Esperienze e Testimonianze

 

Intervista a Gesualdi Trono a cura di Iole Ciliberto per la sua tesi di Laurea in storia del teatro Università FedericoII – prof. Ettore Massarese

 
 

Una vostra definizione di teatro terapia?

 

La nostra pratica teatrale si fonda sulla relazione, attraverso l’osservazione e la registrazione di tutto quello che ci circonda, fin dove arriva il nostro sguardo, e il nostro ascolto, e di tutto quel che abita dentro di noi, fin dove arriva la propria co(no)scienza, mettendo in moto una tensione circolare che va da me all’altro e viceversa, attraversandoci. Il lavoro sul principio della relazione agisce sulla chimica del corpo, sviluppa la capacità di misurare l’oggettività che sta tra gli elementi messi in relazione, siano essi oggetti, o persone. L’oggettività dona un nuovo sguardo, un nuovo modo di osservare, una nuova capacità di ascolto, che permette a chi incontra il teatro non già di guarire, ma di perseguire la cura di sé, degli altri, e del bene comune. Il teatro è una palestra di fiducia, e di conoscenza degli altri e poi per riflesso di se stessi, la sua valenza terapeutica è intrinseca; esso è uno strumento vivo di relazione che se praticato con regolarità e costanza può farsi terapia del bene comune.

 
 

Qual è stato il vostro primo lavoro in questo particolare ambito di utilizzo dell’attività teatrale e che ricordo ne avete?

 

Giovanni Trono: la prima volta che ho avuto a che fare con un progetto di teatro con persone affette da patologie psichiatriche è stata con i “Matti dell’orto dei Pecci” a Siena. Ricordo che mi chiamavano il talebano… allora avevo barba e capelli lunghi. In quell’occasione ho scoperto che non si trattava di capire i matti, ma semplicemente di lasciare che accadesse un incontro, di lavorare a eliminare gli ostacoli che nascono proprio dal concetto di normalità. I loro occhi erano diversi, avevano la capacità di squarciare le mie armature e di guardarmi dentro. Anna Gesualdi: Durante la permanenza nel progetto Laboratorio365, con Barbara Bonriposi e Riccardo Tordoni, abbiamo lavorato con 30 utenti disabili fisici e psichici della comunità di Capodarco d’Umbria, a Gubbio. Mi ha lasciato la poesia dei piccoli gesti, la violenza della gioia improvvisa, la responsabilità della propria presenza come necessità per la sopravvivenza dell’altro; e cosa più importante di tutte, la potenza espressiva e comunicativa della fragilità nel teatro, su cui oggi fondo la mia pedagogia.

 
 

Cosa ha portato al progetto TeatrInGestAzione?

 

Ci tiene con i piedi per terra, lo sguardo lontano, l’azione sul respiro e il pensiero in cantina.Ci ricorda costantemente che il teatro è qualcosa che accade ogni volta che la realtà s’innalza verso la verità. Ci pone in un confronto costante con i nostri limiti, sviluppando un naturale istinto a cercare di comprenderli nella nostra azione. I “nostri ragazzi” hanno una necessità diversa dagli attori professionisti, per loro la scena rappresenta la possibilità di essere di nuovo abili alla partecipazione, uno spazio conquistato e non dovuto, il luogo della dignità restituita. Spesso senza pensarci su, a chi ci domanda come procede l’attività in OPG, ci capita di rispondere “resistiamo”; un giorno io, Giovanni, ho capito quella risposta che tante volte ho dato d’istinto, senza intenzione: uno dei nostri attori, era tra quelli più istituzionalizzati, privato di qualsiasi aspetto e condizione umana, alla fine di uno spettacolo avvicinatosi al microfono guardò il pubblico e disse semplicemente il suo nome e cognome. Lì ho capito che resistiamo significa Ri-Esistiamo. Ecco uno dei sensi profondi che attraversa il lavoro di TeatrinGestAzione, che si è consolidato con il lavoro nel Manicomio Criminale di Aversa. Giuliano Scabia, durante un convegno su i teatri delle diversità parlava del logos-poesia come principio originario dell’esistenza umana, e di ogni possibile creazione; noi in OPG cerchiamo di restituire loro il Logos-poesia, di restituire loro la bellezza che gli spetta; e questa bellezza si riflette come principio nel lavoro di TeatrinGestAzione.

 
 

Avete mai avuto un attimo di scoraggiamento nel portare avanti questo progetto?

 

E’ una domanda che ci fanno spesso. Accade a volte di sentirsi le forze mancare di fronte all’ignoranza, all’indifferenza, all’esercizio del potere, alla burocratizzazione della vita umana. Caratteristiche che sono di casa nelle nostre istituzioni carcerarie e che in OPG ad Aversa è prassi. Ti pervade un grande senso d’impotenza a volte, quando i numeri contano più della vita stessa. Ma ci basta incrociare gli sguardi che si affacciano dalle sbarre mentre attraversi i cortili, per ritrovare la forza. Mai, davvero mai, ci siamo scoraggiati nel lavoro con i nostri ragazzi. Loro semmai il coraggio ce lo danno, per restare al loro fianco finché non vedremo chiuso per sempre quel luogo. Una vergogna che resta in piedi per “civile ignoranza”.

 
 

Qual è stata la reazione delle istituzioni presso le quali avete svolto l’attività di promozione e sensibilizzazione ad un nuovo utilizzo delle tecniche teatrali e in particolare qual è stata la reazione dell’O.P.G di Aversa dall’inizio alla fine del progetto?

 

Il progetto nato nel 2006, è ancora in corso perché è permanente. Come detto prima, finché non ci impediranno di entrare, e fino a quando esisterà quel manicomio criminale, il nostro progetto non finirà, proprio perché con esso contribuiamo non soltanto al benessere degli internati, ma al superamento della struttura stessa, mantenendo sempre alta l’attenzione su un luogo che normalmente non viene considerato, sulla cui esistenza indegna manca ogni tipo di informazione. Anche se segnaliamo che ultimamente è stata aperta una commissione d’inchiesta parlamentare che ha finalmente portato all’attenzione dell’opinione pubblica la vergogna che si consuma ogni giorni in questi luoghi. Precisazione doverosa per comprendere anche come difficilmente possa esserci qualcosa afferente al mondo dell’espressione artistica, che possa riuscire a scalfire l’ottusa macchina amministratrice del Manicomio Criminale. Per questo motivo ci impegniamo a mantenere alta la qualità del lavoro, perché possa conquistare l’attenzione oggettiva del pubblico superando il veicolo del pietismo, o della morbosità. Più si parla del nostro lavoro più noi conquistiamo credibilità con il personale e i vertici stessi dell’OPG, più riusciamo a condurre con il minimo indispensabile l’attività, resistendo appunto all’indifferenza e alle mancanze istituzionali. La poesia della scena da sola non basta. Novità o meno nelle tecniche proposte non è argomento che riesce a conquistare l’interesse tout court delle istituzioni, o quanto meno a renderlo continuativo. Gli apprezzamenti non mancano, è la loro trasformazione in azioni concrete di sostegno che manca.

 
 

Come si è svolta la fase di preparazione dello spettacolo “La giostra:l’eccezione è la regola” con gli ospiti dell’O.P.G ?

 

Il lavoro parte dall’osservazione dello stato reale delle cose. Lavorare in un istituzione totale non può che condurre il lavoro a farsi strumento d’analisi del contesto in cui si svolge e delle condizioni che vivono i partecipanti all’attività. Questo perché il lavoro risponde alle urgenze degli attori, ancor più se non sono professionisti, quindi non tenuti ad occuparsi in generale delle urgenze della società esterna. Poiché essi subiscono una naturale censura, sintomo di una società individualista, hanno diritto ad uno spazio pubblico che gli permetta di raccontarsi e raccontare ciò che la maggior parte degli uomini liberi ignora. Coloro che hanno a che fare con la Giustizia quotidianamente, sono anche i più esperti d’ingiustizia. Così è nata la proposta di affrontare “l’Eccezione e la Regola” di Brecht, che ha dato vita poi allo spettacolo “La Giostra”. Abbiamo proposto al gruppo il testo, l’abbiamo letto e poi discusso insieme i temi che ci hanno naturalmente appassionato e unito in un cammino comune, liberi e non liberi. Poi la strada percorsa è sempre quella della nostra metodologia. Cerchiamo nel corpo le zone tematiche del testo. I corpi ci raccontano le parole che diranno. Se si parte da un testo teatrale già scritto, il primo passo dopo la sua lettura e analisi è il lavoro fisico. L’allenamento del corpo è fondamentale, poiché gli internati non svolgono alcun tipo di attività fisica, camminano poco, passano la maggior parte del loro tempo seduti o sdraiati, quindi i loro corpi hanno bisogno di essere “risvegliati”. Il lavoro sul corpo attraversa poi la relazione coi compagni e con lo spazio. Le dinamiche corali danno vita alla creazione delle scene. Le parole si ripetono ad alta voce, senza che nessuno sia obbligato a impararle; l’ascolto del testo durante gli esercizi di relazione corale, permette di imprimere nella memoria le parti del testo che rispondono all’urgenza tematica. Mano a mano che si va avanti i testi si arricchiscono di quelle storpiature che poi vengono modellate in una scrittura scenica, fatta di Brecht, di me, di noi, di sentito dire, di silenzi, di stralci di canzoni, di articoli di giornale, di versi ripescati nella memoria, di quotidiani divieti, di solitari pensieri rumorosi che finalmente trovano una voce comune.

 
 

Come si svolge un’attività di insegnamento delle tecniche teatrali indirizzata ad individui affetti da particolari problemi psichici e quali sono le differenze maggiori rispetto ad un insegnamento tradizionale e “normale”?

 

Innanzitutto non ci occupiamo di insegnare tecniche teatrali, tantomeno “normali”, ma il nostro è uno studio sullo strumento corpo-macchina e sulla relazione, qualunque sia la sua natura, per cui ciò che facciamo, è indagare il funzionamento di ogni singolo corpo e dei suoi meccanismi materiali e immateriali, regolati dalle leggi del respiro. Questa indagine ci porta naturalmente a scoprire i limiti e le fragilità che poi segnano il percorso della creazione. Ecco perché non c’è alcuna differenza sostanziale nel lavorare con professionisti, non professionisti, disabili, particolarmente abili… si tratta di acquisire la consapevolezza degli strumenti che possediamo e di metterli al servizio dello spettacolo, della creazione. Più che altro possiamo dire che un gruppo d’internati detenuti presentano maggiori problemi fisici e scarsa capacità di attenzione, e una tendenza ad affaticarsi presto, spesso conseguenze delle terapie farmacologiche.

 
 

Qual è stata la motivazione fondamentale che ha condotto alla scelta del testo di Brecht?

 

All’inizio di un nuovo lavoro l’attività si basa prevalentemente su un dialogo libero, come un incontro tra amici che parlando del più o del meno arrivano a dichiarare le proprie urgenze. Da questi incontri deduciamo una serie di temi, e quindi di proposte testuali. Il gruppo sceglie il testo tra quelli proposti e si parte. Il gruppo della Giostra scelse il testo di Brecht perché ingiustizia, differenze sociali e abuso di potere erano concetti familiari, che ognuno di loro aveva concretamente subito, di cui avevano desiderio di parlare al pubblico.

 
 

Quale elemento del testo viene maggiormente evidenziato in questa messinscena e qual è la motivazione?

 

La ciclicità viziosa di tutte le umane vite e della storia dell’uomo. L’impossibilità di vincere sull’ottuso interesse personale, le relazioni malate costruite sulla stratificazione sociale. Guardando dalla finestra dell’area trattamentale la giostrina che utilizziamo in scena, abbandonata in uno dei cortili dell’OPG, Marcello, uno dei nostri internati un giorno disse: “ quella giostra siamo noi, che gira gira tra le carte, le speranze, facciamo propositi di tutti i tipi ci diamo da fare ma poi alla fine siamo sempre nello stesso posto”.

 
 

Quali sono stati gli apporti che una simile attività ha aggiunto al significato primo del testo brechtiano?

 

Sempre uno di loro un giorno disse: “siamo tutti il Portatore”. E questa considerazione è diventata una qualità intrinseca anche nell’analisi degli altri ruoli. Il mercante, i poliziotti, la guida, l’albergatore…. erano tutti il portatore.

 
 

Quali sono gli elementi della rappresentazione che rientrano nell’ottica di una “scelta necessaria” e quali invece sono state le scelte stilistiche?

 
Possiamo dire che lo stile complessivo dell’opera rispetta la poetica che nasce sempre e soltanto dalla necessità. Le urgenze tematiche e anche quelle più concrete derivanti dalla mancanza di fondi e di sostegni economici, o dalle difficoltà di varia natura che si possono incontrare, determinano l’estetica. Il nostro stile deriva dalla pratica dell’urgenza.

 
 

Cosa significa precisamente “onestà” come chiave d’interpretazione del lavoro?

 

Noi non fingiamo di non essere in un Manicomio Criminale e non fingiamo che loro non abbiano problemi mentali, né tra noi né col pubblico, innanzitutto partiamo da questo. L’onestà di cui parliamo ha a che fare con la condizione dell’uomo, mai assolutamente indipendente ma sempre bisognoso degli altri, la relazione è alla base del nostro lavoro perché è espressione di quella necessità. Essere onesti significa riconoscerlo e lasciare che tutti possano riconoscersi. Non c’è menzogna, non c’è artificio, tutto è dichiarato, semmai sublimato nella bellezza, nella poesia, ma mai nascosto o camuffato. Cerchiamo di rispondere alle leggi del teatro e non dello spettacolo. Essere onesti per noi vuol dire sprofondare e riportarci alla luce. Rivoltarsi.

 
 

Quali sono state le maggiori difficoltà riscontrate nel condurre un’attività teatrale con dei pazienti di un ospedale psichiatrico?

 

Le maggiori difficoltà s’incontrano sempre per motivi legati alla condizione dell’internamento, della reclusione, quindi a fattori non strettamente legati alla malattia. L’attività deve infatti tenere conto degli effetti delle terapie farmacologiche, della mancanza di attività motoria, delle pessime condizioni igieniche degli spazi in cui vivono gli internati, del sovraffollamento, degli umori scatenati dalle difficili relazioni con il personale e con le istituzioni, della burocrazia che spesso è la prima causa della forzata permanenza di chi è stato dichiarato dimissibile e non è messo in condizione di lasciare l’istituto, della devastante solitudine vissuta da chi è stato abbandonato dalla propria famiglia, di chi ha perso i propri affetti. Le difficoltà che possono normalmente spalmarsi su un’intera società, diventano ingestibili in OPG perché spesso sono condizioni che tutte insieme ognuno degli internati vive, fatte salve pochissime eccezioni, che ovviamente confermano la regola.

 
 

Come “agisce” il teatro in questi casi? Quali sono stati i miglioramenti o i cambiamenti che ha avuto modo di vedere e provare durante questa attività?Un aneddoto particolare?

 

Il teatro crea un luogo altro, che cerca di portare le difficoltà fuori dal contesto in cui nascono, senza però negarlo o ignorarlo, per sviluppare uno sguardo oggettivo che riesce a superare la condizione personale. Il luogo in questione nasce dalla relazione con i partecipanti, che condividendo un’esperienza creativa, riescono ad oggettivizzare la propria condizione. L’attività fisica proposta riattiva il movimento del corpo, producendo endorfine, che contrastano l’eccessivo effetto sedativo delle terapie farmacologiche, influenzando molti dei cicli fisiologici che riguardano il nostro organismo, generando un effetto positivo sull’umore, in grado di migliorare la resistenza allo stress, alla fatica ed al dolore. Da ultimo l’attività teatrale sviluppa una capacità critica e dona una nuova prospettiva futura in visione di una riconquistata libertà. La maggior parte degli internati che negli anni hanno partecipato all’attività, ha sviluppato una nuova prospettiva di vita, e interesse per l’arte teatrale, ed espresso il desiderio e l’intenzione di continuare l’attività anche in libertà se fosse stato possibile. Con tanti siamo rimasti in contatto e alcuni di loro continuano in altri contesti a frequentare il teatro nei suoi diversi aspetti. Molti hanno deciso di non nascondere il proprio passato, mettendo la propria esperienza a disposizione dell’informazione sulle condizioni degli OPG e degli internati, portando come esempio la propria esperienza in conferenze dedicate e seminari. Tanti di loro hanno espresso il desiderio di continuare il lavoro con la nostra compagnia, fuori dall’OPG; un progetto che ci piacerebbe attuare, ma che non siamo riusciti ad attivare finora per mancanza di fondi e di sostegni istituzionali. Particolare è l’esperienza di Ezio (che nella giostra era “la guida”), che dopo 30 anni tra carcere ed OPG, è stato un interlocutore prezioso della commissione parlamentare d’inchiesta per il superamento dell’OPG; il teatro gli ha fornito gli strumenti fondamentali per rendere comunicativa la sua esperienza, conquistando diverse platee.

 
 

Quale valore ha avuto questa esperienza per gli ospiti dell’O.P.G ?

 

Senza dubbio il valore più grande che riacquistano è la dignità. La questione della perdita dei valori è strettamente legata al disagio. Le valige che portano in scena durante lo spettacolo contengono appunto i valori che gli sono stati sottratti perdendo la condizione di uomini liberi e sani. Ognuno di loro ha scritto sulla propria valigia di scena quel valore che non avrebbe dato via per nulla al mondo, perduto per sempre negli sguardi indifferenti della società. Passaggio sottolineato dalla scena dei viaggiatori in attesa, azione che si svolge sul pezzo musicale di Battiato “Povera Patria”: Nel fango affonda lo stivale dei maiali. Me ne vergogno un poco, e mi fa male vedere un uomo come un animale. Non cambierà, non cambierà sì che cambierà, vedrai che cambierà. Voglio sperare che il mondo torni a quote più normali che possa contemplare il cielo e i fiori, che non si parli più di dittature se avremo ancora un po’ da vivere… La primavera intanto tarda ad arrivare.

 
 

Come hanno reagito gli attori-pazienti dell’O.P.G. alla partecipazione al Festival Benevento Città Spettacolo?

 

Non è stata una cosa speciale per loro, perché ogni spazio di pubblica parola è un’occasione di libera espressione. Semplicemente sapevano che avrebbero avuto un’attenzione maggiore dalla stampa, e così è stato. Erano contenti, ma subito dopo lo spettacolo, hanno pensato al lavoro compiuto, alle scene da migliorare, alla prossima uscita, a diventare più bravi, una telefonata, una pizza, e poi al pubblico che affollava i camerini per dirgli bravi e per ringraziarli della verità donata.

 
 

Quale ruolo concreto avete riscontrato, attraverso questa esperienza, possa avere il teatro nella riabilitazione psichiatrica?

 

Concretamente, come specificato prima, è in grado di contrastare i devastanti effetti collaterali delle terapie farmacologiche e delle dinamiche della reclusione. Ma questo crediamo possa essere possibile solo se la pratica teatrale attraversa il lavoro sul corpo, sul respiro, sulla voce che parte dal movimento, sulla relazione, e giammai sull’interpretazione, o la recitazione. Lo ribadiamo, il pensiero è meglio che resti in cantina.

 
 

Credete che il teatro possa essere un’attività da proporre e attuare in maniera stabile all’interno di queste realtà?

 

Deve essere stabile, bisogna lottare e impegnarsi con tutte le forze perché possano esserci sempre più occasioni di creare compagini stabili all’interno delle istituzioni totali, o in contesti disagiati. Da diversi anni molti di noi si battono con le istituzioni per ottenere un riconoscimento in questo senso, un sostegno a progetti più strutturati di una semplice e discontinua attività basata sul lavoro volontario.

 
 

Qual è il messaggio che questa rappresentazione si prefigge di far giungere allo spettatore? Siamo tutti il portatore, anche quelli seduti in platea. Come ha reagito il pubblico? Quali sono state le critiche più incisive ricevute?

 

Il pubblico ha ringraziato e continua a ringraziarci, non per aver visto uno spettacolo, ma per aver “partecipato ad una riflessione comune”, per aver “guardato un pezzo di realtà”, anche se dallo spioncino del palcoscenico. Ancora oggi incontriamo persone che ricordano lo spettacolo come “un’esperienza di vita” (sono parole che ci hanno detto, le riportiamo così come sono state espresse). Ci capita di tanto in tanto di parlare con qualcuno che ad un certo punto si scopre essere stato uno spettatore della giostra. E’ una lezione continua, che produce ancora oggi incontri preziosi. Per questo abbiamo anche deciso di mettere on line il video integrale, come testimonianza viva di un’esperienza collettiva.

 
 

Quale valore ha assunto l’incontro con il teatro per gli attori partecipanti successivamente alla messinscena?

 

Gli ha restituito il senso della parola “futuro”.

 
 

Al termine del progetto quali sono le sue considerazioni ?

 

Nessun progetto teatrale può dirsi terminato fino a che vi sarà qualcuno che lo ha visto, vi ha partecipato e per questo può raccontarlo. La parola fine non può esistere in un lavoro che sviluppa domande, che vuole indurre alla domanda l’ormai atrofizzato “corpo sociale*”. [*Qual è il senso, qual è la radice della metafora “corpo sociale”? Una mente personale ha sensi e intelligenza ma è anche partecipe di un “senso comune”. Chiediamoci allora che cosa sia il senso comune e quali rapporti abbia con il corpo sociale. Che cosa sia una comunità e quale rapporto vi sia tra la comunità e gli individui che la compongono. Ricordandoci che la comunità viene prima dell’individuo: sua culla, suo terreno di crescita e di nutrimento, sua “radice”. Subordinare così il punto di vista della comunità a quello dell’individuo libero e responsabile è una svolta recente nella storia umana e, a quanto pare, per nulla irreversibile. Nelle nostre democrazie, dove ogni testa vale un voto, questo capovolgimento deve operarsi nella coscienza di sempre nuovi individui, perché le democrazie non solo progrediscano, ma restino semplicemente in piedi; questo esige il raggiungimento dell’autonomia morale da parte dei più, possibilmente di tutti. Roberta De Monticelli] ANNA GESUALDI e GIOVANNI TRONO