Radiant Rebellion

Radiant Rebellion

«Quid est quod est? Ipsum quod fuit. Quid est quod fuit? Ipsum quod est. Nihil sub sole novum»
(Cos’è ciò che è? La cosa che fu. Cos’è ciò che fu? Ciò che è. Niente di nuovo sotto il sole.)

Giordano Bruno De la causa, principio et uno

Un’azione collettiva che lasci una traccia, una drammaturgia dei corpi e dello spazio, in una combinazione di memoria e immaginazione.
Il moto dei pianeti attorno al Sole prende il nome di “rivoluzione”. A partire dai moti del sistema solare, esploriamo il movimento collettivo come scrittura dello spazio, l’interazione tra i corpi che dà vita ad un sistema in divenire. Nell’avvicendarsi delle stagioni rintracciamo miti, rituali, danze. Giro dopo giro si generano nuove relazioni, le vite si moltiplicano, le storie si scrivono nell’alternarsi della notte e del giorno. In questo rincorrersi, prende forma uno spazio comune di azione, un movimento solo all’apparenza spontaneo, che risponde alle leggi che regolano l’universo. Dinamiche che superano la dimensione umana, misurata dai ricordi che si accumulano, ci illuminano e poi scolorano come foto bruciate dai raggi implacabili dell’estate. Nulla potremo allo spegnersi del sole, ma vivere in rivoluzione ogni attimo e sorprenderci ad essere ognuno necessario all’altro: finché si vive cerchiamo di splendere. La rivoluzione è radiosa!

Il movimento dei corpi celesti è determinato dalle relazioni che hanno l’uno con l’altro, fin dall’1800 lo studio di queste relazioni ha portato al problema noto come “il problema dei tre corpi”. La formulazione del problema dei tre corpi è semplice: tre punti materiali si muovono nello spazio, sottoposti a mutua attrazione gravitazionale; fissate le loro condizioni iniziali, si tratta di determinarne il moto negli istanti successivi.

Per quanto la sua formulazione sia semplice, il problema dei tre corpi è stato uno dei primi contesti in cui è stata scoperta la presenza di caos deterministico nelle leggi della fisica. In molti sistemi a tre corpi, anche se le leggi di Newton sono deterministiche, piccole variazioni nelle condizioni iniziali possono portare a risultati completamente diversi nel tempo, rendendo il sistema caotico e aprendo una domanda rispetto alla stessa stabilità del sistema solare.
Vogliamo proporre una struttura di relazioni tale da rendere impredittibile il risultato dell’interazione tra più corpi, generando, tuttavia, le condizioni necessarie perché si crei un equilibrio, in cui ogni corpo interagisce con gli altri senza minare la stabilità della struttura.
Come i corpi in rivoluzione, ogni individuo in ogni società si muove in uno spazio relazionale agendo una perturbazione e subendo un’attrazione, immerso in una comunità entangled “aggrovigliata”, in cui nessuno può veramente sentirsi non responsabile del movimento collettivo.

La nostra stabilità e la possibilità di affrontare collettivamente i problemi di sopravvivenza che il global warming ci pone innanzi, dipendono dalla nostra capacità di trovare nella complessità un equilibrio dinamico proattivo, in cui nessuno si senta deresponsabilizzato.


21-30 June 2024, Faro (PRT)

Performance

Radiant Rebellion – The dinner before

“A dinner before” is an action that invites the audience to participate in the dinner before the revolution.
Before starting, the headwaiter will give them instructions. The spectators will have to remain silent during the duration of the dinner and will have to listen to an audio composition elaborated from a series of interviews collected among the citizens of Faro.

Instructions and a QR code, through which the audio file can be accessed, will be printed on the napkins. Participants will be asked to bring their phones and headphones to listen to the audio.

The duration of the dinner will end exactly with the end of the audio file, after the dinner guests will be asked to leave in silence and will then have the opportunity to share their experiences outside.

At the end of the dinner, spectators will be given a sheet of paper with the lyrics of the symbolic song of the Carnation Revolution, Grândola, Vila Morena by José Afonso.

Someone will probably leave singing.

Installation

De Sol A Sol

The “De Sol A Sol” is an installation inspired by the Solar System and serves as a reminder of the revolution’s sunrise and sunset.

In front of Arquente’s panorama, a golden disc with a printed QR code has been placed. People can sit within a circular space surrounded by transparent balloons containing fresh carnations that gradually wither daily. 

The audience can scan the QR code to listen to the audio using headphones, and remain seated for all its duration.

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5-19 July 2024, Kåseberga (SWE)

Performance

Radiant Rebellion – Turning point

Site-specific performance for Ale’s stones, developed with young inhabitants from Ystad and South Sweden.

The sun is the spark, the initial movement, the energy that simmers, waiting for someone to spark the revolt. It illuminates our path as being part of a complex system.
But waiting for it, the only chance to survive is to turn our gaze around, look at each other, and gather in a community:

“Act Now or Swim Later”
“System Change, Not Climate Change”
“Make the Earth Cool Again”
“Respect Existence or Expect Resistance”

These slogans encapsulate the urgency, seriousness, and activism-driven spirit of the “Fridays for Future” movement, conveying strong messages that resonate globally.
The sun is a radiant symbol of energy, life, and continuity in our solar system’s vast expanse. Similarly, the revolution for climate justice, epitomised by movements like “Fridays for Future,” burns brightly with the same intensity and purpose, demanding change and renewal.
Both the sun and the revolution illuminate paths forward. The sun’s light dispels darkness, guiding life through its cycles. The climate movement sheds light on the pressing issues of our time, dispelling ignorance and denial and guiding humanity toward a sustainable future.

Young dancers represent the global youth movement, each embodying the energy and passion of the climate justice revolution. We bring the power of this movement into dance, involving a group of young student dancers.

Installation

Waiting for the Sun

A golden disc with a printed QR code. The audience can scan the QR code to listen to the audio using headphones.

The audio file will consist of original audio combining imaginary scenarios, the “Friday for Future” slogan, songs, sounds, texts, and testimonies collected from young individuals, a legacy of “Radiant Rebellion: Turning Point”.

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23-28 Sep 2024, Bari (ITA)

Performance

Radiant Rebellion – Il suo passo stupiva la terra

Il suo passo stupiva la terra
a cura di Teatringestazione, in collaborazione con Daniela Allocca.

Ci si sveglia un mattino che è morta l’estate,
e negli occhi tumultuano ancora splendori
come ieri, e all’orecchio il fragore del sole
fatto sangue. Ѐ mutato il colore del mondo.
[Mito – Cesare Pavese]

Camminare è un gesto sovversivo ci dice Erling Kagge – “dilata ogni attimo e dà un senso di libertà. […] Per governi e imprese è più facile controllarci finché siamo seduti. Camminare può rivoluzionare un’intera nazione. […] C’è qualcosa di antidemocratico nel tenersi a distanza dalla natura, dall’asfalto e dagli individui sulle cui vite si decide. […] Se da lontano il mondo può apparire omogeneo, da vicino la mappa non corrisponde al terreno.”

Radiant Rebellion è una performance che prende forma di cammino lungo la costa che va da Bari a Polignano a Mare. Un’azione collettiva e partecipata che chiama a raccolta cittadinə, attivistə, viandantə, a farsi corteo luminoso, scrivendo un orizzonte comune, poetico e politico. Un sistema di corpi in movimento, un “corpo celeste”, brillante, che a passo d’uomo illumina e “stupisce la terra”.

Il moto dei pianeti intorno al Sole è chiamato “rivoluzione”. Le città mediterranee sono regolate dai ritmi del sole (Lefebvre). Come i corpi celesti in rivoluzione, ogni individuo in società si muove in uno spazio relazionale agendo una perturbazione e subendo una attrazione, immerso in una comunità “aggrovigliata”, in cui ognuno è responsabile del sistema in cui si muove e che tutto muove. Questo movimento è poliritmico. Ma per dargli volume bisogna farsi cassa di risonanza, compiere un gesto comune, all’unisono, far convergere le istanze pur nelle differenze, moltiplicare le forze.

Non possiamo fare nulla quando il sole si spegne, ma vivere in rivoluzione ogni momento e sorprenderci di essere necessari gli uni agli altri: finché viviamo, cerchiamo di brillare. La rivoluzione è radiosa!

Ci accompagneranno alcune letture fondamentali ed esperienze locali di resistenza e partecipazione.

La partecipazione al cammino è aperta ad un massimo di 45 persone.

Preparazione richiesta ai partecipanti: carico leggero, abiti comodi con un cambio; scarpe da running o hiking; un taccuino e una penna; borraccia; asciugamano; frutta secca o snack per ristorarsi; pranzo a sacco; impermeabile in caso di pioggia.


INSTALLATION
Radiant Rebellion – Invictus

a cura di Teatringestazione

Dove: Fondazione Pino Pascali

“Invictus” è un’installazione che consiste in un disco d’oro con un codice QR stampato al centro che rimanda ad un ambiente digitale sonoro e visivo. L’installazione raccoglie la traccia della performance “Il suo passo stupiva la terra”, un cammino da Bari a Polignano a Mare. Il cammino si compone di interventi di associazioni e attivistə locali, osservazioni del paesaggio e testimonianze di rivendicazioni manifestate sul e per il territorio. Inquadrando il QR code i vistatori potranno connettersi ad un ambiente digitale dove troveranno le istruzioni e la mappa per ripercorrere il cammino lungo la costa, accompagnati dal file audio. Invictus è un’esortazione a riappropriarsi dell’orizzonte, spesso negato dall’esercizio indebito della proprietà privata. Camminiamo per riconciliarci con lo splendore del pianeta “invictus”, che resterà dopo di noi e nonostante noi, almeno fino a che il sole stupirà la terra.


Atlante degli immaginari

Atlante degli Immaginari

Un progetto a cura della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli.

Atlante degli Immaginari è un progetto di innovazione culturale tra i territori italiani, in ascolto dei fermenti creativi più innovativi, per promuovere percorsi di co-progettazione che diano origine a un cartellone di proposte artistiche originali. Un viaggio che nasce dall’incontro tra le sensibilità dei territori e le fonti d’archivio custodite da Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, rappresentative di esperienze di protagonismo sociale.
INFO: fondazionefeltrinelli.it/eventi/atlante-degli-immaginari/

Le Fasi

24-25 ottobre 2020 Milano – Residenza di archivio
Due giornate di ricerca intensiva in cui è stato possibile conoscere le sezioni del patrimonio archivistico e librario della Fondazione che più di altre testimoniano pratiche di protagonismo sociale, politico e culturale di individui, gruppi, movimenti in grado generare processi innovativi.

28, 30 e 31 gennaio 2021 – Workshop di radicamento nei territori
Ogni comunità artistica organizza una giornata laboratoriale di “radicamento” e di “attraversamento” nei territori, tra passeggiate e installazioni in alcuni quartieri particolarmente significativi, per mettere a sistema le fonti storiche raccolte durante la residenza di archivio e far evolvere i temi di ricerca.


24-25 ottobre 2020 – Milano

Residenza di archivio

Due giornate di ricerca intensiva in cui è stato possibile conoscere le sezioni del patrimonio archivistico e librario della Fondazione che più di altre testimoniano pratiche di protagonismo sociale, politico e culturale di individui, gruppi, movimenti in grado generare processi innovativi.


31 gennaio 2021 – Napoli

La Città Educante: Chi ha paura dei Bambini?

Domenica 31 Gennaio 2021, ore 16:00
Presso Basilica di San Severo Fuori le Mura

Interverranno:

Giovanni Laino (Fondatore di AQS – Associazione Quartieri Spagnoli)
Alessandro Pezzella (Edutatore – AQS – Associazione Quartieri Spagnoli)
Accompagnati da Giovanni

Valeria Anatrella (Cooperativa il Grillo Parlante)
Gaetano (Educatore di prossimità – Centro Altra Casa)
accompagnati da Marika, Luca, Anna

Nicola Laieta (Maestri di Strada – Associazione Trerrote)
Giuseppe di Somma (Maestri di Strada – Associazione Trerrote)

Roberto (Cyop&Kaf – Napoli Monitor)


Ascolta la diretta radio

Ascoltalo su MixCloud

I nostri bambini partecipano alle lotte dei grandi così come partecipano di fatto alle condizioni dipendenti dalla loro emarginazione. Se possibile, vi partecipano e vi parteciperanno, speriamo, con maggiore coscienza e chiarezza della generazione che li precede.

La mensa dei bambini proletari – Ombre Rosse – Nuova Serie – n 6 – 1974

Dopo che le parole si erano esibite in mille numeri, come nello spettacolo di un prestigiatore, accadeva che un bambino capisse il trucco. Si leggeva allora nei suoi occhi una quiete da pre-terremoto, poi ogni lettera cominciava a tremare e sussultando e vibrando si affiancava alle altre finché la parola era là, intera, con il corpo della cosa che indicava.

L’isola dei Bambini – F. Ramondino – ARN Associazione Risveglio Napoli

La scuola che domina ancora oggi nell’immaginario collettivo, nonostante le sperimentazioni attuali e quelle che hanno attraversato tutto il secolo scorso, è una scuola che contiene, controlla, si difende. La scuola non si desidera. Eppure essa è il luogo dove i bambini e gli adolescenti fanno la prima esperienza di emancipazione dalla famiglia; dove da figli iniziano il percorso che li porterà a diventare “futuri cittadini”. Una prospettiva questa che spesso sembra sfuggire a chi ha il compito di definire e disporre l’impianto dell’istruzione pubblica, ancora basata su un sistema di diseguaglianze e privilegi, sulla quantità delle nozioni apprese, sulla premialità e sul successo personale; invece che sulla scoperta delle competenze e sul desiderio. Bisogna spesso affidarsi all’iniziativa dei singoli insegnanti o di alcuni illuminati amministratori, o di associazioni e organizzazioni territoriali, per ritrovare quell’idea di paideia, che sottende alla formazione del fanciullo come cittadino, che mette insieme etica e spirito.
I bambini, come i folli, fanno paura; perché non sono addomesticati alla convenzione, a quel linguaggio d’ufficio da sempre inadeguato a descriverli o a parlargli. La scuola, così come è generalmente gestita, figura come istituzione totale a carattere repressivo, incapace di prendere posto nelle dimensioni smisurate e fantastiche abitate dai bambini e dagli adolescenti. Così l’educazione si imposta per lo più rispondendo al continuo stato di emergenza, quasi mai ad un pensiero prospettico.
Eppure una scuola diversa è stata possibile e lo è ancora. Sono tante le sperimentazioni e le esperienze che hanno tracciato la strada per sviluppare un’idea alternativa di scuola, capace di coinvolgere la comunità tutta, di trasformare i propri edifici in architetture umane e dinamiche, in dialogo con il presente mentre si semina per il futuro.

Una scuola che scioglie i propri confini in una intera “città educante”.
Napoli in particolare è stata campo di sperimentazione di pratiche ed esperienze di pedagogia attiva, che fin dagli anni ‘60 si sono sviluppate nelle pieghe della città, occupandosi delle sue contraddizioni e conflitti e facendone elementi di autoformazione. Tanti i luoghi che hanno accolto indistintamente bambini, adolescenti, ragazzi lavoratori, disoccupati, emarginati, esclusi. Il contrasto alla povertà educativa era all’epoca non soltanto emergenza sociale, ma urgenza politica, animata da una visione di “risveglio” che ha lasciato un’importante eredità. Le storie di queste esperienze forse sono poco note ai non addetti ai lavori, ma a conoscerle da vicino fanno sperare in una fioritura futura.
Parliamo di esperienze come quella dell’ARN (Associazione per il Risveglio di Napoli), o della più suggestiva Mensa dei Bambini Proletari; quest’ultima un’esperienza unica nel suo genere, che ci ha colpito per la sua forza poetica e politica insieme e per la sua radicalità. Quella spinta all’autodeterminazione, alla formazione di una intera “comunità educante” è arrivata fino ai giorni nostri; ha lasciato in eredità uno spirito innovatore e una incredibile capacità immaginativa, che ancora anima le esperienze attuali di contrasto alla dispersione scolastica e alla povertà educativa; la riconosciamo nelle importanti organizzazioni che oggi “fanno scuola” come i Maestri di Strada, l’AQS – Associazione Quartieri Spagnoli, il Mammut, e tante tante altre esperienze disseminate in tutta la città. Realtà che agiscono con sensibilità predittiva, in maniera costante e presenziale, accompagnando i futuri cittadini in percorsi di cura dell’immaginario intessuti nella città.
Seguendo queste ed altre tracce stiamo esplorando Napoli come “Città Educante”, cercando quelle che sono le attuali “pedagogie attive”, non sempre ufficiali, a volte spontaneamente organizzate dagli abitanti di uno stesso quartiere. Pratiche condivise, basate sul mutuo soccorso, su una sapienza acquisita sul campo, che incrociano gli “addetti ai lavori”, interagendo con la scuola ufficiale o mediando con la parte più marginale della città. Abbiamo incontrato sulla nostra strada voci e testimonianze di ieri e di oggi; i cui racconti e pensieri crediamo di poter condensare in una domanda: “chi ha paura dei bambini?”. Da qui partiremo per attivare una riflessione condivisa, un esercizio collettivo di immaginazione, a partire dalla voce dei protagonisti della “resistenza educativa” di questa città.
La paura si prova di fronte ad un pericolo e spesso Napoli, che è da sempre associata ai suoi “scugnizzi”, è percepita come “città bambina e pericolosa”. A partire da questa e altre suggestioni, citazioni, narrazioni filmiche, ispirazioni di diversa natura, ci predisponiamo attorno ad un tavolo; un laboratorio di idee dove ognuno è portatore della sua porzione di città ideale: incrociando esperienze e visioni, difficoltà e possibilità, desideri e realtà, tenteremo di comporre insieme il racconto di una “Napoli, città educante”.

AvVento

è un progetto pluriennale concepito come “spazio ideale di fondazione”, che raccoglie diversi artisti intorno al comune compito di contribuire alla scrittura di un mito di fondazione postmoderno, dalla sua origine alla traccia, dalla sua visione al suo compimento.

 

 

 

 

 

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avVento

 

 

 

 

 

avVento (2011/2015) è un progetto pluriennale concepito come “spazio ideale di fondazione”, che raccoglie diversi artisti intorno al comune compito di contribuire alla scrittura di un mito di fondazione postmoderno, dalla sua origine alla traccia, dalla sua visione al suo compimento.
La scrittura di questo mito, non segue il filo di una storia, ma i sussulti di una riflessione corporea. Il progetto nasce dalla necessità di riconoscersi nell’urgenza di una prospettiva fondatrice per l’esistenza contemporanea, e quindi inaugurare uno spazio comune di interrogazione sulle mutazioni che sommuovono il nostro presente storico-sociale-geografi co-identitario, mettendo a fuoco una complessità che ci supera, ma che al contempo rappresenta il luogo che abitiamo.Intendiamo dunque la
fondazione come quell’azione inaugurale, istituente, che si sollevi da una signifi cazione privata e individualista per proiettarsi in una dimensione plurale.

Abbiamo voluto considerare la questione che ci si poneva non solo a livello del suo contenuto, bensì compiendo una ricerca sull’ethos, sulla forma della prassi artistica necessaria per affrontarla. Come l’atto “fondativo” oggetto della nostra rifl essione avrebbe dovuto iscriversi non in una dimensione individuale ma intersoggettiva, così ci è sembrato necessario che anche l’atto “creativo” venisse riconcepito, riconfi gurato, iscritto in una dimensione non più personale, ma
relazionale.
Abbiamo quindi inaugurato avVento, come cantiere itinerante di ricerca scenica, un dispositivo di creazione dialogica e multidisciplinare in cui la presenza di ciascun artista non assume valore di per sé, realizzando un’opera autonoma ed autosuffi ciente, ma agisce e si comprende come passaggio fondativo di una dimensione comunitaria, in cui diversi artisti si impegnano alla costruzione di uno spazio di confronto concependo le proprie opere come battute di dialogo.


Il progetto avVento non si traduce in un’unica opera scenica, ma innesca una scrittura collettiva multilingue, contemplando diversi piani espressivi, le cui tracce potranno leggersi nella loro interezza al termine del cammino (archivio web in costruzione che sarà reso pubblico nel 2015), ma che intanto affondano ognuna in una parte fondante del discorso, rendendosi autonome rispetto ad esso.
La struttura dell’intero progetto prende le mosse dalla scrittura dei “10 capitoli della fondazione” ad opera di Loretta Mesiti, (TeatrInGestAzione). Essi costituiscono l’ossatura tematica a cui rispondono di volta in volta (non in maniera consequenziale, ma rizomatica) i diversi dispositivi creativi che innescano la creazione delle parti del discorso.

Queste ultime si sviluppano attraverso differenti linguaggi espressivi e in dialogo con diversi artisti, a cui è stato chiesto di relazionarsi ai temi del progetto in maniera autonoma e tangente. Tali transiti restano nel percorso di creazione di avVento come traccia indelebile di ogni dialogo inaugurato, generando segni in cui tutti coloro che hanno accolto il nostro invito possono riconoscere il proprio passaggio, e che raccolti sotto un unico sguardo alla fine del percorso potranno rivelare il movimento di una intera comunità che avrà contribuito appunto alla rifl essione di un nuovo mito di fondazione.






 

 

 

Ad ora quest’opera sistemica e polisemica ha lasciato le seguenti
tracce:
#1.Absolute Beginners – opera scenica, di TeatrInGestAzione
#2.Bestiale Copernicana – opera scenica, di TeatrInGestAzione
Where we belong – opera fotografica, di Valentina Quintano
– Abbattere – serie pittorica, di Black Spring Graphics
– Corpus – catalogo fotografi co, di Angela Grimaldi
(con la supervisione del Professor Fabio Donato, Cattedra di
fotografi a, Accademia di Belle Arti di Napoli)
– #3. Geologhemi – opera letteraria, di Loretta Mesiti

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deriva

“DE RI VA_gruppo di studio a partire dalla Società dello spettacolo di Guy Debord” è un progetto a cura di TeatrInGestAzione in collaborazione con il DiARCH – Dipartimento di Architettura dell’Università Federico II di Napoli.

Un percorso che inauguriamo a febbraio 2016.

Un “gruppo di studio” che si riunisce periodicamente sotto la guida di TeatrInGestAzione.
L’indagine non vuole necessariamente preventivare un esito scenico, ma dare corpo ad una domanda, generando incontri e interventi di varia natura, con gli spettatori in spazi formali e non (performance, installazioni, letture, scritti, interventi singoli e collettivi in formati non precostituiti che il nostro incontrarsi genererà), e produrre una documentazione dettagliata del processo, che accompagnerà poi gli incontri pubblici.

“DE RI VA_gruppo di studio a partire dalla Società dello spettacolo di Guy Debord” è un progetto a cura di TeatrInGestAzione in collaborazione con il DiARCH – Dipartimento di Architettura dell’Università Federico II di Napoli.

Un percorso che inauguriamo a febbraio 2016.

Un “gruppo di studio” che si riunisce periodicamente sotto la guida di TeatrInGestAzione.
L’indagine non vuole necessariamente preventivare un esito scenico, ma dare corpo ad una domanda, generando incontri e interventi di varia natura, con gli spettatori in spazi formali e non (performance, installazioni, letture, scritti, interventi singoli e collettivi in formati non precostituiti che il nostro incontrarsi genererà), e produrre una documentazione dettagliata del processo, che accompagnerà poi gli incontri pubblici.

Semmai dovesse accadere, lo spettacolo sarà una celebrazione, da perpetrare.

Partiamo dalla condivisione di uno spazio neutrale, non teatrale, di un tempo fuori tempo, irregolare. Predisponiamo il luogo dell’osservazione del paesaggio in cui siamo immersi. Un presente fisico, spaziale, percepito, possibile. 
La ricerca di questa domanda che costituirà poi il nodo drammaturgico da cui scaturirà la forma come evento, che poi nella sua possibilità di ripetizione si farà atto celebrativo (peculiarità di un teatro che si rivolge all’origine delle cose), parte da alcune riflessioni sui linguaggi dell’arte che da troppo tempo sono parlati più che parlare.
Ci affidiamo, solo come spunto iniziale, all’analisi del filosofo francese Guy Debord e della sua “La Società dello Spettacolo”.
Come siamo soliti fare, apriamo il lavoro da subito a personalità complesse, che si occupano di teatro, ma che altresì fondano i propri studi e specializzazioni in altre discipline, con differenti competenze. Dunque per questo primo gruppo di lavoro abbiamo selezionato persone provenienti da diverse regioni italiane, che hanno competenze in architettura, filosofia, ingegneria, storia, lettere antiche, musica, danza. La cosa che li accomuna in ogni caso resta, soprattutto il teatro. Precisamente un certo modo di concepire il teatro. Linguaggio che si fa luogo, che accoglie e genera.

Il lavoro si apre anche alla partecipazione degli studenti del DiARCH (Dipartimento di Architettura dell’Università di Napoli Federico II) invitandoli a dare corpo ad una domanda sullo spazio teatrale contemporaneo. Ciascuno secondo le proprie competenze e specificità e interessi.

Dare vita ad un dialogo quotidiano interdisciplinare, e ristabilire la complessità necessaria per abitare il presente nel suo divenire costante, per questo inviteremo gli studenti ad abitare il processo creativo che metteremo in atto e a frequentare la nostra prassi teatrale, nel luogo della produzione del pensiero per eccellenza che crediamo ancora debba essere l’università
, dove si svolgeranno le prime fasi del progetto. E dunque ci sembra necessario innanzitutto sostare/osservare per fertilizzare la visione di coloro che forse saranno i costruttori degli spazi teatrali a venire. Per poter immaginare di nuovo uno spazio del teatro (visione) e non più dello spettacolo (consumo).

Si tratterà di “disfare lo spazio, non meno che la storia, l’intreccio, l’azione”
                                                                                                                              G. Deleuze

Con gli studenti approfondiremo una riflessione sullo spazio teatrale, che parte da uno dei maggiori architetti contemporanei:

“Bisogna creare visioni per sopravvivere”
D. Libeskind

In un’intervista dal titolo “La fine dello spazio” l’Architetto Daniel Libeskind, rispondendo alla domanda del suo intervistatore che gli chiedeva quale fosse la sua idea sulla posizione del teatro contemporaneo rispetto all’architettura, risponde così:

“E’ un argomento ampio e complesso, perché la sua domanda riguarda il concetto di spazio del teatro. Ritengo che molte persone che lavorano in teatro sia come attori che come registi si siano messi alla ricerca di uno spazio da trovare, non uno spazio teatrale, ma uno spazio da trovare […] credo che il teatro come ogni altra cosa, abbia perso l’illusione di quel “l’unico” spazio, “lo” spazio, lo spazio della lingua bella, lo spazio della memoria. Questo ha a che fare con una relazione totalmente nuova con il concetto di pluralità, e quindi certamente con quel fantasma dello spazio che aleggia sempre sul teatro, come la gravità sull’architettura. […] Come può esistere un’architettura del teatro? La nozione di scena intesa in maniera classica non è certamente calzante rispetto alla realtà contemporanea che viene ingoiata dallo spazio. […] È ciò che a lungo termine potrebbe rivelarsi una salvezza. Quando teatro ed architettura non sono dove ci si aspetta di trovarli. Quando all’improvviso si dislocano; quando sono in grado di spiazzare e ricollocare le istituzioni. Non è una trasformazione storica, è uno slittamento improvviso ed imprevedibile nel comportamento; uno slittamento nel modo di comprendere e di auto comprendersi, e al contempo un’improvvisa perdita di ciò che riteniamo di sapere, di aver compreso attraverso i concetti: una rimozione improvvisa di tutto ciò. Sono interessato allo spazio silenzioso che non esiste più in teatro.”

Questo spazio silenzioso per noi è il corpo dell’attore, un’architettura in movimento. Da questo corpo, crediamo si possa partire per pensare al futuro dello spazio teatrale. Tra il teatro e l’architettura c’è da sempre una reciprocità. In nome della forma come evento, accadimento sociale. Il teatro è prima di tutto lo spazio deputato all’incontro tra attore e spettatore convenuti alla meraviglia.


Ancora sul rapporto tra architettura e teatro, lo storico e critico del teatro Fabrizio Cruciani, in un intervento dal titolo “Il teatro che abbiamo in mente” scrive:

“… Oggi il teatro dell’immanenza possibile si fonda sulle esperienze forti del Novecento, il secolo ormai passato: produttivamente è il luogo in cui si realizza il lavoro degli attori, un lavoro che non è più la breve durata dello spettacolo e delle prove ma la lunga durata dell’esperienza, luogo che ha quindi una dimensione del quotidiano e la sua sacralità; culturalmente è il luogo in cui si realizzano le relazioni e le visioni di uomini concreti. Come insegna la ripetuta fuga dei teatri dal teatro e il rifugiarsi nei luoghi del vissuto, la diversità di cui consiste il teatro ha bisogno di uno spazio che esibisca la sua normalità non rispetto all’idea di teatro ma rispetto al sociale quotidiano. […] Ma ogni progetto di teatro resterà solo “monumento” o diventerà come quelle case disabitate di cui resta solo la facciata se non lo si darà come abitazione agli uomini di teatro.

Quindi il nostro è un invito alla produzione di un nuovo pensiero nel rispetto della maturazione organica dell’opera, partendo dall’innesto della prassi teatrale nelle stanze dell’università, luogo simbolo della conoscenza che appartiene alla città.

Il gruppo, dopo una prima fase pluri-residenziale e periodica, a Napoli, aprirà la propria indagine ad altre persone attraverso dei laboratori intensivi e itineranti, che saranno fonte di confronto e approfondimento.

In questa prima fase ci preme cercare di riconoscere la capacità di stare più che di fare. E’ questo infatti il principio alla base della nostra prassi creativa, tesa a difendere e promuovere e sostenere autonomia di pensiero e di azione, lontano dalla dinamica produttiva richiesta dal mercato.
TeatrInGestAzione è un organismo indipendente ed autofinanziato, che genera un discorso artistico svincolato dai tempi della produzione ufficiale, sempre troppo prematuri rispetto alla maturità piena dell’opera. Per questo immaginiamo forme alternative di sostegno, per non cedere il bene più prezioso che abbiamo: il tempo della gestazione. Dalla nostra prassi nasce dunque la convinzione che i processi di creazione debbano avvenire in luoghi non teatrali, dove si parla un linguaggio altro, dove tutto intorno è paesaggio da esplorare, lingue nuove da apprendere, umanità da accogliere.