Misantropie

MISANTROPIE

Da Molière ai bestiari medievali, sotto la guida de Il riso di H. Bergson.

Mi prende l’umor nero e un profondo dolore quando vedo la gente comportarsi in tal modo. Io riscontro dovunque solo vili lusinghe, ingiustizia, interesse, scaltrezza, tradimento; non posso contenermi, mi adiro, e mi propongo di mandare all’inferno tutto il genere umano.

Il Misantropo – Molière

Cura della visione
Gesualdi | Trono

In scena
I Detenuti della Casa Circondariale di Poggioreale

Costumi
Federica Terracina

Produzione
Napoli Teatro Festival e TeatrInGestAzione
In collaborazione con la
Casa Circondariale Napoli Poggioreale

i bozzetti di Federica Terracina

Misantropie nasce come esito del laboratorio di creazione scenica rivolto ai detenuti della Casa Circondariale di Napoli Poggioreale.
Uno spettacolo che prende vita da una pratica che passa da corpo a corpo.

Il carcere rappresenta e ci rappresenta come sintesi della società viziata e deformata che viviamo. Luogo ai margini dell’esistenza, da consultare all’occorrenza come bestiario contemporaneo.

Qui, il nostro misantropo è l’uomo tra le bestie. In gabbia, accerchiato da pavoni, iene, camaleonti e altri animali, si dibatte tra istinto e morale mentre sprofonda nell’intestino di Célimène. Ma la bestia di cui parliamo non è riconducibile ad un soggetto, non ha nome e cognome, ma è massa, è atteggiamento, è resa.

Non una riscrittura del Misantropo ma un osservatorio sulla disumanizzazione, un decalogo sul divenire della bestia, una mappa per la discesa agli inferi, e su come l’uomo in fondo sia ridicolo nell’affermare la propria superiorità.

In mezzo mar siede un paese guasto

In mezzo mar siede un paese guasto

Esito e laboratorio con gli anziani ospiti della casa protetta San Giovanni Bosco (MO), in occasione di Trasparenze Festival 2019 Modena.


cura e conduzione Gesualdi|Trono
foto Vicky Solli

L’invito del Teatro dei Venti arriva puntuale, durante un percorso di ricerca dedicato negli ultimi tempi alla scomparsa, alla disillusione, alla cancellazione di ogni traccia d’uomo, fino all’estinzione.
Queste le domande che ci porremo durante il prezioso incontro con chi ha nel corpo segnato, messo in evidenza, il passaggio al mai. Non lo faremo abitando la dimensione intima e soggettiva, bensì quella politica: il corpo politico in estinzione; il processo di corruzione del corpo morto, come metafora di una civiltà guasta.
E’ nel passaggio al non più che la nostra presenza si fa inevitabilmente politica, quando il corpo non è più legato ad un’identità, ma si fa oggetto, scarto, rifiuto da prendere in carico. Qualcuno dovrà occuparsi della nostra carcassa, il cui peso sarà direttamente proporzionale alla memoria che porta con sé. Non è poi proprio questo divenire “rifiuto” un atto sovversivo?

Ci accompagnano in questa riflessione i versi de “la terra desolata” di T. S. Eliot. Una “città irreale”, un “paese guasto” (come lo chiama il poeta Caproni), che Eliot canta attraverso la profetica voce di Tiresia:

You who were with me in the ships at Mylae!
That corpse you planted last year in your garden,
Has it begun to sprout? Will it bloom this year?

Tu che eri con me sulle navi a Mylae!
Quel cadavere che l’anno scorso hai piantato nel tuo giardino,

Ha cominciato a germogliare? Fiorira quest’anno?

Stream~ Meditazioni

Stream~ Meditazioni

Inizialmente pensato come un convegno, Stream è un formato artistico intermediale che mette in rassegna flussi di pensiero; soliloqui condensati in uno spazio acustico e ipnotico. La composizione diacronica, si declina in meditazioni a tema, coinvolgendo voci autorevoli e sensibili, interpellate ad un dialogo in differita digitale.

Avevamo necessità di creare uno spazio dove accogliere l’autenticità del pensiero nel suo manifestarsi tra le labbra, mentre ancora le parole sono allevate nella bocca prima di arrotondarsi nel suono. Il suo metodo compositivo è ideato per scongiurare il carattere illustrativo tipico del formato convegno, che di solito raccoglie gli interventi degli esperti in una forma precostituita, che esclude l’uditore dallo spazio della riflessione.

Scelto un tema e individuati i relatori esperti della materia, si condividono materiali e spunti in uno scambio unico e singolare, durante una conversazione privata. Segue la registrazione, in un unico respiro, di un soliloquio a tema, non editato. Le parole sono trasferite ad un musicista e compositore che le mette in dialogo con il suono. Parole e musica sono poi depositate in uno spazio digitale, definito da un unico colore elaborato in impercettibili variazioni. L’operazione si compone di cicli a tema raccolti su queste pagine. 

Un’operazione di
TeatrInGestAzione

Direzione
Gesualdi | Trono

Dramaturg
Loretta Mesiti

Primo ciclo ~ Abitare Futuro

Maggio 2020, in occasione di Maggio dei Monumenti, manifestazione a cura dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Napoli

3 meditazioni in 3 appuntamenti con Dario Gentili (filosofo, insegna Filosofia Morale all’Università Roma Tre), Isabella Bordoni (poetessa, artista e curatrice indipendente), Pietro Gaglianò (critico d’arte e curatore indipendente), Renato Grieco (compositore e musicista).

Il discorso si fa materia sonora, fluisce di stanza in stanza, disegna l’habitat poetico che accoglie lo spettatore. Le voci interpellate sul tema dell’abitare-futuro si offrono in soliloquio, aprendoci al sorgere del pensiero. L’odierno stato di eccezione si impone come punto di partenza e segna una cesura non soltanto nel tempo, ma nel modo di fabbricare ogni possibile rappresentazione del domani e del visibile. Il corpo, la lingua, la selva sono le figure che ci indicano la soglia dove la domanda è in trasfigurazione e si fa radura, casa, invito.

PER ORIENTARSI bisogna mettersi in ascolto, indossare le cuffie, passare alla modalità schermo intero, guardare, affondare nel colore e lasciar lavorare “un artefice interno che forma la materia e la figura da dentro, come da dentro del seme o radice manda ed esplica il stipe, da dentro il stipe caccia i rami, da dentro i rami le formate brancie, da dentro queste ispiega le gemme, da dentro forma, figura, intesse, come di nervi, le fronde, gli fiori, gli frutti” (G.Bruno, De la causa, principio et uno).

Testi e voci
Isabella Bordoni
Pietro Gaglianò
Dario Gentili

Drammaturgia sonora
Renato Grieco

*Traccia Isabella Bordoni
Piano
Andrea Laudante / Jacopo D’Amico

Traduzione dall’italiano
Giovanna Lo Conte

Isabella Boridoni è autrice e artista, curatrice indipendente. Inizia il proprio percorso artistico nella seconda metà degli anni ’80 all’interno della scena nord europea delle arti sceniche e elettroniche. Conclusa l’esperienza in seno a Giardini Pensili che ha fondato nel 1985 e co-diretto fino al 2000, con IB_Progetto per le Arti ha dato vita a una piattaforma collaborativa internazionale, nella relazione tra arte, luoghi, archivi della contemporaneità. Attenta alle poetiche dei luoghi e alla reciproca influenza tra l’organizzazione dello spazio naturale, urbanistico e abitativo, e il gesto dell’arte, ha fatto di questi orizzonti materia d’indagine con progetti artistici, cura, docenza. Interessata al “documento” come dispositivo di costruzione e decostruzione narrativa, la sua pratica comprende performance, installazioni, radio. Coinvolta nella sfera dell’arte pubblica e relazionale con progetti ad ampio raggio, introduce i termini poetry.scapes e cittadinanza poetica per descrivere l’ambito processuale che questi mettono in atto. È direttrice artistica di Associazione IMAGONIRMIA di Elena Mantoni e del premio «spostamento variabile» art residency and publishing project.

Renato Grieco è un compositore e musicista attivo maggiormente nel campo della musique concrète e della radio-arte. Dal 2013 si è esibito in Italia, Regno Unito, Francia, Svizzera, Russia, Germania, Norvegia, Danimarca, Polonia, Slovenia, Turchia, Malta, Grecia sia con il suo progetto solista (con lo pseudonimo kNN) che in numerose collaborazioni in veste di performer, interprete o drammaturgo del suono per la danza. È co-curatore del festival La Digestion – musica ascoltata raramente.

Pietro Gaglianò è critico d’arte e curatore. Dopo la laurea in architettura ha approfondito il rapporto tra l’estetica del potere e le contronarrazioni agite dall’arte, prediligendo il contesto urbano e sociale come scena dei linguaggi contemporanei, con una particolare attenzione per i sistemi teorici della performance. Nei suoi progetti è centrale la sperimentazione di formati ibridi tra arte e scienze sociali per coltivare la percezione politica dello spazio pubblico e della comunità. Insegna in istituzioni italiane e statunitensi. Tra le pubblicazioni La sintassi della libertà (Gli Ori, 2020) e Memento. L’ossessione del visibile (Postmedia Books, 2016).

Renato Grieco è un compositore e musicista attivo maggiormente nel campo della musique concrète e della radio-arte. Dal 2013 si è esibito in Italia, Regno Unito, Francia, Svizzera, Russia, Germania, Norvegia, Danimarca, Polonia, Slovenia, Turchia, Malta, Grecia sia con il suo progetto solista (con lo pseudonimo kNN) che in numerose collaborazioni in veste di performer, interprete o drammaturgo del suono per la danza. È co-curatore del festival La Digestion – musica ascoltata raramente.

Dario Gentili insegna Filosofia morale presso l’Università di Roma Tre. Ha conseguito il dottorato di Ricerca in Etica e filosofia politico-giuridica presso l’Università di Salerno; ha svolto nel biennio 2009-2010 un post-dottorato in Filosofia e storia delle idee presso il Sum (Istituto Italiano di Scienze Umane); nel 2011-2012 ha avuto una borsa post-doc DAAD presso il Walter Benjamin Archiv di Berlino; nel 2013-2014 è stato assegnista di ricerca presso il Sum/Scuola Normale Superiore di Pisa; nel 2014 visiting researcher presso la Heinrich-Heine-Universität-Düsseldorf. Si occupa di pensiero italiano contemporaneo, analisi dei dispositivi spaziali nel pensiero politico, giuridico e architettonico occidentale, concezione della crisi in ambito politico ed economico. È autore di saggi e articoli pubblicati in diverse lingue. Ha scritto le seguenti monografie: Il tempo della storia. Le tesi “sul concetto di storia” di Walter Benjamin (2002); Topografie politiche. Spazio urbano, cittadinanza, confini in Walter Benjamin e Jacques Derrida (2009); Italian Theory. Dall’operaismo alla biopolitica (2012); Crisi come arte di governo, Quodlibet, Macerata 2018.

Renato Grieco è un compositore e musicista attivo maggiormente nel campo della musique concrète e della radio-arte. Dal 2013 si è esibito in Italia, Regno Unito, Francia, Svizzera, Russia, Germania, Norvegia, Danimarca, Polonia, Slovenia, Turchia, Malta, Grecia sia con il suo progetto solista (con lo pseudonimo kNN) che in numerose collaborazioni in veste di performer, interprete o drammaturgo del suono per la danza. È co-curatore del festival La Digestion – musica ascoltata raramente.

Lo Spazio a Dismisura d’Uomo

Lo Spazio a Dismisura d’Uomo

ideazione, cura e conduzione
Gesualdi | Trono

sound landscape
Maurizio Maria Galvani

 

Dispositivo performatico di insubordinazione poetica dello spazio, per dare voce ad un paesaggio umano smisurato; a partire da una struttura testuale che imposta uno spazio ideale di composizione, attingendo agli sguardi personali sui luoghi che abitiamo e vorremmo trasformare.

L’impulso a combattere per il proprio spazio, ci priva, paradossalmente, proprio dello spazio vitale più prezioso, quello dell’immaginazione, fonte di entusiasmo, gioia ed energia, indispensabile per edificare una realtà che assomigli a quella che desideriamo.

Invocata “al potere” dai surrealisti, l’immaginazione si traduce in uno spazio “a dismisura d’uomo”, dove convivono libertà politica, libertà poetica, libertà di sognare senza pudore e di credere all’assoluta condivisibilità e praticabilità del proprio sogno.

Vi invitiamo a creare ed abitare poeticamente con noi questo spazio a compiere un atto di ammutinamento della realtà. Ci muoviamo lenti lungo una parabola che tratteggia il nostro incedere verso il luogo della meraviglia, uno spazio sterminato che prende corpo in un collettivo In-Canto.

 

ISTRUZIONI

Il laboratorio si rivolge ad un gruppo di cittadini che formano il corpo di mantenimento dell’installazione partecipata, e che facilitano la partecipazione dei passanti.

Sul pavimento è tratteggiata un’ampia e lunga parabola alla cui estremità c’è un microfono aperto. Una traccia audio è consegnata ai partecipanti prima di entrare nella fila.

Insieme ci prepariamo ad abitare l’installazione partecipata, con un laboratorio di un’ora, seguito dall’apertura del dispositivo ai passanti.

Al pubblico è indicato un punto di raccolta, dove si consegnano le istruzioni per abitare la parabola e attingere agli spunti testuali che, una volta raggiunto il microfono, potranno essere continuati, frammentati, interrotti, vocalizzati, iniziati e mai finiti, reinventati.

Per un’esperienza immersiva si consiglia di portare con sé auricolari e telefono cellulare.


 

Foglio di Sala


CRASI

Nell’ambito delle attività promosse dalla Fondazione Morra all’interno degli spazi di Casa Morra Archivio d’Arte contemporanea, TeatrInGestAzione, la compagnia teatrale guidata dalla coppia Gesualdi | Trono, dà vita al Laboratorio Permanente di Pratiche Performative Interdisciplinare, in collaborazione con Lorenzo Mango, professore titolare della cattedra di Storia del Teatro Moderno e Contemporaneo dell’Università L’Orientale di Napoli.
Il Laboratorio Permanente si ascrive in un più ampio e complesso progetto che prende il nome di CRASI – Centro di Ricerca delle Arti Sceniche Internazionale, e che comprende le multiple dimensioni in cui si declina l’opera di TeatrInGestAzione, in sinergia con la Fondazione Morra. Un progetto di formazione che durante l’anno ospiterà attività pedagogiche diversificate.

 

Il Laboratorio Permanente si articolerà in una fase preliminare e tre percorsi autonomi e complementari, a partire da novembre 2018 fino a novembre 2019, intervallati da aperture al pubblico. Il primo percorso è declinato in appuntamenti fissi dedicati alla condivisione della prassi artistica di TeatrInGestAzione; il secondo scandito da incontri a carattere teorico e pratico con esperti e studiosi di discipline e campi d’indagine che riteniamo complementari al teatro (Storia, architettura, filosofia, economia); il terzo ospita interventi pedagogici intensivi e diversificati, accogliendo visioni autonome della scena contemporanea indipendente e internazionale (registi, coreografi, performer). Un’attività ibrida di ricerca, formazione, creazione, che possa dare luogo ad un dialogo fertile, proponendosi come un’alternativa di costanza, rigore e disciplina, per condurre i partecipanti ad una preparazione necessaria a coltivare un’autonomia creativa.

 

“Il laboratorio è per noi il tempo e il luogo della conoscenza reciproca, del nutrimento, il tempo dell’onestà, della fragilità; il luogo della cura, dell’allenamento che mira a costruire una presenza che si fonda su una forma di agilità dell’ascolto, sulla ricezione e sulla reazione; un’occasione per riconoscerci e dare luogo a un progetto comune, e magari scoprire di poter condividere nel futuro un tempo più lungo. Qui a Casa Morra, TeatrInGestAzione sarà corpo vivo esposto all’opera.” (Gesualdi | Trono)

C.R.A.S.I.

Laboratorio Permanente di Pratiche Performative Interdisciplinare
indagine e formazione teatrale, pratica e teorica

 

Novembre 2018-19
Mercoledì e giovedì dalle 17:00 alle 20:00
presso Casa Morra, salita San Raffaele 20/C

In collaborazione con il prof. Lorenzo Mango, titolare della cattedra di Storia del Teatro Moderno e Contemporaneo dell’Università L’Orientale di Napoli.

Nell’ambito delle attività promosse dalla Fondazione Morra.

 

Aperte le candidature, manifestazioni di interesse, richieste di partecipazione a studenti, attori, performer, danzatori, professionisti e non.
È possibile candidarsi come praticanti o come uditori.
La partecipazione è gratuita.
Per i praticanti la frequenza è obbligatoria.
Per gli uditori è ammessa una frequenza parziale

Resta aperto l’invito a visitarci, a chiunque ne faccia richiesta agli indirizzi indicati.

 

INFO
info@teatringestazione.com
+39 320 0304861 (whatsapp)
teatringestazione.com

> Iscriviti <

    FASE PRELIMINARE > morfologia
    La cura del lavoro è affidata a Gesualdi / Trono

    dal 26 al 30 novembre 2018
    tutti i giorni, dalle 11:00 alle 17:00

    dicembre 2018 / gennaio 2019
    mercoledì e giovedì, dalle 17:00 alle 20:00

    Le attività iniziano il 26 novembre 2018 con una Sessione Aperta della durata di 5 gg.
    Un’occasione di incontro e di lavoro sulla presenza e sulla creazione scenica; un primo approccio ai principi che sottendono la poetica e la prassi lavorativa di TeatrInGestAzione. Un laboratorio gratuito guidato da Anna Gesualdi e Giovanni Trono.

    PERCORSO FONDAMENTALE > sintassi
    La cura del lavoro è affidata a Gesualdi / Trono

    dal 4 febbraio al 2 giugno
    mercoledì e giovedì, dalle 17:00 alle 20:00
    a seguire luglio/ novembre 2019
    orari e giorni da definire

    Aperto a chi (attraverso precedenti esperienze laboratoriali, e/o artistico/performative) abbia maturato il bisogno di coltivare la propria autonomia creativa ed esercitare la propria autorialità, prendendosi cura in modo meticoloso ed esigente della propria presenza scenica, approfondendo le dinamiche di relazione, la scrittura di scena e la composizione corale. I partecipanti potranno sviluppare il proprio spazio d’indagine in una struttura di lavoro che valorizza e sostiene il cammino individuale, che allo stesso tempo si fa traduttore di un’istanza condivisa, di un discorso molteplice e pluridimensionale.
    Nella nostra prassi movimento, canto, danza, parola, gesto, suono, si rispondono, si richiamano e si continuano, come in una partitura in cui ogni voce è chiamata ad accordarsi con tutte le altre e, contemporaneamente, è portatrice della propria linea melodica, della propria singolarità.

    Scenderemo nelle profondità del nostro corpo, per rivoltarlo esposto in atto poetico.
    Faremo tutto il possibile per essere vivi. Definire la nostra presenza. Portare alla luce quel desiderio riposto oltre l’umano sentire in quell’altrove inspiegabile ove risiedono i nostri fiori migliori, quell’orto delle possibilità, quelle azioni in potenza che rendono il corpo in scena molteplice e multi direzionale. Capace di comporre un discorso sempre nuovo, che non recita non ripete l’evidente, ma vive la scena, ne fa esperienza condivisa con lo spettatore.

    Uno studio quotidiano sul corpo esteso dell’attore, concepito come luogo della creazione; corpo che si abbandona alla forma geometrica multidimensionale della propria presenza, estroflesso, precipitato alle estreme conseguenze, spinto, estremizzato, allenato ad essere smembrato per accogliere lo spettatore nelle sue pieghe, corpo che si dispiega in paesaggio, percorribile dallo sguardo più attento.

    PERCORSI COMPLEMENTARI > lessico

    dicembre 2018 – novembre 2019
    iscrizioni aperte a tutti 

    Il percorso fondamentale si arricchirà degli incontri complementari.
    Lezioni trasversali tenute da studiosi, ricercatori e artisti ospiti che incontreranno i partecipanti condividendo visioni e pratiche.

     

    Primo Incontro

    16/17 e 23/24 gennaio 2019 dalle 17:00 alle 20:00

    Sessione di architettura applicata allo spazio scenico, guidata dall’arch. Daniele Balzano, ricercatore e professore a contratto presso il DiARC di Napoli.

     

    Secondo Incontro

    Giorni e orari da definire

    Incontro teorico a cura di Salvatore Margiotta e Mimma Valentino, ricercatori, saggisti, redattori di Acting Archives Review, entrambi collaboratori del prof. Lorenzo Mango, cattedra di Storia del teatro moderno e contemporaneo de ‘L’Orientale’ di Napoli.

     

    Ulteriori percorsi sono in via di definizione e saranno comunicati appena confermati.

    SESSIONI INTENSIVE> discorsi

    Ulteriori sessioni sono in via di definizione e saranno comunicate appena confermate.

    prova2




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    ciao

    ciao

    riciao

    corpus


    riciao

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    iting of this myth does not follow the thread of a story, but the tremors of a bodily refl ection. The project originates from the need to recognize ourselves in the urgency of a founding perspective for the contemporary existence, and therefore inaugurating a common question space on the mutations that change our historical-social-geographical-identity-making present, focusing on a complexity that overtakes us, being the place we inhabit at the same time. Therefore we assume the foundation as that inaugural, instituting action that raises from th

    avVento (2011/2015) is a multi-year project conceived as an “ideal space of foundation” gathering together several artists with the common assignment to contribute to the writing of a post-modern myth of foundation, from the origin to the sign, from the vision to its accomplishment.
    The writing of this myth does not follow the thread of a story, but the tremors of a bodily refl ection. The project originates from the need to recognize ourselves in the urgency of a founding perspective for the contemporary existence, and therefore inaugurating a common question space on the mutations that change our historical-social-geographical-identity-making present, focusing on a complexity that overtakes us, being the place we inhabit at the same time. Therefore we assume the foundation as that inaugural, instituting action that raises from the private and individual signification to project itself in a plural dimension. We wanted to consider the question focusing mostly on the ethos, on the shape of the artistic practice needed to face it, rather than on its content. As the “foundation” act that was the object of our reflection would have been inscribed in an inter-subjective dimension rather than in an individual one, so the “creative” act asked to be re-conceived, re-configured, in a relational dimension, more than in a personal one.
    Therefore we inaugurated avVento as a building itinerant site of scenic research, a dialogical and multidisciplinary creation device in which the presence of every single artist is not important for itself, creating an autonomous and self-suffi cient work. The presence of the artist acts and intends itself as a founding transition of a community dimension, in which different artists commit themselves in building a confrontation space conceiving their own creations as lines of a dialogue.

    The project avVento is not a single scenic work, it activates a multilingual collective writing, considering several expression levels, whose signs will be readable in their totality at the end of the whole path (an online archive will be published in 2015). Meanwhile the different signs of the discourse are deeply rooted in a founding part of the question, being independent one from the others.The structure of the whole project moves from the writing of the “10 chapters of foundation” by Loretta Mesiti (TeatrInGestAzione). They constitute the thematic framework to which the creative devices activating the creation of the parts of the discourse answer in a rhizomatic way, and not in a consequential one.The parts of the discourse develop throughout different expressive languages and being in dialogue with different artists, who were asked to interact with the themes of the project in an autonomous and concerning manner. These transits remain in avVento’s path as an indelible sign of every new inaugurated dialogue. These passages create signs in which every artist who accepted our invitation can recognize his own passage. At the end of the path they will be collected under one single sight and they will reveal the movement of an entire community who contributed at the reflection on a new myth of foundation.


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    Altofest

    Ciò che facciamo con Altofest è creare un luogo di promiscuità in cui ognuno accoglie il rischio di esporsi all’altro. Il privato non è più proprio, ma intimità condivisa. L’espropriazione, il dislocamento che spesso sono vissuti come traumi, nel caso di Altofest sono come il temporale che blocca sconosciuti inaspettatamente sotto la stessa tettoia o nello stesso androne a cercar riparo.

     

     


    DARE LUOGO ad una rigenerazione Umana / Urbana

    Altofest si configura come luogo d’inizio, fatto di passi incerti e attese sugli usci delle case. A Napoli, perché ogni istante vissuto in questa città è come la prima volta, il primo suono, la prima luce. Ci interessa l’innamoramento, e non il rinnovamento. Qui è possibile perché nulla è come sembra, qui non si conosce “sembra”. Qui si accade.

    Qui capita di camminare per strada e vedere le donne che fuori dal proprio “basso” troneggiano in vestaglia, conquistando un fazzoletto di suolo pubblico, manifestando la propria identità, che si diluisce in quella del dirimpettaio, definendo un luogo che rende i due abitanti contemporaneamente a casa e fuori casa. In questo modo Napoli sposta il confine tra pubblico e privato non più avanti o più dietro, ma nell’atto di abitare, esso non è confine fisico bensì confine abitativo.
    Ciò che facciamo con Altofest è creare un luogo di promiscuità in cui ognuno accoglie il rischio di esporsi all’altro. Il privato non è più proprio, ma intimità condivisa. L’espropriazione, il dislocamento che spesso sono vissuti come traumi, nel caso di Altofest sono come il temporale che blocca sconosciuti inaspettatamente sotto la stessa tettoia o nello stesso androne a cercar riparo.

    Amiamo dire che il festival è una trappola nella quale si sceglie di capitare, essa lo è per l’artista che sceglie di portare i propri materiali fuori dallo spazio formale e lo è per il donatore che decide di lasciare che un’opera abiti il suo spazio intimo, lo è per il pubblico che riconosce il luogo privato come un luogo altro, uno spazio di scrittura. La casa del donatore diventa foglio bianco nel momento stesso in cui l’artista varca la soglia. Totalmente e reciprocamente esposti, abitanti dello stesso luogo, artisti e cittadini non hanno più scuse per mancare l’incontro.

    Altofest innesca dispositivi generativi di relazione, pensiero e conoscenza, miscela la dimensione intima e quella pubblica, predispone uno spazio di promiscuità tra artisti e cittadini, tendendo al superamento dei ruoli, a favore di una partecipazione corale, di un’esperienza totale che genera “relazioni inedite”.

    Altofest tende quindi ad emanciparsi progressivamente dalla funzione di mera “produzione” e/o “programmazione” di spettacoli ed opere artistiche, abitualmente attribuita ai festival, per prefigurarsi come uno spazio di socialità sperimentale. La città diventa in questo modo dimora per pratiche d’arte innovative e condivise, per artisti vivi e cittadini audaci.

    Il festival nasce a Napoli nel 2011, ideato e diretto da TeatrInGestAzione (teatringestazione.com).

    TEATRINGESTAZIONE da diversi anni si occupano di creare pratiche artistiche innovative che coinvolgono il territorio e gli artisti internazionali, puntando sulla partecipazione diretta dei cittadini ai processi culturali, innestando l’azione artistica nell’architettura socio-urbana ed umana in cui agisce. Promuovono prassi creative che producono un pensiero nuovo, che favoriscono la crescita della collettività attraverso la valorizzazione della differenza, e non si abbandonano al facile consenso.

    ALTOFEST nasce dunque con l’intento di DARE LUOGO ad una comunità generatrice di un pensiero critico, che tenga alta l’allerta su ogni tentativo di massificazione della proposta culturale imposta dall’alto, capace di riconoscere la cultura come bene primario, sentirne il bisogno quotidiano. Tentiamo di innestare un processo trasversale, che richiami al dialogo tutte le componenti sociali del tessuto urbano, il cui connettore è la visione estranea, straniera, espressa attraverso la pluralità dei linguaggi delle arti dal vivo ospitati nel festival, che donano a questa comunità l’occasione per parlarsi in una lingua neutra, incontrarsi in uno spazio di rischio condiviso.

    DRAMMATURGIA DI UN FEST

    Un progetto internazionale, orizzontale e generativo, che si innesta nel tessuto socio-urbano che lo ospita per “dare luogo” ad una riqualificazione umana ed urbana.
    Sia in qualità di artisti che di cittadini, siamo partiti da queste domande:

    Cosa ci rende estranei l’uno all’altro? Dove si genera la distanza? Perché la cultura è assente nella scala dei valori e delle urgenze quotidiane?

    Quindi abbiamo individuato nella “prossimità” e nel “dono” le chiavi per concepire la struttura di ALTOFEST, ponendo la presenza dell’artista in relazione non più al suo spettatore, ma alla comunità di cui questo fa parte.

    In queste passate edizioni Altofest ha creato il luogo della prossimità. Gli artisti entrano nelle case dei cittadini e questi accolgono le loro opere nel proprio quotidiano, nello spazio più intimo, permettendo agli uni di riscrivere la presenza e la necessità degli altri, dando luogo a relazioni autentiche, che moltiplicate nello spazio cittadino fondano una nuova possibile comunità, uno spazio di pluralità di azione e di pensiero.

    Fin dalla sua prima edizione DARE LUOGO è il principio che accompagna Altofest. Dare luogo evoca il principio del dono, sul quale il festival si regge, ma anche l’iniziativa consapevole, la scelta, presupposta a questo dono.
    Dare luogo indica inoltre la direzione estetica delle opere e degli interventi che Altofest genera e accoglie: interventi nati da un dialogo singolare con gli spazi che li ospitano, destinati a far emergere il luogo altro, il luogo possibile dentro, attraverso le pieghe di spazi già abitati, risignificando forme, oggetti, usi, già praticati, già disposti alle relazioni e alle azioni che accolgono quotidianamente.

    Altofest s’interroga in maniera radicale sulla necessità di generare nuovi valori, ridisegnare la relazione con i luoghi, di sovvertire l’uso di spazi e l’attribuzione fissa di ruoli, di osare sconfinamenti (di genere, di disciplina, di competenza, d’azione) mai tentati.

    Altofest è concepito da TeatrInGestAzione come un’opera dal vivo, estesa e condivisa.
    I suoi ideatori ne curano la realizzazione secondo i dettami della propria poetica e metodologia creativa, muovendo dall’esigenza di svincolare l’atto performativo dal contesto spettacolare, disegnando spazi di condivisione in cui altri artisti e autori di diverse discipline possano entrare in dialogo e mettere in discussione, in maniera pubblica e collettiva, le proprie pratiche.

    COME FUNZIONA

    Altofest – International Contemporary Live Arts Festival – dal 2011 riunisce a Napoli una comunità crescente di artisti internazionali, cittadini di Napoli e produttori di pensiero. Ad essi, a partire dalla quinta edizione, si aggiungono operatori internazionali (curatori, programmatori), accolti quest’anno grazie al sostegno dell’Aeroporto Internazionale di Napoli e al dialogo con Creactivitas.

    Il Festival è costruito assieme ai cittadini di Napoli, che nelle loro case e/o spazi privati di altra natura (appartamenti, terrazzi, sotterranei, cortili, interi condomini, laboratori artigianali…) ospitano opere di artisti internazionali.

    Un processo svolto attraverso la sperimentazione di poetiche innovative, che ambiscono a coinvolgere, assieme ai luoghi, il sistema di relazioni che questi luoghi ospitano.

    Il programma del festival accoglie tutte le espressioni dell’arte contemporanea dal vivo, ospitando progettualità interdisciplinari, prodotte dal dialogo tra autori che sperimentano sinergie inedite, prassi ibride, la cui presenza oggi rende ALTOFEST crocevia di linguaggi diversificati e di estetiche sperimentali.

    Gli interventi in programma sono sottoposti allo sguardo e all’analisi di un Osservatorio Critico, uno spazio permanente di riflessione e ricerca interdisciplinare, organicamente legato ad Alto Fest, in cui viene riunita una compagine di ricercatori ed artisti, personalità portatrici di saperi, pratiche e competenze fortemente eterogenee, chiamati ad esercitare uno sguardo collegiale e poliprospettico sul festival stesso.
    L’Osservatorio è presieduto da Silvia Mei ( http://bit.ly/silviamei ) in dialogo con TeatrInGestAzione. I nomi dei membri che comporranno l’Osservatorio 2016 saranno pubblicati sul sito di Altofest.

    ALTOFEST si costituisce dunque come Osservatorio Permanente sull’esperienza estetica, invitando le presenze in programma a riflettere, riferendosi al proprio progetto, sul principio primo che lo ha generato: Dare Luogo.

    Gli artisti sono incoraggiati ad assistere a tutte opere in programma, a partecipare a tutte le attività condivise con i cittadini, predisposte dal festival, a rendersi disponibili al dialogo con l’Osservatorio Critico, a partecipare ai momenti di confronto con gli Operatori Culturali Internazionali, a lasciare una traccia scritta della propria presenza/esperienza.

    Footloose

    Footloose (2017)

    di TeatrInGestAzione

    itinerario pedagogico, cura della visione
    Gesualdi | Trono

    Performance in esclusiva per Trasparenze Festival Modena
    Esito del laboratorio con i richiedenti asilo del progetto “Mare Nostrum”

    Documentazione
    Foto a cura di Elisabetta Del Giudice
    Video di Raffaele Manco – Voice over di Vittorio Continelli tratto dalla sua opera “Discorso sul Mito”.

    Il progetto è nato in occasione di Trasparenze Festival 2017, chiamati a preparare una performance con il gruppo Marewa, migranti richiedenti asilo del progetto “Mare Nostrum”.

    La chiamata di Trasparenze è arrivata proprio mentre seguivamo a distanza gli sviluppi e le sorti di “Civil march for Aleppo”, Una marcia civile per la pace da Berlino ad Aleppo lungo la “rotta dei rifugiati” in direzione opposta. Iniziativa autonoma nata da persone che non rappresentano alcuna organizzazione o partito politico, semplicemente cittadini che insieme hanno deciso di lanciare un appello all’azione e di agire piuttosto che di aspettare.

    Un’immagine chiara allora ci è apparsa mentre ci preparavamo ad incontrare il gruppo Marewa: un muro in movimento, incorporato, innestato nei piedi, trascinato da corpi che marciando segnano e disfano nuovi confini. Una marcia che di fatto vuole annullare il senso di separazione, di negazione, di limitazione che porta con sé l’immagine del muro.

    Il muro nell’immaginario collettivo è radicato al suolo, immobile, invalicabile, da abbattere, aggirare, o superare, esteso in lunghezza e in altezza, oltre, imponente. La sua immagine ci restituisce immediatamente un peso, lo stesso di una materia inamovibile, come certe posizione ottuse costruite sulle paure subdole del nostro secolo.

    Il lavoro che abbiamo intrapreso è stato dunque teso a trasformare il muro in materiale vivo e mutevole, in corpo danzante. I corpi degli esuli vestono mattoni, che si fondono con la memoria del loro viaggio. Attraversano la città in parata, muti, accompagnati dal tintinnio dei mattoni trascinati, che a tratti ricorda cavalli e catene, evocando quel Nuovo Mondo che fece schiavi gli africani. I volti sono ricoperti di farfalle sgargianti, posate leggere tra il sudore, i solchi della pelle e le smorfie della fatica. L’approdo è in piazza, sotto il sole di mezzogiorno, dove i corpi si preparano all’ultima traversata. Si danza sulle macerie.

    Footloose è una performance rituale, un percorso catartico. Gli spettatori che accompagnano la marcia concorrono alla costruzione dell’immagine di una folla che attraversa muta la città. Lo spettatore dopo aver camminato, fa esperienza del corpo che desidera essere l’altro che danza. E quest’altro è lo straniero di cui si ha paura.

    Footloose è una parola-immagine-movimento. Una miccia scatenante. Risuona fragorosa tra le vie del corso cittadino, si fa strada tra gli abiti della domenica, svicola ed esplode. È un’azione poietica che invita a mettersi in cammino, a sconfinare, a rischiare, perché in nessun luogo siamo al sicuro, perché siamo noi la mina che vaga, il muro che crolla, la fuga, il mare aperto in tempesta, la lingua straniera, la terra, la terra! Terra di passaggio, perchè non c’è più casa a cui tornare, ma un’umanità nuova da fondare al grido di “let’s dance!”.

    Il titolo è mutuato dal film musicale “Footlose” che racconta il tentativo di integrazione di un giovanissimo ragazzo di Chicago, trasferitosi in un paesino di provincia. A Beaumont Ren è visto come una minaccia, sarà invece artefice di una rivoluzione.

    Questo “filmettino americano” anni ’80, ha animato la nostra adolescenza di ragazzi di provincia. ci ha lasciato il sottofondo discreto di un desiderio di riscatto, e una colonna sonora che ha ancora la forza di scatenare una rivoluzione danzante. Nonostante la trama giovanile che scorre leggera, emergono immagini forti: roghi di libri messi al bando, comitati cittadini che si improvvisano giustizieri fai da tè, assemblee cittadine votate alla “salute pubblica”.

    La pellicola ci riporta all’attuale condizione che i migranti vivono nelle nostre città. Le accuse che i “borghesi piccoli piccoli” di Beaumont muovono verso il giovane straniero, pericoloso corruttore di costumi, attentatore della pace cittadina, potenziale criminale, non sono poi così lontane dalle lapidarie sentenze che alimentano i nostri “Pogrom 3.0”. Gli esuli migranti sono percepiti come invasori, usurpatori, barbari, pericolosi, violenti, animali selvaggi, indomiti, votati chissà a quale diavolo.

    Accecati dalla paura, nutriti dal veleno mediatico, abbiamo scelto il nostro nemico, causa di tutti i mali e ci siamo votati alla sua soppressione.

    Con il nostro Footloose abbiamo immaginato di poter sprigionare un’energia capace di rivoltare il corpo e il pensiero, generando una forza magnetica sconosciuta, capace di ricongiungere i corpi in un incontro nuovo votato al desiderio e non più alla paura.

    Alla vigilia dell’incontro con il gruppo Marewa, i piedi sciolti hanno iniziato a scalpitare.

    Il Corpo Animale

    Laboratorio condotto da Anna Gesualdi e Giovanni Trono


    Derrida scrive:
    «L’uomo è dopo l’animale. Lo segue. Questo “dopo” della sequenza, della conseguenza, o della persecuzione, non è nel tempo, non è temporale: è la genesi stessa del tempo»
    «l’animale è lì prima di me, è lì presso di me, lì davanti a me – che lo seguo/sono dopo di lui. E dunque, essendo prima di me, eccolo dietro di me. Mi circonda»

    «varcando le frontiere o le fini dell’uomo, giungo all’animale: all’animale in sé, all’animale in me e all’animale che si sente mancante, a quell’uomo di cui Nietzsche diceva pressappoco, non mi ricordo dove, che era un animale ancora
    indeterminato, un animale mancante di sé»

    Quando un animale compie un movimento, ad esso partecipa il corpo intero nella sua complessità.
    Esso si trasfigura già nella proiezione del salto prima ancora di compierlo. Alla stessa interezza deve puntare il corpo in scena. Questo lavoro permette al corpo di esplorare e attraversare delle anatomie che non gli appartengono, che portate in movimento offrono la possibilità di studiare la spinta propulsiva, la resistenza statica, la capacità reattiva, il respiro che si adatta alle condizioni proprie di ogni specie.
    Potremo percepire la forza di gravità distribuita orizzontalmente e non verticalmente, per prendere coscienza del reale peso di ogni parte del corpo ed affinare la propriocezione.
    L’indagine sugli animali ci permette dunque di maturare una presenza scenica multi-direzionale, dal carattere sferico, capace di una ricezione più acuta, forte nell’affermarsi nello spazio e agile nel disegnare senso.

    Ai partecipanti verranno assegnati dei semplici compiti e richiesti a memoria estratti da testi di Čechov e Beckett. Si consiglia la lettura di “L’animale che dunque sono” – J. Derrida


     

    AvVento

    è un progetto pluriennale concepito come “spazio ideale di fondazione”, che raccoglie diversi artisti intorno al comune compito di contribuire alla scrittura di un mito di fondazione postmoderno, dalla sua origine alla traccia, dalla sua visione al suo compimento.

     

     

     

     

     

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    avVento

     

     

     

     

     

    avVento (2011/2015) è un progetto pluriennale concepito come “spazio ideale di fondazione”, che raccoglie diversi artisti intorno al comune compito di contribuire alla scrittura di un mito di fondazione postmoderno, dalla sua origine alla traccia, dalla sua visione al suo compimento.
    La scrittura di questo mito, non segue il filo di una storia, ma i sussulti di una riflessione corporea. Il progetto nasce dalla necessità di riconoscersi nell’urgenza di una prospettiva fondatrice per l’esistenza contemporanea, e quindi inaugurare uno spazio comune di interrogazione sulle mutazioni che sommuovono il nostro presente storico-sociale-geografi co-identitario, mettendo a fuoco una complessità che ci supera, ma che al contempo rappresenta il luogo che abitiamo.Intendiamo dunque la
    fondazione come quell’azione inaugurale, istituente, che si sollevi da una signifi cazione privata e individualista per proiettarsi in una dimensione plurale.

    Abbiamo voluto considerare la questione che ci si poneva non solo a livello del suo contenuto, bensì compiendo una ricerca sull’ethos, sulla forma della prassi artistica necessaria per affrontarla. Come l’atto “fondativo” oggetto della nostra rifl essione avrebbe dovuto iscriversi non in una dimensione individuale ma intersoggettiva, così ci è sembrato necessario che anche l’atto “creativo” venisse riconcepito, riconfi gurato, iscritto in una dimensione non più personale, ma
    relazionale.
    Abbiamo quindi inaugurato avVento, come cantiere itinerante di ricerca scenica, un dispositivo di creazione dialogica e multidisciplinare in cui la presenza di ciascun artista non assume valore di per sé, realizzando un’opera autonoma ed autosuffi ciente, ma agisce e si comprende come passaggio fondativo di una dimensione comunitaria, in cui diversi artisti si impegnano alla costruzione di uno spazio di confronto concependo le proprie opere come battute di dialogo.


    Il progetto avVento non si traduce in un’unica opera scenica, ma innesca una scrittura collettiva multilingue, contemplando diversi piani espressivi, le cui tracce potranno leggersi nella loro interezza al termine del cammino (archivio web in costruzione che sarà reso pubblico nel 2015), ma che intanto affondano ognuna in una parte fondante del discorso, rendendosi autonome rispetto ad esso.
    La struttura dell’intero progetto prende le mosse dalla scrittura dei “10 capitoli della fondazione” ad opera di Loretta Mesiti, (TeatrInGestAzione). Essi costituiscono l’ossatura tematica a cui rispondono di volta in volta (non in maniera consequenziale, ma rizomatica) i diversi dispositivi creativi che innescano la creazione delle parti del discorso.

    Queste ultime si sviluppano attraverso differenti linguaggi espressivi e in dialogo con diversi artisti, a cui è stato chiesto di relazionarsi ai temi del progetto in maniera autonoma e tangente. Tali transiti restano nel percorso di creazione di avVento come traccia indelebile di ogni dialogo inaugurato, generando segni in cui tutti coloro che hanno accolto il nostro invito possono riconoscere il proprio passaggio, e che raccolti sotto un unico sguardo alla fine del percorso potranno rivelare il movimento di una intera comunità che avrà contribuito appunto alla rifl essione di un nuovo mito di fondazione.






     

     

     

    Ad ora quest’opera sistemica e polisemica ha lasciato le seguenti
    tracce:
    #1.Absolute Beginners – opera scenica, di TeatrInGestAzione
    #2.Bestiale Copernicana – opera scenica, di TeatrInGestAzione
    Where we belong – opera fotografica, di Valentina Quintano
    – Abbattere – serie pittorica, di Black Spring Graphics
    – Corpus – catalogo fotografi co, di Angela Grimaldi
    (con la supervisione del Professor Fabio Donato, Cattedra di
    fotografi a, Accademia di Belle Arti di Napoli)
    – #3. Geologhemi – opera letteraria, di Loretta Mesiti