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Le Economie di Altofest

ricerca a cura di Maurizio Alampi e Claudia Fabris

Introduzione di Maurizio Alampi

Il mio primo incontro con Giovanni Trono e Anna Gesualdi è avvenuto a Napoli, se non ricordo male tre o quattro anni fa, in occasione di Artecinema, il festival di film sull’arte contemporanea.

Insieme a Claudia Fabris, coautrice del presente testo e artista parte della comunità di Altofest fin dalle sue origini, parlammo con Anna e Giovanni  per non più di 20 minuti complessivi: sufficienti a farmi un’idea della loro passione febbrile per il lavoro, del loro desiderio di “trovare una misura” per il suo valore e del perché da alcune delle parole che ci eravamo scambiati potesse nascere qualcosa.

In effetti, con un po’ di ritardo rispetto a quando ciò è accaduto (ma la pandemia ha “stirato” il tempo di tutti di almeno di due anni), è sempre da alcune di quelle parole – credo – che è nata la richiesta di una ricerca sulle “economie di Altofest”, a tutti gli effetti una commessa, cioè una modalità di relazione inusuale per gli inventori di un progetto che normalmente esclude ogni processo che non sia perlomeno biunivoco.

Mentre scrivo mi rendo conto che, come mi è capitato spesso in corso d’opera, userei il virgolettato praticamente su tutte le parole con le quali provo a descrivere l’evento (ecco, un’altra parola che certamente meriterebbe un virgolettato se applicata ad Altofest).

Non è strano, prima di tutto perché Altofest, nelle sue modalità di comunicazione,  utilizza la polisemia come prassi linguistica ordinaria, come spazio che interdice qualsiasi lettura semplicistica della realtà (da dare luogo in giù).

Poi perché anche le parole che sembrerebbero più neutre, cioè corrispondenti al loro significato più comune (a cominciare da Festival, la cui contrazione è contenuta anche nel neologismo fondativo, frutto per l’altra metà dell’impegnativa ascesa da compiere per raggiungere la casa-base/abitazione/quartier generale  dello stesso Festival), anche quelle parole, dicevo, sono utilizzate in modo da spiazzare, vere e proprie trappole linguistiche che fanno parte di una strategia in cui la sorpresa, il displacement di tutti i partecipanti, sono gli strumenti fondamentali del meccanismo attivato, per cui si sarebbe tentati di anteporre il prefisso non a molte di esse (nonevento, nonfestival, e così via).

In ogni caso, l’edizione 2021 del “Fest”, straordinaria per ovvi motivi,  è l’unica alla quale ho partecipato finora, alla quale anzi avrei dovuto partecipare da osservatore, in vista della riflessione da avviare.

La cosa che mi ha colpito immediatamente è che il meccanismo di cui sopra fa invece di ogni eventuale osservatore un osservato, soprattutto da sé stesso.

Mi spiego: quello che succede durante la manifestazione – due settimane fra messa a punto delle performances e loro “esecuzione” in spazi domestici che costringono a un continuo negoziato gli artisti e le persone che quegli spazi “donano”, seppur provvisoriamente – obbliga tutti i partecipanti  a fare costantemente i conti con i propri timori e le proprie chiusure. A interrogarsi su quanto di culturale oltre che di soggettivo ci sia in quei timori e in quelle chiusure e se il presupposto di ogni processo di liberazione e rigenerazione non possa che essere un’interferenza, un impulso neurale che renda evidente la loro ingiustificata e paralizzante pervasività, che non ci fa uscire dalle gabbie nelle quali ci hanno e ci siamo rinchiusi. Che è poi forse l’obiettivo principale della “macchina Altofest”.

Una macchina che porta alla luce, nel suo incepparlo e metterlo in crisi,  quel fenomeno di spersonalizzazione/individualizzazione dell’esistenza frutto del crescente dominio del digitale (dal digit inglese, cifra, al digitus latino, dito, come strumento per contare) su ogni forma di relazione reale-analogica, dominio inevitabilmente intensificato dalla pandemia da coronavirus e dalle misure di isolamento e contenimento adottate su scala globale.

E non mi riferisco alla mera prevalenza di certe modalità di comunicazione, all’utilizzo dei social o alle forme oggi più diffuse di apprendimento  e controllo (tutti argomenti che naturalmente hanno il loro  peso e sui quali esiste un’ampia letteratura), ma alla riduzione oggettiva della capacità del nostro sistema cognitivo, sempre più legato ad astrazioni semplificatorie, a categorizzazioni (nella vita quotidiana come sul lavoro) e sconnesso dalla complessa variabilità del reale. Per dirla con le parole di R. Calasso “la digitalità è il più grave assalto che abbia subito l’inclinazione a esporsi allo shock dell’ignoto” (L’innominabile attuale, p. 88), esposizione che è poi per noi tutti la premessa di ogni vera conoscenza.

Due modalità di pensiero, il digitale e l’analogico, fra le quali storicamente non c’era mai stata opposizione ma anzi complementarietà  (lo stesso metodo dell’analisi economica è classicamente un passaggio continuo fra i due sistemi) e che tuttavia si trovano oggi in inedito squilibrio, di cui un esperimento di socialità come Altofest può mostrare la possibilità di “ricomposizione”.

Voglio dire che pur agendo necessariamente con logica digitale nella pianificazione e nell’organizzazione dell’evento annuale a Napoli o in quelli “esterni”, Altofest punta chiaramente sulla dimensione più intima – le case dei cittadini coinvolti, i rapporti diretti e personali fra tutti gli “attori” della manifestazione, artisti, donatori di spazio, “pubblico” – per perseguire la propria idea di arte e di funzione che l’arte è chiamata a svolgere: una decisa rinuncia ai grandi numeri in favore di modalità attraverso le quali mettere in discussione la nostra concezione di confini, di possesso, di relazione con l’Altro, di noi stessi come entità acquisita e immutabile.  Con tutto ciò che questo comporta in termini di complessità dell’operazione, di specificità e unicità degli incontri, di rischi sempre presenti negli stessi  incontri: una modalità tipicamente analogica.

E a proposito di digitale/analogico, da un punto di vista personale ho sempre avuto qualche problema a riconoscermi del tutto nella categoria “economisti”, che ha un suo elevatissimo tasso di genericità (esistendo  innumerevoli orientamenti  e sotto-insiemi), pur essendomi  occupato di economia praticamente nel mio intero percorso professionale, dall’Università a diversi gruppi bancari. Oltre ad aver cambiato spesso  “campi di applicazione” della materia, aggiungo che negli anni  ho incrociato altre discipline (il diritto e la sociologia innanzitutto), ho ricevuto stimoli fondamentali dalle letture più diverse, dalle persone incontrate, dagli incroci che il caso (il destino potrebbe dire qualcuno) ha voluto che attraversassi  nella vita. Anzi, se ci penso, i “fatti” che hanno dato una certa direzione al mio percorso professionale principale, arricchendolo, sono stati quelli più apparentemente laterali, a volte vere e proprie diversioni. Qualcosa che credo capiti più frequentemente di quanto ne siamo consapevoli.

Cito questi pochi cenni autobiografici solo per esemplificare: la logica del digitale rende un servizio alla necessaria semplificazione del nostro rapporto con gli altri, delle relazioni che stabiliamo “in società”, ma poi la vera comprensione reciproca, cioè la comprensione del discorso di cui ognuno di noi è portatore uscendo dagli stereotipi, richiede che quella semplificazione venga temperata da una conoscenza di tipo analogico (accettando la complicazione dei “tanti” che vivono in ognuno di noi, non solo potenzialmente ma contemporaneamente). Certo, questo può avvenire solo se riusciamo a uscire   dai nostri assiomi di riferimento, dalla nostra comfort zone,  con “un’ottica dialettica che riconosce il quotidiano come impenetrabile e l’impenetrabile come quotidiano” (W. Benjamin, Saggio sul Surrealismo, Scritti scelti, p. 1173). Il che ci riporta ad Altofest e al suo creare programmaticamente le condizioni perché il cerchio disorientamento – shock – nuovo sguardo verso la realtà e verso sé stessi possa chiudersi. 

E veniamo al punto di partenza della ricerca, cioè al suo Titolo, Le economie di Altofest. Perché “economie”, al plurale? Faccio delle ipotesi dal mio punto di vista, considerato che in realtà con Anna e Giovanni non abbiamo mai discusso molto sui perché di questo plurale, forse dando per scontato che ognuno di noi avesse in mente più o meno gli stessi concetti.

Da un punto di vita microeconomico (come analisi sui singoli soggetti coinvolti): se Altofest fosse per l’appunto uno dei circa 1.200 festival culturali che si svolgono in Italia (non tutti caratterizzati dalla reale capacità di identificare percorsi che rendano effettiva la partecipazione attiva delle comunità locali, va detto), si sarebbe potuto pensare ad una classica analisi mirata a stabilire i ritorni economici per le varie componenti del sistema territoriale di riferimento (secondo le linee indicate per esempio da G. Guerzoni con il suo primo lavoro dedicato all’argomento nel 2008, Effetto Festival, l’impatto economico dei festival di approfondimento culturale).

Ma proprio alcune delle sue caratteristiche “interne” (le principali: il fatto che la maggior parte degli scambi siano gratuiti e riguardino elementi immateriali, un “pubblico dal vivo” come detto quantitativamente poco significativo e comunque non pagante),  avrebbero reso poco sensata un’analisi del genere. 

Un esercizio interessante ci è invece sembrato provare a misurare quanto Altofest avrebbe messo in moto in termini di scambi monetari agendo con una logica “di mercato” e potendo contare su risorse adeguate a raggiungere gli stessi obiettivi,  con un doppio registro di entrate/uscite messe a confronto anno per anno. Ovviamente un esercizio teorico, perché senza quell’elemento fondante – la sfida della condivisione di un progetto quasi “a perdere” – il tutto non avrebbe avuto la stessa ragion d’essere  né di conseguenza avrebbe coinvolto le stesse persone, ma utile per indicare le dimensioni “monetarie” potenziali  della costruzione messa in piedi (il che forse potrebbe aiutare a misurare meglio lo “sforzo materiale” dell’iniziativa,  anche questo un elemento di riflessione sull’importanza del denaro nella vita, comunque la si voglia vedere).

Altrettanto interessante è stato raccogliere testimonianze da vari partecipanti a diverso titolo ad Altofest, cercando di rintracciare nelle loro parole gli elementi di discontinuità, le eventuali “scintille” – anche piccole, magari inconsapevoli – accese da un lavoro fondato sul grado di apertura verso esperienze inedite e sulla disponibilità a modificare paradigmi dati per immutabili. Un tentativo per identificare  gli eventuali effetti generati da quelle scintille (accedere ex una scintilla incendia passim, per citare Lucrezio), ritorni  “immateriali” che abbiano curvato scelte di vita quotidiana o di lavoro in un modo piuttosto che in un altro, rafforzando relazioni o spingendo a cercarne di nuove, magari in alcune occasioni producendo anche ritorni “materiali”, per sé o per la propria cerchia familiare o professionale. 

In definitiva, questo tipo di informazione “plurale”, addizionando modi anche molto diversi di aver vissuto la stessa esperienza, ci è sembrata quella più idonea a descrivere l’impatto “micro”dell’impresa (altra parola fortemente polisemica) Altofest.

Da un punto di vista macroeconomico, cioè con uno sguardo rivolto  ai meccanismi attivati nella collettività che vive il festival con intensità  eccezionale (l’intensità, data fondamentalmente dalla fruizione di un così elevato numero di performances concentrate nel tempo e nello spazio,  essendo un suo fattore-chiave di accelerazione emotiva/creativa), si possono rilevare alcuni aspetti particolarmente significativi.

Quello che succede durante la (o intorno alla) manifestazione rende visibili molte cose normalmente invisibili, alle quali cioè normalmente non dedichiamo attenzione, cose che hanno un forte contenuto materiale oltre che simbolico nel sistema economico in cui tutti viviamo e lavoriamo:    come abitiamo le nostre case, di che tipo sono gli scambi che regolano il nostro stare insieme, come viviamo i rapporti con gli altri, quali sono i rischi che corriamo (che siamo disposti a correre), quali i debiti che maturiamo o di cui comunque sentiamo di dover rispondere.

Come risulta evidente, si tratta di una serie di parole e concetti che possono avere un contenuto legato alla quotidianità oppure addirittura alla sfera religiosa nella quale, volenti o nolenti, siamo immersi dalla nascita (perché, come si sa, le parole dell’economia sono anche quelle delle religioni).

Su alcune di queste parole abbiamo cercato, attraverso le discussioni con i due fondatori e la rilettura delle varie edizioni del festival, di sviluppare  una riflessione che, per quanto mi riguarda, è stata un’occasione per incrociare quanto dei temi sviluppati da Altofest abbia intercettato il dibattito  globale sulla Economia del nostro tempo, sul suo ruolo, sui suoi limiti e sulla spinta a ripensarne la funzione che emerge da tempo anche dal suo interno. Che poi questi “fili” mi abbiano fornito l’opportunità di collegare  diverse parti della mia vita, apparentemente lontane,  mi piace pensare faccia parte dell’effetto Altofest, di quel cambiamento dello sguardo su sé stessi oltre che sugli altri indotto dal dispositivo messo in piedi.  

Contiamo sul fatto che l’incontro fra due portatori di diversi  punti di vista e modalità di pensiero, che in qualche caso hanno generato veri e propri spiazzamenti reciproci (concetto che ritorna spesso in Altofest),  abbia prodotto spunti non scontati.

Caso mai, la difficoltà é stata limitare il campo, impedirci di seguire tutte le strade che inevitabilmente si aprivano ai rispettivi sguardi. Il che ci fa tornare all’uso  del plurale del titolo e al fatto che economizzare, fare economia, riguarda senz’altro anche l’uso delle parole e l’importanza, oltre che della loro qualità, del  loro corretto dosaggio.

Introduzione di Claudia Fabris

Nel 2020 Anna Gesualdi mi ha lanciato una sfida, realizzare una ricerca sulle Economie generate da Altofest con Maurizio Alampi, amico ed esperto di economia.

Mettere in dialogo lo sguardo poetico di un artista con quello “tecnico” di un economista per creare un cortocircuito dinamico. Ho accettato. 

Ho accettato per due motivi.

Perchè sono dieci anni, dalla prima edizione nel 2011, che Altofest è il laboratorio intensivo dei miei confini. L’allenamento più intenso e rischioso delle mie contrattazioni interiori, delle sperimentazioni artistiche, dei miei atti di coraggio estetici, delle forme che posso comprendere e incarnare nella mia vita. 

La prima casa in cui ho fatto esperienza e declinato l’essere ospite, come condizione a tempo indeterminato, non determinato da accordi economici o misurabili di una qualsivoglia natura, ma dallo scambio di crescita fertile e di visioni orientate in una medesima direzione, sta al numero 19 di Mezzocannone a Napoli ed è da sempre il quartier generale del festival. 

Lì ho imparato quali sono le cose di cui non posso fare a meno per essere serena, e sono davvero poche, lì ho misurato centimetro per centimetro i miei confini interni ed esterni, che segnano non tanto una separazione, ma il luogo in cui si finisce insieme, nella forma conosciuta, e se ne trova un’altra. Lì ho capito dove potevo smarginarli, dove erano elastici e dove essenziali, lì ho iniziato ad immaginare una vita gentilmente nomade, come la chiamo ora, una vita in cui affetti, amicizie, desideri e lavoro si intrecciano in una continua ricerca, un tirocinio sulla soglia del possibile, a tratti molto faticoso, ma inevitabilmente bellissimo.

Ospite è parola assai curiosa in Italiano, che designa contemporaneamente chi ospita e chi viene ospitato. Perchè? Forse perché  siamo tutti sempre ospiti gli uni degli altri. Ci ospitiamo a vicenda negli occhi, nelle orecchie, nelle braccia, nelle bocche, non può essere altrimenti e grazie alla scoperta dei neuroni specchio oggi sappiamo che è sufficiente osservare qualcuno perché in noi si attivino i neuroni che la persona osservata sta utilizzando per il proprio agire, è la strategia principale d’apprendimento per un essere umano. 

Direi quindi che è inevitabile essere un ospite e quando lo pratichi costantemente anche per scelta, quello che fai, ad ascoltare la parola è praticare l’economia, etimologicamente le regole della casa, e capire quali ti assomigliano e quali ti respingono, quali condividi e quali cambieresti. 

Essere ospite è un corso accelerato in economia, a ben vedere.

Dico sempre che il teatro è come la vita al quadrato, stesse regole, stesse dinamiche compresse e potenziate nello spazio e nel tempo in un luogo protetto, dove puoi rischiare la vita, dove puoi morire sul serio perchè lo fai per finta. Ecco se il teatro è come la vita al quadrato, Altofest è come la vita al cubo, un incubatore, un acceleratore, un generatore di possibilità a massima intensità.

Il secondo motivo per cui ho accettato è che confrontarmi con un esperto, uno studioso con un curriculum di tutto rispetto sul terreno dell’economia era un vero azzardo, un atto di coraggio a dirla tutta, e un prendere il toro per le corna per sciogliere finalmente, alla soglia dei 50 anni un nodo gordiano che mi ha pesato e affaticato per quasi tutta la vita adulta. 

Un artista indipendente ha spesso un rapporto conflittuale e  al tempo stesso totale con l’economia; conflittuale perché è assai difficile che accetti di buon grado le regole che vengono imposte senza metterle in discussione e agirle creativamente qualora gli sembrino insensate (e in questo campo direi che c’è solo da scegliere per insensatezza e incoerenza); totale perchè nella sua vita non esiste alcuna differenza tra economia personale e economia del lavoro.

Ricordo come emblematica una conversazione fatta tanti anni fa a Roma con una ragazza che mi aveva proposto un lavoro e dopo averlo fatto mi ha detto che però non avrebbero potuto pagarmi fino a quando non fossero stati pagati, nonostante io avessi anticipato i soldi del viaggio e dei materiali, ricordo che mi disse: ma cosa dovrei fare? anticiparli io? 

E io inevitabilmente risposi: Bhè a me stai chiedendo di farlo, mi stai chiedendo di farti da banca.

Ed è curioso come questo non risulti limpido e inaccettabile solo perché lo fanno tutti.

È curioso, per me quasi incomprensibile, quando ti offrono un lavoro e dicono che però le risorse sono scarse, non ci sono soldi, la classica frase, e poi se tu confronti le tue economie di vita con le loro, ti accorgi che per loro, il fatto che non ci siano soldi significa semplicemente che non ci sono soldi in più oltre a quelli che gli consentono lo stile di vita che hanno scelto. Per me e per gli amici artisti che conosco, la frase non ci sono soldi, significa semplicemente quello che dice, che non ci sono, da nessuna parte. Credo che questa separazione tra vita privata e vita economica sia uno dei grandi problemi della nostra società, il motivo per cui quando un grande imprenditore fallisce lascia migliaia di famiglie sul lastrico e continua serenamente ad andare in vacanza nel suo yacht.

Un artista si usa per comprendere e agire, quando mi chiesero come mai mi fotografavo così spesso, quale fosse il motivo di questa ricerca, risposi, come ho sentito dire anche ad altri, che ero l’unico soggetto che avessi sempre a disposizione. Un artista usa tutto ciò che vive, dolori, scoperte, comprensioni, esperienze, le spoglia di ciò che riguarda solo lui e le utilizza per trovare forme e materiale per la sua ricerca, portando il particolare della sua esistenza  ad universale, sciogliendo qualsiasi pudore, non ci sono esperienze di cui non parla perché troppo intime, sono tutte oggetto di indagine. 

Allo stesso modo utilizza tutte le risorse disponibili per finanziare la propria vita che coincide col proprio lavoro, che poi un lavoro non è, ci tengo a sottolinearlo in controtendenza, proprio perché coincide con la sua vita, il che non significa che non debba dargli il modo di vivere serenamente dal punto di vista delle necessità materiali, non significa che non debba essere pagato, ma che quello che fa è frutto di una esigenza profonda e non di una condizione esterna, di un bisogno interno e non indotto e quindi non è la quantità di soldi, di economia misurabile, a determinarne le possibilità di realizzazione. 

Ricordo una piccola mostra di foto per la cui realizzazione vendetti tutti gli oggetti d’oro che mi erano rimasti e che, a onor del vero, non indossavo mai. 

Ho sempre pensato e sentito, sin dal principio, che ciò che faccio non è in alcun modo riducibile ad un prezzo e nel tempo mi sono ben convinta che non lo sia neanche quello che fanno gli altri perché, come dice un famoso adagio popolare, tanto popolare quanto a mio avviso frainteso, il tempo è denaro. Ma il punto di questa frase non sono i soldi che puoi guadagnare se ottimizzi il tempo utilizzandolo al massimo delle tue possibilità, è proprio lui il denaro, la frase va intesa limpidamente: il tempo è il denaro, poi che è l’unica vera ricchezza che abbiamo tutti in dotazione alla nascita. Ed è democratico, nessuno può aggiungere un solo minuto al suo tempo se è scoccata l’ora fatale e nessuno sa dal principio quanto sia il suo tempo, motivo per cui non andrebbe sprecato. Quindi quando si pretende di pagare il tempo di una vita, di ridurlo ad una cifra in base alle competenze che quella persona ha accumulato, si fa un banale errore di valutazione, visto che tu non stai pagando le sue competenze, ma il tempo della sua vita, che utilizzerà per te e quello, anche se in questa società è tanto difficile rendersene conto, ha il medesimo valore per tutti, e non è commensurabile. L’ha detto bene in un discorso Pepe Mujica, le cose che compriamo non le compriamo con i nostri soldi, ma con le ore della nostra vita che  abbiamo rubato alla famiglia, alle passioni, a ciò che ci rende felici. E non ha davvero senso barattare tempo con oggetti, è uno scambio sciocco e quasi sempre decisamente svantaggioso.

Maurizio l’ho incontrato la prima volta nel 2017 ai Giardini delle Esperidi, un festival in Calabria a Zagarise. Seduti ad un caffè del paese gli ho raccontato del “ Riciclaggio poetico del denaro”, una mia performance da tavolo, nata dal pensiero che il denaro circola più velocemente di qualunque altra cosa dopo le idee e che si potrebbe allora usare come mezzo di comunicazione. Per quello ho creato dei timbri con 5 definizioni delle mie parole sotto sale, con cui le persone possono riciclare poeticamente le banconote: ne scelgono una, mi danno la banconota, gliela timbro, gliela restituisco, la spendono e la poesia circola di mano in mano.

A partire da questo dispositivo la conversazione si è animata e quella sera ci lasciammo col pensiero che sarebbe stato bello incontrarci nuovamente e confrontarci ancora sul tema dell’economia. 

Anna con la sua proposta tre anni dopo ci ha offerto una cornice ed una comunità intera per portare avanti il nostro dialogo. E nonostante siano circa 25 anni che mi interrogo su come poter trasformare la mia relazione col denaro in modo da renderla consonante con il resto della mia vita, nonostante sperimenti dispositivi di relazione in tal senso da anni, per le prime settimane non mi sono concessa di dare del tu alla parola economia, come se la presenza di un esperto in qualche modo mi intimidisse.

Ad un certo punto però, come sempre mi accade con le parole, l’ho guardata con gli occhi, senza quello che la mente già sapeva, e ci ho visto l’eco dei nomi e ho capito che se si trattava di nomi ero a casa, visto che alle parole dedico ormai da anni la miglior parte delle mie energie…e la ricerca è iniziata.

Maurizio Alampi

Inizia il suo percorso dalla facoltà di Scienze Economiche e Sociali dell’Università della Calabria, dove si laurea e successivamente insegna Diritto Pubblico dell’Economia, materia al confine di due discipline “forti” come Economia e Diritto.
Attratto dalla contaminazione come principio di fertilizzazione di ogni percorso di studi (e non solo), partecipa a varie ricerche sui differenziali di sviluppo e sull’analisi delle cause dei divari territoriali, con particolare riferimento al Sud d’Italia.
In banca, vivendo dall’interno il processo di concentrazione del sistema,  si occupa,  a vari livelli di responsabilità, di analisi congiunturale delle economie locali e delle potenzialità legate ai nuovi strumenti della programmazione negoziata.
Successivamente, segue l’evoluzione della “legislazione economica” anche attraverso la presenza in varie società di studi, ricerche e formazione.
Negli ultimi anni, non troppo casualmente, incontra sul proprio cammino il mondo dell’arte e scopre ulteriori e impreviste possibilità di crescita personale.

Claudia Fabris

Claudia Fabris nasce a Padova nel 1973. Si avvicina all’arte a 16 anni con la fotografia, che non abbandonerà più. I suoi occhi saranno sempre i primi a saperlo, la mente lentissima a spiarli. Poi arriverà la danza, il teatro con Tam Teatromusica (premio speciale UBU 2014) con cui collaborerà per anni e la creazione d’abiti. Nel 2011 inizia un percorso performativo personale sulla parola con La Cameriera di Poesia, ristorazione itinerante di poesia in cuffia dal vivo, che porta ovunque in Italia; da allora è gentilmente nomade. Nel 2013 inizia a scrivere le Parole Sotto Sale, piccolo vocabolario poetico, pubblicate nel 2020 dalla casa editrice AnimaMundi di Otranto e ad apparire nelle città come Nostra Signora dei Palloncini, regalando le proprie parole a chi le parla. 
Intreccia con sempre maggior adesione il proprio percorso artistico con Altofest a Napoli dalla prima edizione, con La Luna e i Calanchi ad Aliano e Verso Sud a Corato (Bari). Ama il Sud e la sua luce. E’ convinta che la Bellezza e lo stupore silenzioso che genera possano ancora ricondurre ogni uomo allo spazio intimo e sacro della propria anima dove ogni trasformazione e rinascita trae origine, forza e nutrimento. Crede che la tecnologia più potente sul pianeta terra sia il linguaggio, al corpo come luogo della rivelazione, e che l’Arte non dovrebbe essere un evento, ma parte integrante della vita quotidiana. Per questo lavora.

CONGIUNZIONE

In grammatica, la congiunzione è una parte invariabile del discorso usata per collegare tra loro due o più elementi all’interno di una proposizione; in astronomia, la posizione di due astri aventi in un dato istante la medesima longitudine rispetto a un altro astro; in matematica, nella teoria degli insiemi, prende anche il nome di intersezione o prodotto logico.

In Altofest, il termine inaugura una nuova pratica, rivolta a quegli artisti che negli anni si sono avvicendati nelle sue programmazioni; invitandoli a “ricongiungersi” in una residenza di creazione collettiva, che faccia riferimento alla traccia poetica in esame nell’edizione corrente.
Nel contesto della Comunità di Altofest, si vuole inaugurare un dialogo germinale, aprire uno spazio inedito, una nuova soglia di interazione, un territorio liminale. Qui, la prospettiva creatrice è ribaltata, la produzione artistica diventa funzione della produzione critica. L’effimero è superato nella messa in comune del processo. L’esito non è l’obiettivo, ma passaggio essenziale che nutre il dialogo. La sua esposizione come atto di ricerca e il suo successivo precipitare in documento, rende la pratica artistica radicale e “inconsumabile” (Pasolini), contribuendo a formare un corpus ereditario, a cui riferirsi con nuove domande sull’azione poetica di Altofest.
Congiunzione sarà d’ora in poi quel luogo semantico a cui gli artisti di Altofest potranno tornare, per riscrivere la propria presenza, incrinare la forma, disarticolare il processo, fare esercizio critico, alla luce di una riflessione comune, riferita ad uno dei fondamenti del tracciato poetico da cui deriva la struttura del “dispositivo” Altofest.

Congiunzione raccoglie le istanze e il desiderio di ritornare a rivivere l’esperienza di Altofest, espressi più volte negli anni da molti degli artisti che lo hanno abitato. Ci siamo allora interrogati sul senso del ritorno e sull’urgenza di dargli un luogo definito all’interno della struttura di senso della comunità di Altofest. Si torna con una consapevolezza che sposta i confini della ricerca e dell’azione poetica e ridefinisce l’urgenza di essere presenti.