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IL GIOCO*

La parola che ci guida attraverso le opere di Altofest quest’anno è the Game, il gioco.  

Gioco che emerge nei vari lavori come campo di relazione, come struttura sociale o insieme di regole che rendono possibile l’interazione collettiva.

Gioco grazie al quale la scena diventa un campo esperienziale ed esplorativo condiviso, nel quale siamo chiamati a intervenire e prendere l’iniziativa.  

Gioco che in alcuni casi riproduce e rivela i meccanismi della psiche: una fabbrica di senso che ci abita e che opera attraverso differimenti, effrazioni, spostamenti, che seguono logiche trasformative arbitrarie, a tratti paradossali, artificiose, mistificatorie… generando e rigenerando continuamente significati, discorsi, racconti.

Anche la memoria si appropria del reale in maniera ludica, dissacrante e trasformativa: altera, plasma, ridispone i vissuti in un racconto sempre nuovo, prendendosi gioco della nostra fede nella possibilità di scoprire o narrare ciò che è stato per come è stato.  

Non possiamo astenerci da questo gioco che ricrea costantemente il reale.

È un dispositivo di trasformazione continua che coinvolge forme visibili, identità, memorie, cellule di senso e parti del discorso, in un divenire regolato dal reiterarsi di strutture combinatorie.

I vari elementi vengono costantemente smembrati, astratti, separati, ri-connessi, seguendo nuovi punti di contatto e connessione.

Ogni parte può essere “riusata, considerando un nuovo scopo”.

Il dato percepito si liquefà, diviene cellula in metamorfosi.

Sperimentiamo la forza distruttrice, contestatrice di una sola parola “Basta!”, capace di recidere il legame necessario e l’ordine di filiazione che incatena il domani ad una riproduzione del presente.

Testiamo la persistenza e la caducità di ciò che appare.

Un gioco a tratti estenuante.

Ma se conosciamo le regole e sappiamo volgerle a nostro favore, allora la partita ci promette un’occasione per dimostrare chi siamo e scoprire chi vogliamo essere.
Per forgiare ciò che appare.
Talvolta abbiamo voglia di prenderci gioco delle regole.
Seguire il vagare dell’occhio per esplorare un’analogia imprevista.
Varcare la soglia di quei mondi che si schiudono nell’eco delle parole ripetute.

Allora se abbiamo tempra audace, possiamo provare ad insinuarci fra le pieghe di ciò che accade, indagare la struttura del gioco, minarne le logiche, metterne in discussione le regole.

Possiamo provare a sostituirci alla mente che ha orchestrato tutto quanto e prendere il suo posto.
Il piacere che si prova a ridefinire le regole senza sospendere la partita, è inebriante.
Ma il libero gioco (I. Kant, F. Schiller) rappresenta una partita difficile da giocare.

Necessita la capacità di attendere, pazientare, osservare e ottime qualità comunicative.

Così come una straordinaria capacità d’ascolto fra i partecipanti.

Richiede di studiare le attitudini degli altri giocatori per saperne intuire le mossa come in una danza. Sapendo cogliere l’attimo opportuno per passare dal seguire al guidare, prima ancora che il nostro partner confermi con lo sguardo.

Altrimenti lo spazio fuori dalle regole diviene una savana o un deserto.

Quanto può continuare un simile gioco ?
Quando finirà?  E come?

Forse questo gioco non può finire.
Solo trasformarsi, entrare in una nuova fase…
La fase in cui il senso del gioco si riavvolge, segue percorsi non lineari, si annichilisce, si prende in giro, fa salti pindarici per costruire un perimetro provvisorio d’intesa.

Anche quando il fraintendimento governa la partita, quando la parola pronunciata differisce dalla parola ascoltata e sembra che non ci sia via di scampo…
possiamo sempre scegliere di giocare al gioco del silenzio…

E se innumerevoli sono le possibili fasi della partita, molteplici sono anche i ruoli che ogni giocatore può assumere.

E tu?
Che giocatore sei?

La drammaturgia di Altofest nasce per emersione attraverso un atto di contemplazione, volto a cogliere la trama che si disegna fra le opere in programma. 
Seguendo le linee che congiungono le estetiche e le tematiche proposte dagli artisti, cerchiamo di lasciare spazio alle domande che ci interpellano e che interpellano il nostro presente. L’editoriale restituisce il tracciato di questo processo. 
Ha un carattere aperto e polisemico, nel quale si può rintracciare l’eco delle parole dellə artistə in programma. 

È  concepito come la battuta inaugurale di un discorso a più voci, che si andrà scrivendo assieme nei prossimi giorni. Invitiamo gli artisti, i ricercatori, i cittadini e ciascun membro della Comunità di Altofest ad attraversare il Fest abitando questo spazio di domanda, lasciando che essa si nutra attraverso la presenza, l’esperienza vissuta e la visione delle performance, continuando a dispiegare ed arricchire la trama della riflessione.