi artisti ridefiniscono i codici della performance su palcoscenici internazionali, in contesti site-specific e all’aperto, attraverso esperienze immersive e iniziative didattiche. Il loro lavoro fonde coreografie dinamiche, teatro fisico e drammaturgia visiva, per dare vita a produzioni che invitano il pubblico a confrontarsi con tematiche quali l’identità e la trasformazione. I Frantics hanno portato il loro lavoro in diversi paesi, in contesti internazionali, in Germania, in Svizzera, in Spagna, in Italia, in Irlanda, in Francia, nei Paesi Bassi, in Grecia, a Taiwan e in molti altri. Le loro produzioni sono state premiate, tra l’altro, al Burgos New York, al Concorso Coreografico di Hannover e al RIDCC. Hanno realizzato opere su commissione per il Teatro di Osnabrück e per Of Curious Nature (Brema). A titolo individuale, i fondatori hanno collaborato con lo Staatstheater di Kassel, Punchdrunk, Akram Khan, Wang Ramírez, lo Staatstheater di Brema e gli Iron Skullz in Spagna.

18 aprile 2026 – Spettacolo

Prenotazioni entro il 31 marzo 2026

Casa Circondariale Napoli-Secondigliano
via Roma Verso Scampia, 350


ingresso ore 10:30
spettacolo ore 11:00

ORDINARY PEOPLE
di FRANTICS CO. (DEU-ESP)

Direzione e creazione: Frantics Co.
Performer: Juan Tirado
Musica: Andrea Buttafuco, Mudra, Miguel Marín

Lo spettacolo ha ricevuto importanti riconoscimenti e premi: terzo premio al 36° Concorso di Coreografia di Hannover 2022, Germania; finalista al RIDC 2022, Rotterdam, Paesi Bassi; Premio del pubblico al Prospettiva Danza Padova 2023.

«Ordinary People» nasce dall’osservazione di una tensione che attraversa silenziosamente ogni esistenza: quella tra il desiderio di affermarsi e il bisogno irrinunciabile dell’altro.
La performance indaga questo spazio liminale — né puro conflitto né piena armonia — in cui si costruisce, giorno dopo giorno, la trama della vita collettiva. Il corpo diventa strumento privilegiato di questa indagine: il gesto non illustra, ma incarna la contraddizione, portandola alla superficie con una precisione che la parola stenta a raggiungere.
L’artista abita la scena come un’entità al tempo stesso singolare e plurale — autonoma nella propria traiettoria, eppure costitutivamente formata da ciò che incontra, ostacola, attraversa. La danza che ne emerge non risolve la tensione tra competizione e cooperazione, ma l’abita con piena consapevolezza, trasformando il conflitto in forma, l’attrito in ritmo, la resistenza in dialogo. «Ordinary People» è, in questo senso, un atto di restituzione: restituire visibilità a ciò che solitamente si consuma nell’invisibile dell’ordinario. Non la straordinarietà dell’eroismo, ma la bellezza fragile e ostinata di chi — ogni giorno — sceglie di stare in relazione, nonostante tutto. Un inno all’umano nella sua accezione più autentica: imperfetto, relazionale, irriducibilmente vivo.

Link
ORDINARY PEOPLE
FRANTICS CO.


12 marzo 2026Laboratorio

Iscrizioni entro il 12 febbraio 2026

Casa Circondariale Napoli-Secondigliano
via Roma Verso Scampia, 350


ingresso ore 14:30
laboratorio ore 15:00/18:00

A cura di Beatriz Palenzuela e Rafael de la Lastra

Il workshop si propone di abitare la natura del movimento per generare uno spazio di relazione tra ciò che accade all’interno e all’esterno del corpo. Attraverso l’ascolto sensibile di ciò che ci circonda, creeremo una dimensione di intimità volta ad accogliere ogni stimolo senza resistenze.

Il corpo sarà lasciato libero di esprimersi seguendo linee guida chiare e concrete: un gioco coreografico per sperimentare la forza fisica e la capacità di trasformazione guidata dalle sensazioni. L’obiettivo è spogliarsi del giudizio per abitare un corpo più libero, efficace e fluido. In questa sede, verranno condivisi gli strumenti creativi e le metodologie di ricerca utilizzati nella genesi di “La naturaleza del silencio”, permettendo alle persone partecipanti di approfondire la pratica fisica che sottende la performance.

BABIRUSA DANZA (ESP)

Di base a Santander, fondata da Beatriz Palenzuela e Rafael de la Lastra, la compagnia Babirusa Danza sviluppa produzioni per teatri e spazi non convenzionali attraverso il linguaggio della danza contemporanea.

La compagnia intende l’evento scenico come un “artefatto complesso” in cui ogni elemento è fondamentale. Nelle loro opere, danza contemporanea, cinema e poesia si fondono in una fisicalità ricca di sfumature. La forza emotiva delle composizioni mira a rendere lo spettatore parte integrante dell’opera, utilizzando l’empatia come motore comunicativo. Le loro fonti di ispirazione spaziano dall’umano all’animale, dall’esistenza alla trascendenza. Diversi i contesti internazionali che hanno ospitato le opere della compagnia: Tanzmesse (Düsseldorf), Body Navigation Festival (San Pietroburgo), Mercat de les Flors (Barcellona), AltoFest (Matera, Capitale Europea della Cultura), Madrid en Danza. Riconoscimenti e Festival: Primo Premio AD Festival Molina de Segura (2014), Primo Premio Certamen DeUnaPieza (2013), Premio AISGE come Miglior Ballerina al Certamen Coreográfico de Madrid (2006).

14 marzo 2026 – Spettacolo

Prenotazioni entro il 12 febbraio 2026

Casa Circondariale Napoli-Secondigliano
via Roma Verso Scampia, 350


ingresso ore 10:30
spettacolo ore 11:00

LA NATURALEZA DEL SILENCIO
di Babirusa Danza (ESP)

Il silenzio possiede molte qualità. Esiste il silenzio tra due rumori, il silenzio tra due note musicali e il silenzio che si espande nell’intervallo tra due pensieri. Esiste, anche, un silenzio peculiare, calmo, penetrante, che emana da un tramonto in campagna; c’è il silenzio attraverso il quale si ode il latrato di un cane che giunge dalla distanza, o il fischio di un treno; esiste il silenzio di una casa quando tutto il mondo dorme, e la sua peculiare intensità quando ci si sveglia a mezzanotte. C’è il silenzio di una vecchia casa deserta, il silenzio della montagna e il silenzio che condividono due esseri umani quando entrambi hanno visto lo stesso, hanno sentito lo stesso e hanno agito.

La naturaleza del Silencio nasce da un’esigenza di fermarsi. In un mondo così pieno di rumore, di stimoli esterni e di velocità, avevamo bisogno di trovare quel luogo dove il silenzio non è assenza di suono, ma uno spazio di ascolto profondo.

È una danza che non nasce dalla musica, ma da una ricerca interiore su come il corpo reagisce al vuoto. Si tratta di un dialogo invisibile tra i danzatori, una connessione che si manifesta solo quando si mette a tacere il caos esterno. Non è una danza statica, è una danza organica. Vogliamo che il pubblico esca con la sensazione di aver ripreso fiato, di aver trovato quel silenzio che portiamo dentro ma che spesso dimentichiamo di ascoltare.

Link
La naturaleza del silencio
Babirusa Danza


17 dicembre 2025Laboratorio

Iscrizioni entro il 20 novembre 2025

Casa Circondariale Napoli-Secondigliano
via Roma Verso Scampia, 350


ingresso ore 14:30
laboratorio ore 15:00/18:00

Anna Dora Dorno e Nicola Pianzola propongono un lavoro sulle potenzialità espressive del performer, con un proprio metodo apprezzato in tutto il mondo e richiesto in numerose università e centri di ricerca internazionali.
Hanno diretto il programma di alta formazione, Atelier 2009, al Grotowski Institute di Wroclaw, in Polonia e sono stati invitati come maestri all’International Workshop Festival in Corea del Sud, al VIII e IX Incontro Internazionale delle Accademie teatrali promosso da ORMACC UNESCO – ITI a Città del Messico, all’International Physical Fest di Liverpool. Dal 2024 ad oggi, hanno tenuto seminari e conferenze durante importanti meeting e convegni internazionali tra cui: il World Theatre Forum di New Delhi e l’International Symposium di Mumbai, in India, le conferenze Grotowski – Theatre and Beyond, a Canterbury, e Awakening Practice a Berlino nell’ambito di UNESCO Year of Grotowski, l’Intercultural dialogue a Vienna, l’International Symposium on Theatre Discipline’s development a Shanghai.

Il laboratorio sarà l’occasione per condividere i principi del loro lavoro, radicato sull’indagine del corpo dell’attore caratterizzato da un diverso modo di essere “presente”. Questa “presenza” è un mutamento incessante del flusso energetico che rende vivo l’essere umano e, soprattutto, l’attore in scena. Il laboratorio mira ad amplificare le capacità d’ascolto in rapporto agli stimoli provenienti dall’ambiente esterno e dal gruppo, attraverso esercizi individuali, a coppie e collettivi.


INSTABILI VAGANTI è un duo artistico dal respiro internazionale che affronta temi sociali e di impegno civile attraverso una continua sperimentazione dei linguaggi del contemporaneo. La compagnia lavora in tutto il mondo attraverso progetti di ricerca pluriennali che uniscono tradizione e innovazione, impegno civile e pratiche di attivismo sociale, partendo da indagini sul campo e generando opere che coinvolgono artisti di diverse discipline e pensatori provenienti da tutto il mondo.

Grazie al linguaggio fisico dei performer, alla drammaturgia originale in più lingue, alla sperimentazione musicale, visiva e multimediale e al costante lavoro di ricerca e formazione, il suo lavoro è apprezzato in tutto il mondo.

Instabili Vaganti ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti nazionali e internazionali per la capacità di affrontare temi di scottante attualità e di veicolare importanti messaggi a livello globale, attraverso un linguaggio poetico e di forte impatto emotivo.

Bio
INSTABILI VAGANTI

20 dicembre 2025Spettacolo

Prenotazioni entro il 20 novembre 2025

Casa Circondariale Napoli-Secondigliano
via Roma Verso Scampia, 350


ingresso ore 10:30
spettacolo ore 11:00

MADE IN ILVA

di Instabili Vaganti
Regia Anna Dora Dorno
Con Nicola Pianzola
Musiche originali Riccardo Nanni
Canti originali e voce dal vivo Anna Dora Dorno
Produzione Instabili Vaganti
con il sostegno di Spazio OFF

Definito dalla critica un capolavoro di teatro fisico, un esempio di biomeccanica contemporanea, MADE IN ILVA è un assolo in cui l’attore interpreta un operaio, archetipo del lavoratore contemporaneo, che agisce ingabbiato in strutture metalliche compiendo azioni ripetitive e acrobatiche che lo portano all’alienazione.

La drammaturgia intreccia testimonianze dei lavoratori dell’ILVA a frammenti poetici dell’opera di L. Di Ruscio e testi appositamente composti. Le musiche, i ritmi ossessivi, i canti originali, l’approccio fisico, poetico e di forte impatto visivo fanno dello spettacolo un’opera d’arte totale. MADE IN ILVA esprime una critica universale al processo di brutalizzazione generato dal sistema di produzione contemporaneo.

Lo spettacolo è stato tradotto in tre lingue e presentato nei principali festival internazionali in più di 20 paesi.

Link
Made in Ilva
Instabili Vaganti


24 luglio 2025Laboratorio


Casa Circondariale Napoli-Secondigliano
via Roma Verso Scampia, 350

Un viaggio tra corpo, voce ed emozioni. Un percorso aperto a tutt*, pensato per esplorare le potenzialità espressive del corpo e della voce, sviluppare la presenza scenica e stimolare la creatività individuale e di gruppo. Attraverso esercizi, improvvisazioni e giochi teatrali, i e le partecipanti verranno guidati in un’esperienza coinvolgente che favorisce l’ascolto, la fiducia e la libertà espressiva. Un’occasione per mettersi in gioco, riscoprire il piacere del racconto e coltivare l’arte dell’incontro.

Opera retablO è un collettivo di artisti di base in Svizzera. Propone creazioni in bilico tra l’innovativo e l’arcaico; opere che danno corpo a una moderna e destabilizzante catarsi. Si rivolge a quell’umanità proiettata verso il futuro che mette in discussione ogni tipo di classificazione e di pregiudizio trascendendo i generi, estetici, sessuali e intellettuali.

Bio
Opera retablO

23 luglio 2025 – Spettacolo

Casa Circondariale Napoli-Secondigliano
via Roma Verso Scampia, 350

Walser – Studio per una micro opera
di OperaretablO

con Ledwina Costantini e Daniele Bernardi

Uno spettacolo ispirato all’universo poetico di Robert Walser, scrittore svizzero dal destino fragile e visionario, capace di cogliere la bellezza nelle piccole cose e di scrivere con la semplicità di chi osserva il mondo con occhi di fanciullo. Un spettacolo che non grida ma ascolta, che si prende cura delle emozioni e invita a rallentare, a resistere con semplicità alla ferocia del presente. Un atto di cura, di profondità, che celebra la poesia e il coraggio della gentilezza.

Link:
Walser – Studio per una micro opera
OperaretablO


17 luglio 2025 – Laboratorio

Casa Circondariale Napoli-Secondigliano
via Roma Verso Scampia, 350

A partire dalla loro ultima creazione “Barrani” i Corps Citoyen conducono un laboratorio di ricerca, tra suono, parola e corpo, in una dimensione esperienziale.
Grazie a un sistema di produzione sonora basato su riverberi ed echi, *Barrani* è una performance-concerto in cui danza, poesia e multimedialità permettono una nuova auto-narrazione, fondendo passato, presente e futuro.
CORPS CITOYEN è un collettivo artistico pluridisciplinare basato tra Tunisi e Milano.
La pratica del collettivo si compone di diversi strumenti disciplinari (danza, teatro, poesia, video, animazione, scrittura e ricerca antropologica) per creare nuove narrazioni contemporanee. L’obiettivo del gruppo è quello di rafforzare i valori della cittadinanza attraverso la pratica artistica, la formazione, la ricerca e la partecipazione attiva della società civile al fine di promuovere un cambiamento politico e sociale. L’obiettivo principale del gruppo è attivare la riflessione sociale attraverso le potenzialità espressive dell’arte e del corpo in particolare, territorio di una battaglia politica e spazio per una resistenza creativa.

Bio
CORPS CITOYEN

16 luglio 2025 – Spettacolo

Casa Circondariale Napoli-Secondigliano
via Roma Verso Scampia, 350

BARRANI

di Corps Citoyen

Con: Rabii Brahim, Manuel D’Onofrio
Regia: Anna Serlenga
Dramaturg: Tolja Djokovic
Coreografia: Hafiz Dhaou and Aicha M’Barek
Luci: Manuel D’Onofrio
Musica: Manuel D’Onofrio e Rabii Brahim
Testi: Tolja Djokovic, Rabii Brahim e frammenti liberamente tratti da Bayo Akomolafe, Anna Akhmatova, Mahmoud Darwish, Niccolò Macchiavelli, Forough Farrokhazad
Costumi: Lucia Gallone
Producer: Alessandra Di Pilato
Produzione: CORPS CITOYEN
Coproduzione: BASE Milano; Operaestate; Milano Mediterranea
Con il supporto di Archive Milano e Zona K

In tunisino, Barrani significa “lo straniero”, letteralmente “colui che viene da fuori (el barra)”, colui che ha intrapreso il viaggio verso l’Europa.

Noi tutti, persone che hanno attraversato una diaspora, cerchiamo ciò che abbiamo lasciato nel nostro paese d’origine, senza mai trovarlo qui, nel paese ospitante. Non siamo né qui né là, intrappolati tra più lingue, molteplici culture, tra il passato e il futuro, alla ricerca di uno spazio identitario allo stesso tempo presente e altro, che oscilla costantemente tra i due poli.

Grazie a un sistema di produzione sonora basato su riverberi ed echi, Barrani è una performance-concerto in cui danza, poesia e multimedialità permettono una nuova auto-narrazione, fondendo passato, presente e futuro. Una narrazione che si produce in un terzo spazio, tra i due poli del viaggio; uno spazio che esiste solo durante la performance: lo spazio della narrazione.

Link
BARRANI
Corps Citoyen

INFO E PRENOTAZIONI

Entro e non oltre il 17 maggio 2026

Inviare un’email come segue:
Oggetto: [Antigone (indicare la data scelta) + nome cognome + telefono]
Corpo: per ogni singola persona prenotata, indicare luogo e data di nascita + numero di documento d’identità + numero di telefono
Allegati: allegare documento d’identità in corso di validità per ogni singola persona prenotata

CONTATTI
info@teatringestazione.com
+39 320 0304861

NOTA BENE

La partecipazione agli spettacoli e ai laboratori è soggetta all’autorizzazione all’accesso in carcere da parte della direzione dell’Istituto Penitenziario; pertanto, è necessario allegare un documento d’identità in corso di validità all’email di iscrizione e prenotazione. Nel caso di email di prenotazione di gruppo, si prega di inviare i documenti di tutti i componenti del gruppo.

La partecipazione sarà confermata e comunicata via email e telefono, una volta ricevuta l’autorizzazione della direzione dell’Istituto Penitenziario.

Bar-abbâ

________ Bar-abbâ

In aramaico “Bar” vuol dire figlio e “Abbas” vuol dire padre. Si fa riferimento al Barabba delle culture messianiche, figura criminalizzata, brigante, rivoltoso o indicato spesso come Cristo stesso, dunque un figlio che porta il peso di una assenza, di una recisa reciprocità. Detenuti e figlie e figli adolescenti si ritrovano insieme, in carcere, a seguire un percorso al tempo stesso di cura, formazione e creazione artistica, che si compie con la produzione di uno spettacolo. Il laboratorio teatrale si basa su pratiche sceniche diversificate e attività multidisciplinare, sulla messa in comune di esperienze e saperi e la creazione di esiti aperti al pubblico. La continuità porta ad un effetto trasformativo, sia dal punto di vista culturale che relazionale, intervenendo non soltanto sulla relazione tra detenuti e figli, ma coinvolgendo anche l’istituzione e le cerchie relazionali che di fatto ne subiscono l’influenza.

Con Bar-Abba, in sinergia con l’Istituzione, si radicano e si sviluppano gli obiettivi di cucitura, relazione, apprendimento, ampliamento delle prospettive di vita e professionali. Ispirato alla Carta dei diritti dei figli dei genitori detenuti, siglata tra Ministero della Giustizia e Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza, il progetto contrasta la povertà sociale ed educativa, rimarginando il rapporto detenuti-figli, restituendo il diritto alla continuità del legame affettivo e alla genitorialità, per il reinserimento nella società con una lingua nuova, un pensiero riformulato e una visione inedita di futuro. Il laboratorio teatrale condiviso tra detenuti, figlie e figli è il luogo concreto dove prende corpo una nuova possibilità di vita, con ricadute tangibili sull’intero sistema di relazioni familiari e sociali che regolano la vita di una comunità.

Ideato nel 2019, rimasto in sospeso a causa della pandemia, prende finalmente vita nel 2021 presso la Casa Circondariale di Poggioreale, dove ha concluso il suo ciclo il 20 novembre 2023, con l’esito pubblico “BarAbba Open Day”, in occasione di “Affabulazione” rassegna culturale del Comune di Napoli.

È stato sostenuto per due annualità dall’otto per mille della Chiesa Valdese.

E’ tutt’ora in corso presso la Casa Circondariale di Napoli Secondigliano.


2024
Casa Circondariale di Napoli Secondigliano

Il progetto ha preso avvio nel 2024 ed è tutt’ora in corso presso il reparto Mediterraneo della Casa Circondariale di Napoli Secondigliano.


2021 – 2023
Casa Circondariale di Napoli Poggioreale

Ideato nel 2019, rimasto in sospeso a causa della pandemia, prende finalmente vita nel 2021 all’interno della Casa Circondariale di Poggioreale-Napoli.

Il biennio 2021-2023 è stato sostenuto dai fondi otto per mille della Chiesa Valdese.

Il lavoro ha coinvolto 12 detenuti e i loro figli e figlie concentrandosi sullo studio del Don Chisciotte di M. Cervantes per approdare alla conclusione del suo ciclo il 20 novembre 2023, con l’esito pubblico “BarAbba Open Day” in occasione della rassegna culturale “Affabulazione” del Comune di Napoli, invitando il pubblico ad entrare nelle viscere del carcere di Poggioreale per prendere parte ad una giornata in cui, all’esito spettacolare, è seguito un incontro di riflessione e dibattito moderato da Valentina Vittoria Mancini.

Tratto dal comunicato stampa

“Come un vaso senza fondo ci ingoia la fantasia di Cervantes, ci risucchia nel suo vortice di schiaffi, bastonate, denti all’aria, urla di battaglia, scenari fantastici che si sovrappongono alla fissità imposta dalla narrazione comune, avventure che si risolvono in un nulla di fatto.
Parte Don Chisciotte, corazzato di illusioni che rimbombano di eroi da eguagliare, isole da conquistare, giganti da combattere, principesse da liberare, castelli da difendere, incantesimi da spezzare, ingiustizie da punire. Un viaggio di solo ritorno, attraversando la violenza, lo scherno, il sopruso dell’uomo sull’uomo, per ricongiungersi con la sua trista figura. Lo accompagna Sancio, legato alla promessa di un’isola che non c’è.
Incantato l’uno e illuso l’altro si muovono entambi da una realtà certa verso l’impossibile. Erriamo in cerca di quelle avventure che ci permettono di sfuggire al nulla, protendendo maldestramente una mano armata per toccare, un urlo per parlare, una fuga per rincorrere, accumulando cicatrici come promemoria. Erriamo per imparare.”

Misantropie

MISANTROPIE

Da Molière ai bestiari medievali, sotto la guida de Il riso di H. Bergson.

Mi prende l’umor nero e un profondo dolore quando vedo la gente comportarsi in tal modo. Io riscontro dovunque solo vili lusinghe, ingiustizia, interesse, scaltrezza, tradimento; non posso contenermi, mi adiro, e mi propongo di mandare all’inferno tutto il genere umano.

Il Misantropo – Molière

Cura della visione
Gesualdi | Trono

In scena
I Detenuti della Casa Circondariale di Poggioreale

Costumi
Federica Terracina

Produzione
Napoli Teatro Festival e TeatrInGestAzione
In collaborazione con la
Casa Circondariale Napoli Poggioreale

i bozzetti di Federica Terracina

Misantropie nasce come esito del laboratorio di creazione scenica rivolto ai detenuti della Casa Circondariale di Napoli Poggioreale.
Uno spettacolo che prende vita da una pratica che passa da corpo a corpo.

Il carcere rappresenta e ci rappresenta come sintesi della società viziata e deformata che viviamo. Luogo ai margini dell’esistenza, da consultare all’occorrenza come bestiario contemporaneo.

Qui, il nostro misantropo è l’uomo tra le bestie. In gabbia, accerchiato da pavoni, iene, camaleonti e altri animali, si dibatte tra istinto e morale mentre sprofonda nell’intestino di Célimène. Ma la bestia di cui parliamo non è riconducibile ad un soggetto, non ha nome e cognome, ma è massa, è atteggiamento, è resa.

Non una riscrittura del Misantropo ma un osservatorio sulla disumanizzazione, un decalogo sul divenire della bestia, una mappa per la discesa agli inferi, e su come l’uomo in fondo sia ridicolo nell’affermare la propria superiorità.

Beckett On Air

BECKETT ON AIR

Trailer Video integrale




Beckett On Air (2015)
di TeatrInGestAzione, ispirato a Tutti quelli che cadono di S. Beckett

itinerario pedagogico, cura della visione
Gesualdi | Trono

con i detenuti della Casa Circondariale Poggioreale di Napoli


Dopo 8 anni di permanente lavoro teatrale con gli internati del Manicomio Giudiziario di Aversa, inauguriamo il nostro nuovo percorso teatrale all’interno del carcere di Napoli Poggioreale con un ritorno a Beckett, un lavoro intorno a “Tutti quelli che cadono”.
Un’esperimento di ascolto collettivo. Siamo tutti presenti nello stesso luogo, quello del suono. Non c’è più differenza tra noi, nell’ascolto. Ci accomuna l’horror vacui, l’insensatezza di certi destini, l’abitudine al male minore, l’insostenibile peso del quotidiano.
Le voci che ascoltate appartengono a tutti i detenuti del corso di teatro, compresi coloro che non possono godere di un permesso per uscire e che dunque stasera non sono qui con noi.
Sapendo fin dall’inizio che non tutti avrebbero potuto godere del permesso per prendere parte allo spettacolo in persona, abbiamo scelto la forma del radiodramma, per testimoniare la partecipazione e l’impegno di tutti i detenuti che hanno lavorato alla costruzione dello spettacolo. L’ascolto è completato da un’immagine in lento ed inesorabile movimento, una caduta rovinosa.
“Beckett On Air” vuole essere un campo lungo sull’umanità atrofizzata nel pensiero, povera di linguaggio, primitiva nei desideri, soffocata dal possesso, evocata da Beckett in immagini di corpi esplosi, putridi, bestiali, fusi con pezzi di lamiera, o disciolti nel fango, ricoperti di polvere. Immagini che sottratte alla rappresentazione visiva da Beckett, qui verranno soltanto accennate, suggerite, per essere formulate in piena libertà dallo spettatore, affinché abbiano le fattezze dei propri fantasmi, dannati, in un cammino sfrenato verso un unico obiettivo: il riposo.
In questa cieca corsa verso la morte da differire attraverso altre morti, il Dio grottesco riduce tutte le vite che incontra a miserabili passatempi. E il richiamo della fine romba in lontananza.
In scena una radio che manda la registrazione della pièce, raccolta nelle stanze del carcere, nelle voci dei detenuti che si sono avvicendati durante “il corso di teatro”. In essa, tutto ciò che possa essere spremuto da una carcassa d’uomo. Un tentativo di resistere all’afasia, solo attesa di una fine qualunque, in un dormiveglia in cui campeggiano all’orizzonte sogni e desideri, di altri, fatti propri.
In carcere abbiamo ascoltato quel linguaggio zoppo, privo di nessi causali e spesso confuso da un grammatica imprecisa. Continuamente i discorsi non fanno che arenarsi per via del lessico scarno, o più semplicemente dell’impossibilità di distinguere il “potrei” dal “potessi”. Abitanti di un mondo di desideri falsi, che tutto costruiscono su quelle poche parole che sono loro rimaste impresse, o per caso o per convenienza. Non vi è dunque possibilità di capirsi appieno se non nel lamento, nella crudeltà. Svestendo la propria “funzione sociale”, sposando la disillusione, minando la speranza, il desiderio, il pensiero della felicità, della soddisfazione, il concetto di forza, potere, amore, famiglia. E sui questi cocci celebrare la vita che viene.

Che ne sarà dei fiori

Che ne sarà dei fiori

Una suggestione scenica da Donna Rosita Nubile di Federico García Lorca.

 

 

 

Il tempo di Donna Rosita, col corpo a marcire a Granada, e il cuore in volo, appeso a una promessa. E il tempo passa e il progresso ti invecchia, scolora il futuro. Perfino il cemento sfiorisce. Che ne sarà dei fiori? Cosa accadrà il 31 marzo 2013, giorno designato per la definitiva chiusura degli OPG?

Il 26 gennaio 2012 l’aula del Senato, in sede di approvazione del decreto 3074 detto “Svuota carceri” ha approvato un emendamento secondo cui gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari (Manicomio Criminale), “le cui condizioni offendono la coscienza civile del Paese”, chiuderanno entro il 31/3/2013. Si può leggere nel testo della legge:

Entro il 31 marzo 2013 gli istituti penitenziari già sede di ospedale psichiatrico giudiziario sono definitivamente chiusi o, in alternativa, riconvertiti ad altra funzione penitenziaria.

Il decreto diventa legge il 14 febbraio 2012. Il conto alla rovescia inizia. Alle Regioni, che hanno la competenza in materia sanitaria, restano 12 mesi per dotarsi di nuove strutture capaci di accogliere i degenti. Cosi’ recitava la previsione di spesa:

per il 2012 120 milioni per strutture e 38 milioni per attività, per il 2013 60 milioni per strutture e 55 per attività.

Dalla previsione al primo bilancio il decreto ministeriale e’ fermo in conferenza Stato Regioni con un ritardo ad oggi di 6 mesi, nessun fondo e’ stato stanziato. L’anno 2012 volge al termine e il rischio evidente è che i 158 milioni (120+38) tornino nel bilancio pubblico e vengano destinati ad altri fini.

La data del 31 marzo 2013 si avvicina e la chiusura degli OPG si allontana, inesorabilmente. Per l’articolo 222 del codice penale i ricoverati sono tutti cittadini prosciolti per infermità psichica da un’accusa di reato ma che, in quanto socialmente pericolosi, devono essere sottoposti ad una misura di sicurezza riesaminabile entro due, cinque o dieci anni. Concretamente questo si traduce nell’internamento in un OPG per un tempo potenzialmente prorogabile all’infinito.

Il tempo di Donna Rosita si è mescolato con quello della promessa della chiusura definitiva di questi orrori. Ma dopo… cosa resta? Sono pronte le alternative per prendersi cura di queste PERSONE? I manicomi criminali verranno dismessi, ma che ne sarà degli internati?

Tutto questo affaccendarsi passa sulle loro vite senza che essi possano intervenire. L’unica cosa che possono fare è coltivare la speranza, vivere nell’illusione, mentre il corpo continua ad accasciarsi sotto il peso del futuro rubato ad una promessa.

Il lavoro è stato condotto affinché gli internati stessi fossero autori delle scene, delle immagini, dei contenuti di questo studio, cercando di dare loro quella libertà di espressione e visione che gli è negata. Del testo di Lorca hanno mantenuto l’illusione di una promessa a cui credono ancora.

Gesualdi / Trono

 

Che ne sarà dei fiori (2012)
di TeatrInGestAzione, ispirato a Donna Rosita Nubile di F. G. Lorca

itinerario pedagogico, cura della visione
Gesualdi | Trono

con gli internati dell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario F. Saporito di Aversa (CE)

Fratello mio, Caino

Fratello mio, Caino

Lettura scenica in movimento
dal Caino di Lord Byron, dramma in versi del 1821.


TrailerVideo Integrale


Che colpa è se in sé non è una colpa?
La circostanza può colpa o virtù decider?
Se è così, saremmo schiavi…

Lord Byron


Il paradiso non è lontano, è un luogo che si pone tra me e chi è disposto ad ascoltarmi. Se le mie parole cadono nel vuoto, tanto vale scendere all’inferno. Se nessuno vuol sedermi accanto, diviene inutile il mio respiro. Siamo qui per lo Spettacolo. Entriamo in teatro ed occupiamo un posto, lo scegliamo accuratamente, e che sia vicino a chi conosce e condivide i nostri pensieri, per poterne discutere e sentirci liberi di far risuonare la nostra opinione. Ma non sempre ci è data questa fortuna, più spesso siamo soli, non tanto nella quotidianità, ma in quello spazio interminabile e senza tempo che alberga dentro di noi. Lì possiamo incontrare Caino. Sederci accanto a lui e ascoltare dall’inizio come fu che si ritrovò ad essere per tutti noi il primo assassino. Nella postfazione la traduttrice Lucia Anessi scrive – Caino è in ogni uomo.

Caino è in noi, quando non supportati da una fede che tutto appiana, ci logoriamo in una lotta interiore disperata, quando indaghiamo sui quesiti eterni in una ridda di perché senza risposta; è in noi quando la direzione verticale del nostro desiderio di infinito, di assoluto, viene amputata da una frustrante realtà. Caino è immagine dell’individuo che conduce la sua lotta nel proprio spirito e in esso può creare la propria salvezza. Chiederemo al pubblico di sedere da soli ad ascoltare la storia di Caino riscritta da Byron. Per ogni spettatore una sedia vuota, un disequilibrio, una solitudine, una vertigine, un salto nel vuoto, sull’abisso degli spazi, da pari a pari il volo, per riuscire a vedere attorno a noi il paradiso e accanto a noi un fratello.


Fratello mio, Caino (2011)

di TeatrInGestAzione, ispirato a Caino di Lord Byron
itinerario pedagogico, cura della visione
Gesualdi | Trono

con gli internati dell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario F. Saporito di Aversa (CE)

La Giostra

 

 

 

 

La Giostra

GIUDICE (canta): La regola è: occhio per occhio! Il folle si aspetta l’eccezione

 

 

Storia di un viaggio di sola andata, compagni per forza e non per scelta; eccezioni dominate da una sola regola: la legge è uguale per tutti, ma non tutti sono uguali per la legge. Siamo tutti il Portatore, ci dicono i nostri attori dopo aver letto il testo di “Bertoldo” (“L’eccezione e la regola” di Bertolt Brecht). Nessuno di loro vuol fare il Mercante o il Giudice, sfruttato o sfruttatore, è una questione di coscienza. Poi ci indicano la vecchia giostra a spinta abbandonata nel viale dell’OPG quella giostra siamo noi, abbandonati qui dentro, dimenticati perfino dal destino. Vedete non gira più. E’ immutabile come il tempo che passa sulle nostre vite.

Vite eccezionali che nessuna “buona società” può contenere in regole troppo generalizzanti sempre più concepite per il bene di pochi e per la sofferta sopravvivenza di molti, lontane dalla realtà vissuta dalla grande parte della collettività. Regole, che ci vorrebbero sempre più bestie domate pronte a caricarsi in spalla il bagaglio dell’ingiustizia civile che queste regole detta, ignorando la diversità degli individui, diversità intesa come ricchezza, la cui considerazione porterebbe il giusto contrappeso alla misura sociale, sarebbe anzi occasione continua di confronto e miglioramento. Troppo spesso però le regole sono formulate ed approvate per puro interesse personale, vestite della bugia del “bene comune”. Chi si trova ai margini e non rientra in nessuna categoria sociale “sicura”, prevedibile, sotto controllo, si ritrova solo e disarmato ad attraversare un deserto fatto di diffidenza e sospetto, relegato nell’archivio delle eccezioni, catalogato rinchiuso e dimenticato. Reato eccezionale non previsto dalla Regola.


TrailerVideo integrale




La Giostra (2009)

di TeatrInGestAzione, ispirato a L’Eccezione e la Regola di B. Brecht

itinerario pedagogico, cura della visione
Gesualdi | Trono

con gli internati dell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario F. Saporito di Aversa (CE)

Noi Aspettiamo

 

 

Noi aspettiamo

 


Noi aspettiamo (2007)

di TeatrInGestAzione, ispirato a Aspettando Godot di S. Beckett

itinerario pedagogico, cura della visione
Gesualdi | Trono

con gli internati dell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario F. Saporito di Aversa (CE)

il nostro teatro nel Manicomio Criminale

La Compagnia Stabile formata dai registi Gesualdi | Trono e dagli attori – internati dell’OPG di Aversa, ha preso vita nel 2006 con un progetto su Aspettando Godot, e da allora non ha mai interrotto la sua attività di produzione. Stabile può ben dirsi anche se i suoi elementi cambiano ad ogni sopraggiunta liberazione. Stabile perché tale è l’onestà e la costanza del lavoro che conduciamo nell’OPG di Aversa; perché resta un punto di riferimento per gli internati che decidono di partecipare all’attività con “quelli del teatro”. Gli interventi teatrali che hanno raggiunto il pubblico: Che ne sarà dei Fiori; Fratello Mio, Caino; La Giostra, ovvero l’eccezione E’ la regola; Noi Aspettiamo (Godot?). I Festival, le rassegne e i teatri che hanno ospitato la compagnia, alcuni di loro più volte nel tempo: E’(C)CENTRICO – Torino; Benevento Città Spettacolo – Benevento; Il Carcere Possibile – Napoli; Officine CAOS – Torino; Mercadante TEATRO STABILE – Napoli; Galleria Toledo TEATRO STABILE D’INNOVAZIONE – Napoli; Maschio Angioino – Napoli; Ex Macello – Aversa (CE); Teatro Garibaldi TEATRO STABILE – Santa Maria Capua Vetere (CE). L’attività della compagnia è documentata nel volume Recito, dunque so(g)no Edizioni Nuove Catarsi, dedicato al Teatro e Carcere, redatto per il Corso di Teatro e Spettacolo 2009-2010 alla Facoltà di sociologia dell’Università di Urbino, a cura di Emilio Pozzi e Vito Minoia (con prefazione di Meldolesi, allo stesso dedicato). Gesualdi / Trono, dal 2010 sono tra i soci fondatori del Coordinamento Nazionale Teatro in Carcere. Il loro lavoro pedagogico all’interno dell’OPG di Aversa è oggetto di diverse tesi di laurea, in diversi istituti universitari italiani. Sono stati chiamati alla docenza nel corso di ALTA FORMAZIONE – Operatori teatrali in aree disagiate e strutture carcerarie coordinatore Antonietta Rame – nel progetto FormArt Lavoro (già progetto Technè) Scuola per i Mestieri dello Spettacolo diretta da Ruggero Cappuccio. Nel 2011 debutta Caini d’Aversa film documentario (di Nicois e Palamara, produzione Primapagina s.r.l.), sul lavoro di TeatrInGestAzione all’interno del Manicomio Criminale di Aversa.

 

 

 

 

Esperienze e Testimonianze

 

Intervista a Gesualdi Trono a cura di Iole Ciliberto per la sua tesi di Laurea in storia del teatro Università FedericoII – prof. Ettore Massarese

 

Una vostra definizione di teatro terapia?

La nostra pratica teatrale si fonda sulla relazione, attraverso l’osservazione e la registrazione di tutto quello che ci circonda, fin dove arriva il nostro sguardo, e il nostro ascolto, e di tutto quel che abita dentro di noi, fin dove arriva la propria co(no)scienza, mettendo in moto una tensione circolare che va da me all’altro e viceversa, attraversandoci. Il lavoro sul principio della relazione agisce sulla chimica del corpo, sviluppa la capacità di misurare l’oggettività che sta tra gli elementi messi in relazione, siano essi oggetti, o persone. L’oggettività dona un nuovo sguardo, un nuovo modo di osservare, una nuova capacità di ascolto, che permette a chi incontra il teatro non già di guarire, ma di perseguire la cura di sé, degli altri, e del bene comune. Il teatro è una palestra di fiducia, e di conoscenza degli altri e poi per riflesso di se stessi, la sua valenza terapeutica è intrinseca; esso è uno strumento vivo di relazione che se praticato con regolarità e costanza può farsi terapia del bene comune.

 

Qual è stato il vostro primo lavoro in questo particolare ambito di utilizzo dell’attività teatrale e che ricordo ne avete?

Giovanni Trono: la prima volta che ho avuto a che fare con un progetto di teatro con persone affette da patologie psichiatriche è stata con i “Matti dell’orto dei Pecci” a Siena. Ricordo che mi chiamavano il talebano… allora avevo barba e capelli lunghi. In quell’occasione ho scoperto che non si trattava di capire i matti, ma semplicemente di lasciare che accadesse un incontro, di lavorare a eliminare gli ostacoli che nascono proprio dal concetto di normalità. I loro occhi erano diversi, avevano la capacità di squarciare le mie armature e di guardarmi dentro. Anna Gesualdi: Durante la permanenza nel progetto Laboratorio365, con Barbara Bonriposi e Riccardo Tordoni, abbiamo lavorato con 30 utenti disabili fisici e psichici della comunità di Capodarco d’Umbria, a Gubbio. Mi ha lasciato la poesia dei piccoli gesti, la violenza della gioia improvvisa, la responsabilità della propria presenza come necessità per la sopravvivenza dell’altro; e cosa più importante di tutte, la potenza espressiva e comunicativa della fragilità nel teatro, su cui oggi fondo la mia pedagogia.

 

Cosa ha portato al progetto TeatrInGestAzione?

Ci tiene con i piedi per terra, lo sguardo lontano, l’azione sul respiro e il pensiero in cantina.Ci ricorda costantemente che il teatro è qualcosa che accade ogni volta che la realtà s’innalza verso la verità. Ci pone in un confronto costante con i nostri limiti, sviluppando un naturale istinto a cercare di comprenderli nella nostra azione. I “nostri ragazzi” hanno una necessità diversa dagli attori professionisti, per loro la scena rappresenta la possibilità di essere di nuovo abili alla partecipazione, uno spazio conquistato e non dovuto, il luogo della dignità restituita. Spesso senza pensarci su, a chi ci domanda come procede l’attività in OPG, ci capita di rispondere “resistiamo”; un giorno io, Giovanni, ho capito quella risposta che tante volte ho dato d’istinto, senza intenzione: uno dei nostri attori, era tra quelli più istituzionalizzati, privato di qualsiasi aspetto e condizione umana, alla fine di uno spettacolo avvicinatosi al microfono guardò il pubblico e disse semplicemente il suo nome e cognome. Lì ho capito che resistiamo significa Ri-Esistiamo. Ecco uno dei sensi profondi che attraversa il lavoro di TeatrinGestAzione, che si è consolidato con il lavoro nel Manicomio Criminale di Aversa. Giuliano Scabia, durante un convegno su i teatri delle diversità parlava del logos-poesia come principio originario dell’esistenza umana, e di ogni possibile creazione; noi in OPG cerchiamo di restituire loro il Logos-poesia, di restituire loro la bellezza che gli spetta; e questa bellezza si riflette come principio nel lavoro di TeatrinGestAzione.

 

Avete mai avuto un attimo di scoraggiamento nel portare avanti questo progetto?

E’ una domanda che ci fanno spesso. Accade a volte di sentirsi le forze mancare di fronte all’ignoranza, all’indifferenza, all’esercizio del potere, alla burocratizzazione della vita umana. Caratteristiche che sono di casa nelle nostre istituzioni carcerarie e che in OPG ad Aversa è prassi. Ti pervade un grande senso d’impotenza a volte, quando i numeri contano più della vita stessa. Ma ci basta incrociare gli sguardi che si affacciano dalle sbarre mentre attraversi i cortili, per ritrovare la forza. Mai, davvero mai, ci siamo scoraggiati nel lavoro con i nostri ragazzi. Loro semmai il coraggio ce lo danno, per restare al loro fianco finché non vedremo chiuso per sempre quel luogo. Una vergogna che resta in piedi per “civile ignoranza”.

 

Qual è stata la reazione delle istituzioni presso le quali avete svolto l’attività di promozione e sensibilizzazione ad un nuovo utilizzo delle tecniche teatrali e in particolare qual è stata la reazione dell’O.P.G di Aversa dall’inizio alla fine del progetto?

Il progetto nato nel 2006, è ancora in corso perché è permanente. Come detto prima, finché non ci impediranno di entrare, e fino a quando esisterà quel manicomio criminale, il nostro progetto non finirà, proprio perché con esso contribuiamo non soltanto al benessere degli internati, ma al superamento della struttura stessa, mantenendo sempre alta l’attenzione su un luogo che normalmente non viene considerato, sulla cui esistenza indegna manca ogni tipo di informazione. Anche se segnaliamo che ultimamente è stata aperta una commissione d’inchiesta parlamentare che ha finalmente portato all’attenzione dell’opinione pubblica la vergogna che si consuma ogni giorni in questi luoghi. Precisazione doverosa per comprendere anche come difficilmente possa esserci qualcosa afferente al mondo dell’espressione artistica, che possa riuscire a scalfire l’ottusa macchina amministratrice del Manicomio Criminale. Per questo motivo ci impegniamo a mantenere alta la qualità del lavoro, perché possa conquistare l’attenzione oggettiva del pubblico superando il veicolo del pietismo, o della morbosità. Più si parla del nostro lavoro più noi conquistiamo credibilità con il personale e i vertici stessi dell’OPG, più riusciamo a condurre con il minimo indispensabile l’attività, resistendo appunto all’indifferenza e alle mancanze istituzionali. La poesia della scena da sola non basta. Novità o meno nelle tecniche proposte non è argomento che riesce a conquistare l’interesse tout court delle istituzioni, o quanto meno a renderlo continuativo. Gli apprezzamenti non mancano, è la loro trasformazione in azioni concrete di sostegno che manca.

 

Come si è svolta la fase di preparazione dello spettacolo “La giostra:l’eccezione è la regola” con gli ospiti dell’O.P.G ?

Il lavoro parte dall’osservazione dello stato reale delle cose. Lavorare in un istituzione totale non può che condurre il lavoro a farsi strumento d’analisi del contesto in cui si svolge e delle condizioni che vivono i partecipanti all’attività. Questo perché il lavoro risponde alle urgenze degli attori, ancor più se non sono professionisti, quindi non tenuti ad occuparsi in generale delle urgenze della società esterna. Poiché essi subiscono una naturale censura, sintomo di una società individualista, hanno diritto ad uno spazio pubblico che gli permetta di raccontarsi e raccontare ciò che la maggior parte degli uomini liberi ignora. Coloro che hanno a che fare con la Giustizia quotidianamente, sono anche i più esperti d’ingiustizia. Così è nata la proposta di affrontare “l’Eccezione e la Regola” di Brecht, che ha dato vita poi allo spettacolo “La Giostra”. Abbiamo proposto al gruppo il testo, l’abbiamo letto e poi discusso insieme i temi che ci hanno naturalmente appassionato e unito in un cammino comune, liberi e non liberi. Poi la strada percorsa è sempre quella della nostra metodologia. Cerchiamo nel corpo le zone tematiche del testo. I corpi ci raccontano le parole che diranno. Se si parte da un testo teatrale già scritto, il primo passo dopo la sua lettura e analisi è il lavoro fisico. L’allenamento del corpo è fondamentale, poiché gli internati non svolgono alcun tipo di attività fisica, camminano poco, passano la maggior parte del loro tempo seduti o sdraiati, quindi i loro corpi hanno bisogno di essere “risvegliati”. Il lavoro sul corpo attraversa poi la relazione coi compagni e con lo spazio. Le dinamiche corali danno vita alla creazione delle scene. Le parole si ripetono ad alta voce, senza che nessuno sia obbligato a impararle; l’ascolto del testo durante gli esercizi di relazione corale, permette di imprimere nella memoria le parti del testo che rispondono all’urgenza tematica. Mano a mano che si va avanti i testi si arricchiscono di quelle storpiature che poi vengono modellate in una scrittura scenica, fatta di Brecht, di me, di noi, di sentito dire, di silenzi, di stralci di canzoni, di articoli di giornale, di versi ripescati nella memoria, di quotidiani divieti, di solitari pensieri rumorosi che finalmente trovano una voce comune.

 

Come si svolge un’attività di insegnamento delle tecniche teatrali indirizzata ad individui affetti da particolari problemi psichici e quali sono le differenze maggiori rispetto ad un insegnamento tradizionale e “normale”?

Innanzitutto non ci occupiamo di insegnare tecniche teatrali, tantomeno “normali”, ma il nostro è uno studio sullo strumento corpo-macchina e sulla relazione, qualunque sia la sua natura, per cui ciò che facciamo, è indagare il funzionamento di ogni singolo corpo e dei suoi meccanismi materiali e immateriali, regolati dalle leggi del respiro. Questa indagine ci porta naturalmente a scoprire i limiti e le fragilità che poi segnano il percorso della creazione. Ecco perché non c’è alcuna differenza sostanziale nel lavorare con professionisti, non professionisti, disabili, particolarmente abili… si tratta di acquisire la consapevolezza degli strumenti che possediamo e di metterli al servizio dello spettacolo, della creazione. Più che altro possiamo dire che un gruppo d’internati detenuti presentano maggiori problemi fisici e scarsa capacità di attenzione, e una tendenza ad affaticarsi presto, spesso conseguenze delle terapie farmacologiche.

 

Qual è stata la motivazione fondamentale che ha condotto alla scelta del testo di Brecht?

All’inizio di un nuovo lavoro l’attività si basa prevalentemente su un dialogo libero, come un incontro tra amici che parlando del più o del meno arrivano a dichiarare le proprie urgenze. Da questi incontri deduciamo una serie di temi, e quindi di proposte testuali. Il gruppo sceglie il testo tra quelli proposti e si parte. Il gruppo della Giostra scelse il testo di Brecht perché ingiustizia, differenze sociali e abuso di potere erano concetti familiari, che ognuno di loro aveva concretamente subito, di cui avevano desiderio di parlare al pubblico.

 

Quale elemento del testo viene maggiormente evidenziato in questa messinscena e qual è la motivazione?

La ciclicità viziosa di tutte le umane vite e della storia dell’uomo. L’impossibilità di vincere sull’ottuso interesse personale, le relazioni malate costruite sulla stratificazione sociale. Guardando dalla finestra dell’area trattamentale la giostrina che utilizziamo in scena, abbandonata in uno dei cortili dell’OPG, Marcello, uno dei nostri internati un giorno disse: “ quella giostra siamo noi, che gira gira tra le carte, le speranze, facciamo propositi di tutti i tipi ci diamo da fare ma poi alla fine siamo sempre nello stesso posto”.

 

Quali sono stati gli apporti che una simile attività ha aggiunto al significato primo del testo brechtiano?

Sempre uno di loro un giorno disse: “siamo tutti il Portatore”. E questa considerazione è diventata una qualità intrinseca anche nell’analisi degli altri ruoli. Il mercante, i poliziotti, la guida, l’albergatore…. erano tutti il portatore.

 

Quali sono gli elementi della rappresentazione che rientrano nell’ottica di una “scelta necessaria” e quali invece sono state le scelte stilistiche?

Possiamo dire che lo stile complessivo dell’opera rispetta la poetica che nasce sempre e soltanto dalla necessità. Le urgenze tematiche e anche quelle più concrete derivanti dalla mancanza di fondi e di sostegni economici, o dalle difficoltà di varia natura che si possono incontrare, determinano l’estetica. Il nostro stile deriva dalla pratica dell’urgenza.

 

Cosa significa precisamente “onestà” come chiave d’interpretazione del lavoro?

Noi non fingiamo di non essere in un Manicomio Criminale e non fingiamo che loro non abbiano problemi mentali, né tra noi né col pubblico, innanzitutto partiamo da questo. L’onestà di cui parliamo ha a che fare con la condizione dell’uomo, mai assolutamente indipendente ma sempre bisognoso degli altri, la relazione è alla base del nostro lavoro perché è espressione di quella necessità. Essere onesti significa riconoscerlo e lasciare che tutti possano riconoscersi. Non c’è menzogna, non c’è artificio, tutto è dichiarato, semmai sublimato nella bellezza, nella poesia, ma mai nascosto o camuffato. Cerchiamo di rispondere alle leggi del teatro e non dello spettacolo. Essere onesti per noi vuol dire sprofondare e riportarci alla luce. Rivoltarsi.

 

Quali sono state le maggiori difficoltà riscontrate nel condurre un’attività teatrale con dei pazienti di un ospedale psichiatrico?

Le maggiori difficoltà s’incontrano sempre per motivi legati alla condizione dell’internamento, della reclusione, quindi a fattori non strettamente legati alla malattia. L’attività deve infatti tenere conto degli effetti delle terapie farmacologiche, della mancanza di attività motoria, delle pessime condizioni igieniche degli spazi in cui vivono gli internati, del sovraffollamento, degli umori scatenati dalle difficili relazioni con il personale e con le istituzioni, della burocrazia che spesso è la prima causa della forzata permanenza di chi è stato dichiarato dimissibile e non è messo in condizione di lasciare l’istituto, della devastante solitudine vissuta da chi è stato abbandonato dalla propria famiglia, di chi ha perso i propri affetti. Le difficoltà che possono normalmente spalmarsi su un’intera società, diventano ingestibili in OPG perché spesso sono condizioni che tutte insieme ognuno degli internati vive, fatte salve pochissime eccezioni, che ovviamente confermano la regola.

 

Come “agisce” il teatro in questi casi? Quali sono stati i miglioramenti o i cambiamenti che ha avuto modo di vedere e provare durante questa attività?Un aneddoto particolare?

Il teatro crea un luogo altro, che cerca di portare le difficoltà fuori dal contesto in cui nascono, senza però negarlo o ignorarlo, per sviluppare uno sguardo oggettivo che riesce a superare la condizione personale. Il luogo in questione nasce dalla relazione con i partecipanti, che condividendo un’esperienza creativa, riescono ad oggettivizzare la propria condizione. L’attività fisica proposta riattiva il movimento del corpo, producendo endorfine, che contrastano l’eccessivo effetto sedativo delle terapie farmacologiche, influenzando molti dei cicli fisiologici che riguardano il nostro organismo, generando un effetto positivo sull’umore, in grado di migliorare la resistenza allo stress, alla fatica ed al dolore. Da ultimo l’attività teatrale sviluppa una capacità critica e dona una nuova prospettiva futura in visione di una riconquistata libertà. La maggior parte degli internati che negli anni hanno partecipato all’attività, ha sviluppato una nuova prospettiva di vita, e interesse per l’arte teatrale, ed espresso il desiderio e l’intenzione di continuare l’attività anche in libertà se fosse stato possibile. Con tanti siamo rimasti in contatto e alcuni di loro continuano in altri contesti a frequentare il teatro nei suoi diversi aspetti. Molti hanno deciso di non nascondere il proprio passato, mettendo la propria esperienza a disposizione dell’informazione sulle condizioni degli OPG e degli internati, portando come esempio la propria esperienza in conferenze dedicate e seminari. Tanti di loro hanno espresso il desiderio di continuare il lavoro con la nostra compagnia, fuori dall’OPG; un progetto che ci piacerebbe attuare, ma che non siamo riusciti ad attivare finora per mancanza di fondi e di sostegni istituzionali. Particolare è l’esperienza di Ezio (che nella giostra era “la guida”), che dopo 30 anni tra carcere ed OPG, è stato un interlocutore prezioso della commissione parlamentare d’inchiesta per il superamento dell’OPG; il teatro gli ha fornito gli strumenti fondamentali per rendere comunicativa la sua esperienza, conquistando diverse platee.

 

Quale valore ha avuto questa esperienza per gli ospiti dell’O.P.G ?

Senza dubbio il valore più grande che riacquistano è la dignità. La questione della perdita dei valori è strettamente legata al disagio. Le valige che portano in scena durante lo spettacolo contengono appunto i valori che gli sono stati sottratti perdendo la condizione di uomini liberi e sani. Ognuno di loro ha scritto sulla propria valigia di scena quel valore che non avrebbe dato via per nulla al mondo, perduto per sempre negli sguardi indifferenti della società. Passaggio sottolineato dalla scena dei viaggiatori in attesa, azione che si svolge sul pezzo musicale di Battiato “Povera Patria”: Nel fango affonda lo stivale dei maiali. Me ne vergogno un poco, e mi fa male vedere un uomo come un animale. Non cambierà, non cambierà sì che cambierà, vedrai che cambierà. Voglio sperare che il mondo torni a quote più normali che possa contemplare il cielo e i fiori, che non si parli più di dittature se avremo ancora un po’ da vivere… La primavera intanto tarda ad arrivare.

 

Come hanno reagito gli attori-pazienti dell’O.P.G. alla partecipazione al Festival Benevento Città Spettacolo?

Non è stata una cosa speciale per loro, perché ogni spazio di pubblica parola è un’occasione di libera espressione. Semplicemente sapevano che avrebbero avuto un’attenzione maggiore dalla stampa, e così è stato. Erano contenti, ma subito dopo lo spettacolo, hanno pensato al lavoro compiuto, alle scene da migliorare, alla prossima uscita, a diventare più bravi, una telefonata, una pizza, e poi al pubblico che affollava i camerini per dirgli bravi e per ringraziarli della verità donata.

 

Quale ruolo concreto avete riscontrato, attraverso questa esperienza, possa avere il teatro nella riabilitazione psichiatrica?

Concretamente, come specificato prima, è in grado di contrastare i devastanti effetti collaterali delle terapie farmacologiche e delle dinamiche della reclusione. Ma questo crediamo possa essere possibile solo se la pratica teatrale attraversa il lavoro sul corpo, sul respiro, sulla voce che parte dal movimento, sulla relazione, e giammai sull’interpretazione, o la recitazione. Lo ribadiamo, il pensiero è meglio che resti in cantina.

 

Credete che il teatro possa essere un’attività da proporre e attuare in maniera stabile all’interno di queste realtà?

Deve essere stabile, bisogna lottare e impegnarsi con tutte le forze perché possano esserci sempre più occasioni di creare compagini stabili all’interno delle istituzioni totali, o in contesti disagiati. Da diversi anni molti di noi si battono con le istituzioni per ottenere un riconoscimento in questo senso, un sostegno a progetti più strutturati di una semplice e discontinua attività basata sul lavoro volontario.

 

Qual è il messaggio che questa rappresentazione si prefigge di far giungere allo spettatore? Siamo tutti il portatore, anche quelli seduti in platea. Come ha reagito il pubblico? Quali sono state le critiche più incisive ricevute?

Il pubblico ha ringraziato e continua a ringraziarci, non per aver visto uno spettacolo, ma per aver “partecipato ad una riflessione comune”, per aver “guardato un pezzo di realtà”, anche se dallo spioncino del palcoscenico. Ancora oggi incontriamo persone che ricordano lo spettacolo come “un’esperienza di vita” (sono parole che ci hanno detto, le riportiamo così come sono state espresse). Ci capita di tanto in tanto di parlare con qualcuno che ad un certo punto si scopre essere stato uno spettatore della giostra. E’ una lezione continua, che produce ancora oggi incontri preziosi. Per questo abbiamo anche deciso di mettere on line il video integrale, come testimonianza viva di un’esperienza collettiva.

 

Quale valore ha assunto l’incontro con il teatro per gli attori partecipanti successivamente alla messinscena?

Gli ha restituito il senso della parola “futuro”.

 

Al termine del progetto quali sono le sue considerazioni ?

Nessun progetto teatrale può dirsi terminato fino a che vi sarà qualcuno che lo ha visto, vi ha partecipato e per questo può raccontarlo. La parola fine non può esistere in un lavoro che sviluppa domande, che vuole indurre alla domanda l’ormai atrofizzato “corpo sociale*”. [*Qual è il senso, qual è la radice della metafora “corpo sociale”? Una mente personale ha sensi e intelligenza ma è anche partecipe di un “senso comune”. Chiediamoci allora che cosa sia il senso comune e quali rapporti abbia con il corpo sociale. Che cosa sia una comunità e quale rapporto vi sia tra la comunità e gli individui che la compongono. Ricordandoci che la comunità viene prima dell’individuo: sua culla, suo terreno di crescita e di nutrimento, sua “radice”. Subordinare così il punto di vista della comunità a quello dell’individuo libero e responsabile è una svolta recente nella storia umana e, a quanto pare, per nulla irreversibile. Nelle nostre democrazie, dove ogni testa vale un voto, questo capovolgimento deve operarsi nella coscienza di sempre nuovi individui, perché le democrazie non solo progrediscano, ma restino semplicemente in piedi; questo esige il raggiungimento dell’autonomia morale da parte dei più, possibilmente di tutti. Roberta De Monticelli] ANNA GESUALDI e GIOVANNI TRONO