Alto Fragile

Abbiamo immaginato un’opera, un’opera unica, che si dissemini nel tempo, lasciando intervalli in bianco. Intervalli nei quali proseguire l’azione e maturare la riflessione dentro e fuori la scena: Alto Fragile. Alto Fragile inaugura quindi una nuova pratica teatrale: una pratica teatrale che non ambisce alla realizzazione di uno spettacolo finito, ma si propone di condividere con il pubblico il tempo e lo spazio della ricerca.

 

 

 

 

 

 

Abbiamo immaginato un’opera, un’opera unica, che si dissemini nel tempo, lasciando intervalli in bianco. Intervalli nei quali proseguire l’azione e maturare la riflessione dentro e fuori la scena: Alto Fragile. Alto Fragile inaugura quindi una nuova pratica teatrale: una pratica teatrale che non ambisce alla realizzazione di uno spettacolo finito, ma si propone di condividere con il pubblico il tempo e lo spazio della ricerca.

ALTO FRAGILE è un dispositivo per artisti in residenza e spettatori attivi. Il progetto è l’ESPOSIZIONE PUBBLICA DELL’INGRANAGGIO CHE MUOVE UN CORPO IN STATO DI CREAZIONE, dell’opera che si fa corpo sotto lo sguardo del pubblico.

Esso si basa sulla condivisione tra artisti e spettatori del processo creativo e dello spazio che lo ospita, affinché si possa costruire una memoria comune intorno alla nascita di un’opera, al meccanismo umano che l’ha generata, che crei un’affezione e generi una nuova curiosità verso i linguaggi della scena contemporanea, affinché si possano superare le distinzioni di genere. Sentiamo il bisogno di ricostruire una lingua comune. Per questo abbiamo creato ALTO FRAGILE, affinché ogni spettatore potesse apprendere la grammatica della scena contemporanea, imparare una nuova lingua che è destinata sì a una continua mutazione, ma che nel suo incedere può divenire riconoscibile al passo.

DE_RI_VA

 

 

 

deriva

“DE RI VA_gruppo di studio a partire dalla Società dello spettacolo di Guy Debord” è un progetto a cura di TeatrInGestAzione in collaborazione con il DiARCH – Dipartimento di Architettura dell’Università Federico II di Napoli.

Un percorso che inauguriamo a febbraio 2016.

Un “gruppo di studio” che si riunisce periodicamente sotto la guida di TeatrInGestAzione.
L’indagine non vuole necessariamente preventivare un esito scenico, ma dare corpo ad una domanda, generando incontri e interventi di varia natura, con gli spettatori in spazi formali e non (performance, installazioni, letture, scritti, interventi singoli e collettivi in formati non precostituiti che il nostro incontrarsi genererà), e produrre una documentazione dettagliata del processo, che accompagnerà poi gli incontri pubblici.

“DE RI VA_gruppo di studio a partire dalla Società dello spettacolo di Guy Debord” è un progetto a cura di TeatrInGestAzione in collaborazione con il DiARCH – Dipartimento di Architettura dell’Università Federico II di Napoli.

Un percorso che inauguriamo a febbraio 2016.

Un “gruppo di studio” che si riunisce periodicamente sotto la guida di TeatrInGestAzione.
L’indagine non vuole necessariamente preventivare un esito scenico, ma dare corpo ad una domanda, generando incontri e interventi di varia natura, con gli spettatori in spazi formali e non (performance, installazioni, letture, scritti, interventi singoli e collettivi in formati non precostituiti che il nostro incontrarsi genererà), e produrre una documentazione dettagliata del processo, che accompagnerà poi gli incontri pubblici.

Semmai dovesse accadere, lo spettacolo sarà una celebrazione, da perpetrare.

Partiamo dalla condivisione di uno spazio neutrale, non teatrale, di un tempo fuori tempo, irregolare. Predisponiamo il luogo dell’osservazione del paesaggio in cui siamo immersi. Un presente fisico, spaziale, percepito, possibile. 
La ricerca di questa domanda che costituirà poi il nodo drammaturgico da cui scaturirà la forma come evento, che poi nella sua possibilità di ripetizione si farà atto celebrativo (peculiarità di un teatro che si rivolge all’origine delle cose), parte da alcune riflessioni sui linguaggi dell’arte che da troppo tempo sono parlati più che parlare.
Ci affidiamo, solo come spunto iniziale, all’analisi del filosofo francese Guy Debord e della sua “La Società dello Spettacolo”.
Come siamo soliti fare, apriamo il lavoro da subito a personalità complesse, che si occupano di teatro, ma che altresì fondano i propri studi e specializzazioni in altre discipline, con differenti competenze. Dunque per questo primo gruppo di lavoro abbiamo selezionato persone provenienti da diverse regioni italiane, che hanno competenze in architettura, filosofia, ingegneria, storia, lettere antiche, musica, danza. La cosa che li accomuna in ogni caso resta, soprattutto il teatro. Precisamente un certo modo di concepire il teatro. Linguaggio che si fa luogo, che accoglie e genera.

Il lavoro si apre anche alla partecipazione degli studenti del DiARCH (Dipartimento di Architettura dell’Università di Napoli Federico II) invitandoli a dare corpo ad una domanda sullo spazio teatrale contemporaneo. Ciascuno secondo le proprie competenze e specificità e interessi.

Dare vita ad un dialogo quotidiano interdisciplinare, e ristabilire la complessità necessaria per abitare il presente nel suo divenire costante, per questo inviteremo gli studenti ad abitare il processo creativo che metteremo in atto e a frequentare la nostra prassi teatrale, nel luogo della produzione del pensiero per eccellenza che crediamo ancora debba essere l’università
, dove si svolgeranno le prime fasi del progetto. E dunque ci sembra necessario innanzitutto sostare/osservare per fertilizzare la visione di coloro che forse saranno i costruttori degli spazi teatrali a venire. Per poter immaginare di nuovo uno spazio del teatro (visione) e non più dello spettacolo (consumo).

Si tratterà di “disfare lo spazio, non meno che la storia, l’intreccio, l’azione”
                                                                                                                              G. Deleuze

Con gli studenti approfondiremo una riflessione sullo spazio teatrale, che parte da uno dei maggiori architetti contemporanei:

“Bisogna creare visioni per sopravvivere”
D. Libeskind

In un’intervista dal titolo “La fine dello spazio” l’Architetto Daniel Libeskind, rispondendo alla domanda del suo intervistatore che gli chiedeva quale fosse la sua idea sulla posizione del teatro contemporaneo rispetto all’architettura, risponde così:

“E’ un argomento ampio e complesso, perché la sua domanda riguarda il concetto di spazio del teatro. Ritengo che molte persone che lavorano in teatro sia come attori che come registi si siano messi alla ricerca di uno spazio da trovare, non uno spazio teatrale, ma uno spazio da trovare […] credo che il teatro come ogni altra cosa, abbia perso l’illusione di quel “l’unico” spazio, “lo” spazio, lo spazio della lingua bella, lo spazio della memoria. Questo ha a che fare con una relazione totalmente nuova con il concetto di pluralità, e quindi certamente con quel fantasma dello spazio che aleggia sempre sul teatro, come la gravità sull’architettura. […] Come può esistere un’architettura del teatro? La nozione di scena intesa in maniera classica non è certamente calzante rispetto alla realtà contemporanea che viene ingoiata dallo spazio. […] È ciò che a lungo termine potrebbe rivelarsi una salvezza. Quando teatro ed architettura non sono dove ci si aspetta di trovarli. Quando all’improvviso si dislocano; quando sono in grado di spiazzare e ricollocare le istituzioni. Non è una trasformazione storica, è uno slittamento improvviso ed imprevedibile nel comportamento; uno slittamento nel modo di comprendere e di auto comprendersi, e al contempo un’improvvisa perdita di ciò che riteniamo di sapere, di aver compreso attraverso i concetti: una rimozione improvvisa di tutto ciò. Sono interessato allo spazio silenzioso che non esiste più in teatro.”

Questo spazio silenzioso per noi è il corpo dell’attore, un’architettura in movimento. Da questo corpo, crediamo si possa partire per pensare al futuro dello spazio teatrale. Tra il teatro e l’architettura c’è da sempre una reciprocità. In nome della forma come evento, accadimento sociale. Il teatro è prima di tutto lo spazio deputato all’incontro tra attore e spettatore convenuti alla meraviglia.

Ancora sul rapporto tra architettura e teatro, lo storico e critico del teatro Fabrizio Cruciani, in un intervento dal titolo “Il teatro che abbiamo in mente” scrive:

“… Oggi il teatro dell’immanenza possibile si fonda sulle esperienze forti del Novecento, il secolo ormai passato: produttivamente è il luogo in cui si realizza il lavoro degli attori, un lavoro che non è più la breve durata dello spettacolo e delle prove ma la lunga durata dell’esperienza, luogo che ha quindi una dimensione del quotidiano e la sua sacralità; culturalmente è il luogo in cui si realizzano le relazioni e le visioni di uomini concreti. Come insegna la ripetuta fuga dei teatri dal teatro e il rifugiarsi nei luoghi del vissuto, la diversità di cui consiste il teatro ha bisogno di uno spazio che esibisca la sua normalità non rispetto all’idea di teatro ma rispetto al sociale quotidiano. […] Ma ogni progetto di teatro resterà solo “monumento” o diventerà come quelle case disabitate di cui resta solo la facciata se non lo si darà come abitazione agli uomini di teatro.

Quindi il nostro è un invito alla produzione di un nuovo pensiero nel rispetto della maturazione organica dell’opera, partendo dall’innesto della prassi teatrale nelle stanze dell’università, luogo simbolo della conoscenza che appartiene alla città.

Il gruppo, dopo una prima fase pluri-residenziale e periodica, a Napoli, aprirà la propria indagine ad altre persone attraverso dei laboratori intensivi e itineranti, che saranno fonte di confronto e approfondimento.

In questa prima fase ci preme cercare di riconoscere la capacità di stare più che di fare. E’ questo infatti il principio alla base della nostra prassi creativa, tesa a difendere e promuovere e sostenere autonomia di pensiero e di azione, lontano dalla dinamica produttiva richiesta dal mercato.
TeatrInGestAzione è un organismo indipendente ed autofinanziato, che genera un discorso artistico svincolato dai tempi della produzione ufficiale, sempre troppo prematuri rispetto alla maturità piena dell’opera. Per questo immaginiamo forme alternative di sostegno, per non cedere il bene più prezioso che abbiamo: il tempo della gestazione. Dalla nostra prassi nasce dunque la convinzione che i processi di creazione debbano avvenire in luoghi non teatrali, dove si parla un linguaggio altro, dove tutto intorno è paesaggio da esplorare, lingue nuove da apprendere, umanità da accogliere.

 

 

Io Sono Teatro


IO SONO TEATRO
corso base di teatro per principianti e/o eterni appassionati
aperto a tutti, non importano l’esperienza, l’età, la lingua, la provenienza geografica: non esistono limiti al desiderio di partecipazione.

istruzioni per l’uso:
prendi il tuo corpo, dotalo di un pensiero, dagli parola, mettilo in uno spazio definito.
Procurati almeno un paio di occhi esterni che possano testimoniare di averti visto.

Ora respira profondamente e con parole tue, o di poeti, dichiara a quegli occhi fissi su di te:
IO SONO TEATRO.
Io sono il poeta
sono il corpo che traspare
sono l’aratro che dissoda
l’animale pronto al salto
l’indomito vento

Bene. Ora cerca altri corpi e ripeti con loro l’esercizio per almeno una volta a settimana.
il sabato, dalle 18:00 alle 20:00 al DAMM via avellino a tarsia, 15 (Parco Ventaglieri)

Guidiamo i partecipanti ad una graduale scoperta del piacere di stare in scena, delle potenzialità inespresse o sopite del proprio corpo, della bellezza di cui ogni essere umano è portatore, di tutti gli strumenti che possediamo per definire la nostra presenza.

“Il teatro fu la mia scuola e tutto quello che ho imparato è dal teatro che l’ho imparato”
A. P.

Prenderemo come riferimento testuale “il codice di Perelà” di Aldo Palazzeschi. La sua struttura presenta vari tipi di scrittura: l’uso continuo del dialogo, l’uso del monologo, l’uso dei parlati teatrali, i racconti all’interno del racconto, lo stile che anticipa soluzioni surrealistiche, il gusto particolare del fantastico e un forte realismo magico.
Perelà è qualcosa di diverso: un non-uomo confuso per un super-uomo, un eroe senza guerre, filosofo senza intelletto e soprattutto un protagonista al quale manca totalmente il desiderio di primeggiare, è l’essere senza pensiero inteso come pensiero del sé individualistico.

La cura del lavoro è affidata a Gesualdi / Trono di TEATRINGESTAZIONE

 

 

 


Experience

Aperto a chi (attraverso precedenti esperienze laboratoriali, e/o artistico/performative) abbia maturato il bisogno di prendersi cura in modo meticoloso ed esigente della propria presenza scenica, approfondendo le dinamiche di relazione, di scrittura di scena, di composizione corale in modo da coltivare la propria autonomia creativa e sviluppare la propria autorialità. I partecipanti potranno sviluppare il proprio spazio d’indagine in una struttura di lavoro che valorizza e sostiene il cammino individuale, che allo stesso tempo si fa traduttore di un’istanza condivisa, di un discorso molteplice e pluridimensionale. Nella nostra prassi movimento, canto, danza, parola, gesto, suono, si rispondono, si richiamano e si continuano, come in una partitura corale, in cui ogni voce è chiamata ad accordarsi con tutte le altre e, contemporaneamente, è portatrice della propria linea melodica, della propria singolarità.

Scenderemo nelle profondità del nostro corpo, per rivoltarlo esposto in atto poetico.

Faremo tutto il possibile per essere vivi. Definire la nostra presenza. Portare alla luce quel desiderio riposto oltre l’umano sentire in quell’altrove inspiegabile ove risiedono i nostri fiori migliori, quell’orto delle possibilità, quelle azioni in potenza che rendono il corpo in scena molteplice e multi direzionale. Capace di comporre un discorso sempre nuovo, che non recita non ripete l’evidente, ma vive la scena, ne fa esperienza condivisa con lo spettatore.

Il laboratorio è per noi il tempo della conoscenza reciproca, del nutrimento, il tempo dell’onestà, della fragilità; il luogo della cura, dell’allenamento che mira a costruire una presenza che si fonda su una forma di agilità dell’ascolto, sulla ricezione e sulla reazione; un’occasione per riconoscerci e dare luogo a un progetto comune, e magari scoprire di poter condividere nel futuro un tempo più lungo.


Gli autori di riferimento:
SAMUEL BECKETT e ANTON ČECHOV

L’osservatore contagia l’osservato con la propria mutevolezza.
S. B.

Sono necessarie nuove forme. Nuove forme sono necessarie e, se non ce ne sono, è meglio che nulla sia necessario.
A. P. C.

Le strutture drammaturgiche di Beckett e Čechov introducono l’attore a un lavoro complesso di costruzione della propria presenza, e nello stesso tempo richiedono quella trasparenza necessaria per farsi assorbire dalla geometria della scena, fino a farsi paesaggio. Il corpo, la voce, il silenzio, la parola-immagine, che si fa visione, compongono l’architettura dell’altrove verso cui è sempre teso l’apparente immobile infinito spazio scenico, in stato di permanenza. In questi luoghi, l’incontro tra spettatore e attore, si fa testimonianza, segno indelebile, sensibile memoria.

 

Il Corpo Esteso


programma di indagine e formazione teatrale sulla presenza scenica, a partecipazione giornaliera,
per attori, performers, studiosi del corpo scenico

Un invito a condividere il tempo e lo spazio del nostro allenamento quotidiano, lasciando a voi la libera scelta sulla frequentazione, esercitando così la responsabilità personale verso la cura del proprio lavoro. Aperto a chi (attraverso precedenti esperienze laboratoriali, e/o artistico/performative) abbia maturato il bisogno di prendersi cura in modo meticoloso ed esigente della propria presenza scenica, approfondendo le dinamiche del movimento, la struttura e il funzionamento del proprio corpo inteso come macchina emozionale.

www.teatringestazione.com


Il corpo è l’unità di un essere fuori di sè. (…)
(…) L`anima è l`estensione o la distesa del corpo. Cos`è che fa un´estensione? È una tensione, é anche un`in-tensione, nel senso di un´intensità . (…) A tale intenzionalità bisogna sostituire l´intensività , l`estensione del senso della tensione del fuori come tale.

Un corpo è dunque una tensione. E l´origine greca del termine è “tonos”, il tono. Un corpo è un tono. E con ciò non dico nulla che un anatomista non approverebbe: un corpo è un tonus. Quando il corpo non è più in vita, non ha più tonus, si trasforma o nel rigor mortis (la rigidità cadaverica) oppure nell´inconsistenza del marciume. Essere un corpo significa essere un certo tono, una certa tensione. Dirò inoltre che una tensione è anche una tenuta. Conseguentemente vi sono delle possibilità di sviluppo in senso etico che non si sospetterebbero a prima vista.

J.-L. Nancy, De Anima

Da anni conduciamo uno studio quotidiano sul corpo esteso dell’attore, concepito come luogo della creazione; corpo che si abbandona alla forma geometrica multidimensionale della propria presenza, estroflesso, precipitato alle estreme conseguenze, spinto, estremizzato, allenato ad essere smembrato per accogliere lo spettatore nelle sue pieghe, corpo che si dispiega in paesaggio, percorribile dallo sguardo più attento.
Ogni giorno con la nostra pratica quotidiana, scendiamo nelle profondità del nostro corpo, per rivoltarlo esposto in atto poetico.
Facciamo tutto il possibile per essere vivi. Definire la nostra presenza. Portare alla luce quel desiderio riposto oltre l’umano sentire in quell’altrove inspiegabile ove risiedono i nostri fiori migliori, quell’orto delle possibilità, quelle azioni in potenza che rendono il corpo in scena molteplice e multi direzionale. Capace di comporre un discorso sempre nuovo, che non recita non ripete l’evidente, ma vive la scena, ne fa esperienza condivisa con lo spettatore.

Intendiamo la pedagogia come accompagnamento di un autonomo percorso di scoperta delle proprie possibilità espressive. Chi prende parte al processo pedagogico si trova nella condizione di osservare se stesso, in scoperta.
Il laboratorio è per noi il tempo della conoscenza reciproca, del nutrimento, il tempo dell’onestà, della fragilità; il luogo della cura, dell’allenamento che mira a costruire una presenza che si fonda su una forma di agilità dell’ascolto, sulla ricezione e sulla reazione; un’occasione per riconoscerci e dare luogo a un progetto comune, e magari scoprire di poter condividere nel futuro un tempo più lungo.

 

The Wait

 

 

 

The Wait

A project by NAPOLI TEATRO FESTIVAL ITALIA 2010

 

 

PETRU

di M. P. Ottieri
regia Gesualdi Trono

 

 

 

ASSENTI

di I. Cotroneo
regia Gesualdi Trono

 

 

 

L’ATTESA

di V. Consolo
regia Gesualdi Trono

 

 

prova articolo testo

avVento #2. BESTIALE COPERNICANA

avVento #2. Bestiale Copernicana

Nella distanza tra la dimensione intima che l’ha generata e la sua necessità di farsi appello, squarciando il confine dello sguardo soggettivo, la visione può prendere corpo richiamando tutti alla propria presenza. E’ ciò che deve essere successo ai visionari che ci hanno preceduto, il cui sguardo ha tracciato il solco del nostro presente. Ad alcuni di essi abbiamo rivolto il nostro studio, cercando di comprendere quali processi li abbiano portati a “vedere“ in modo nuovo e cosa della loro visione ci consegni un compito di fondazione. Tra essi il nostro primo pensiero è andato a Mikołaj Kopernik che agli albori del XVI sec. intuisce il moto della terra attorno al sole. Copernico operò così una frattura nel nostro modo di vedere che ha sovvertito la gerarchia fra soggetto e oggetto della visione facendoci riconoscere corpi fra i corpi, parte “guardante” della materia guardata, materia in cui siamo invischiati, atomi tra gli atomi, sostanza incrostata d’animale e di stelle.È su questo momento “genetico” della fondazione che vuole riflettere BestialeCopernicana, andando ad indagare i processi che, in diversi ambiti del sapere (scienza, filosofia, spiritualità) hanno dato vita a quei ribaltamenti, sovvertimenti del nostro percepire, a quelle visioni copernicane, bestiali, che hanno liberato una nuova possibilità di intenderci uomini e di progettare il nostro agire.Formalmente L’opera è costituita da tre episodi performativi autonomi e indipendenti l’uno dall’altro, distanti nel tempo, non consequenziali, che innestano lo stesso discorso in tre luoghi di diversa natura: uno spazio formale (teatro, sala espositiva), uno spazio domestico e in diversi ambienti urbani. Lo spettatore è chiamato ogni volta a prendere parte al processo di costruzione del visibile, a definire la propria presenza nello spazio e nel tempo condiviso dell’opera: dal paradigma della rappresentazione in cui l’AGIREDEL RAPPRESENTANTE, permette e autorizza la mia ASSENZA (“ti guardo, lasciandoti agire al posto mio”), al paradigma della presenza condivisa, in cui ciascuno è invitato a METTERE IN OPERA il proprio stare rendendolo ATTO DI COSTRUZIONE.
avVento #2. BESTIALE COPERNICANA

avVento #2. Bestiale Copernicana

Nella distanza tra la dimensione intima che l’ha generata e la sua necessità di farsi appello, squarciando il confine dello sguardo soggettivo, la visione può prendere corpo richiamando tutti alla propria presenza. E’ ciò che deve essere successo ai visionari che ci hanno preceduto, il cui sguardo ha tracciato il solco del nostro presente. Ad alcuni di essi abbiamo rivolto il nostro studio, cercando di comprendere quali processi li abbiano portati a “vedere“ in modo nuovo e cosa della loro visione ci consegni un compito di fondazione. Tra essi il nostro primo pensiero è andato a Mikołaj Kopernik che agli albori del XVI sec. intuisce il moto della terra attorno al sole. Copernico operò così una frattura nel nostro modo di vedere che ha sovvertito la gerarchia fra soggetto e oggetto della visione facendoci riconoscere corpi fra i corpi, parte “guardante” della materia guardata, materia in cui siamo invischiati, atomi tra gli atomi, sostanza incrostata d’animale e di stelle.È su questo momento “genetico” della fondazione che vuole riflettere BestialeCopernicana, andando ad indagare i processi che, in diversi ambiti del sapere (scienza, filosofia, spiritualità) hanno dato vita a quei ribaltamenti, sovvertimenti del nostro percepire, a quelle visioni copernicane, bestiali, che hanno liberato una nuova possibilità di intenderci uomini e di progettare il nostro agire.Formalmente L’opera è costituita da tre episodi performativi autonomi e indipendenti l’uno dall’altro, distanti nel tempo, non consequenziali, che innestano lo stesso discorso in tre luoghi di diversa natura: uno spazio formale (teatro, sala espositiva), uno spazio domestico e in diversi ambienti urbani. Lo spettatore è chiamato ogni volta a prendere parte al processo di costruzione del visibile, a definire la propria presenza nello spazio e nel tempo condiviso dell’opera: dal paradigma della rappresentazione in cui l’AGIREDEL RAPPRESENTANTE, permette e autorizza la mia ASSENZA (“ti guardo, lasciandoti agire al posto mio”), al paradigma della presenza condivisa, in cui ciascuno è invitato a METTERE IN OPERA il proprio stare rendendolo ATTO DI COSTRUZIONE.
avVento #2. BESTIALE COPERNICANA

avVento #2. Bestiale Copernicana

Nella distanza tra la dimensione intima che l’ha generata e la sua necessità di farsi appello, squarciando il confine dello sguardo soggettivo, la visione può prendere corpo richiamando tutti alla propria presenza. E’ ciò che deve essere successo ai visionari che ci hanno preceduto, il cui sguardo ha tracciato il solco del nostro presente. Ad alcuni di essi abbiamo rivolto il nostro studio, cercando di comprendere quali processi li abbiano portati a “vedere“ in modo nuovo e cosa della loro visione ci consegni un compito di fondazione. Tra essi il nostro primo pensiero è andato a Mikołaj Kopernik che agli albori del XVI sec. intuisce il moto della terra attorno al sole. Copernico operò così una frattura nel nostro modo di vedere che ha sovvertito la gerarchia fra soggetto e oggetto della visione facendoci riconoscere corpi fra i corpi, parte “guardante” della materia guardata, materia in cui siamo invischiati, atomi tra gli atomi, sostanza incrostata d’animale e di stelle.È su questo momento “genetico” della fondazione che vuole riflettere BestialeCopernicana, andando ad indagare i processi che, in diversi ambiti del sapere (scienza, filosofia, spiritualità) hanno dato vita a quei ribaltamenti, sovvertimenti del nostro percepire, a quelle visioni copernicane, bestiali, che hanno liberato una nuova possibilità di intenderci uomini e di progettare il nostro agire.Formalmente L’opera è costituita da tre episodi performativi autonomi e indipendenti l’uno dall’altro, distanti nel tempo, non consequenziali, che innestano lo stesso discorso in tre luoghi di diversa natura: uno spazio formale (teatro, sala espositiva), uno spazio domestico e in diversi ambienti urbani. Lo spettatore è chiamato ogni volta a prendere parte al processo di costruzione del visibile, a definire la propria presenza nello spazio e nel tempo condiviso dell’opera: dal paradigma della rappresentazione in cui l’AGIREDEL RAPPRESENTANTE, permette e autorizza la mia ASSENZA (“ti guardo, lasciandoti agire al posto mio”), al paradigma della presenza condivisa, in cui ciascuno è invitato a METTERE IN OPERA il proprio stare rendendolo ATTO DI COSTRUZIONE.

Beckett On Air

 

 

 

BECKETT ON AIR

 

 

Trailer Video integrale

 

Beckett On Air (2015)
di TeatrInGestAzione, ispirato a Tutti quelli che cadono di S. Beckett

itinerario pedagogico, cura della visione
Gesualdi | Trono

con i detenuti della Casa Circondariale Poggioreale di Napoli

 

 

Dopo 8 anni di permanente lavoro teatrale con gli internati del Manicomio Giudiziario di Aversa, inauguriamo il nostro nuovo percorso teatrale all’interno del carcere di Napoli Poggioreale con un ritorno a Beckett, un lavoro intorno a “Tutti quelli che cadono”.
Un’esperimento di ascolto collettivo. Siamo tutti presenti nello stesso luogo, quello del suono. Non c’è più differenza tra noi, nell’ascolto. Ci accomuna l’horror vacui, l’insensatezza di certi destini, l’abitudine al male minore, l’insostenibile peso del quotidiano.
Le voci che ascoltate appartengono a tutti i detenuti del corso di teatro, compresi coloro che non possono godere di un permesso per uscire e che dunque stasera non sono qui con noi.
Sapendo fin dall’inizio che non tutti avrebbero potuto godere del permesso per prendere parte allo spettacolo in persona, abbiamo scelto la forma del radiodramma, per testimoniare la partecipazione e l’impegno di tutti i detenuti che hanno lavorato alla costruzione dello spettacolo. L’ascolto è completato da un’immagine in lento ed inesorabile movimento, una caduta rovinosa.
“Beckett On Air” vuole essere un campo lungo sull’umanità atrofizzata nel pensiero, povera di linguaggio, primitiva nei desideri, soffocata dal possesso, evocata da Beckett in immagini di corpi esplosi, putridi, bestiali, fusi con pezzi di lamiera, o disciolti nel fango, ricoperti di polvere. Immagini che sottratte alla rappresentazione visiva da Beckett, qui verranno soltanto accennate, suggerite, per essere formulate in piena libertà dallo spettatore, affinché abbiano le fattezze dei propri fantasmi, dannati, in un cammino sfrenato verso un’unico obiettivo: il riposo.
In questa cieca corsa verso la morte da differire attraverso altre morti, il Dio grottesco riduce tutte le vite che incontra a miserabili passatempi. E il richiamo della fine romba in lontananza.
In scena una radio che manda la registrazione della pièce, raccolta nelle stanze del carcere, nelle voci dei detenuti che si sono avvicendati durante “il corso di teatro”. In essa, tutto ciò che possa essere spremuto da una carcassa d’uomo. Un tentativo di resistere all’afasia, solo attesa di una fine qualunque, in un dormiveglia in cui campeggiano all’orizzonte sogni e desideri, di altri, fatti propri.
In carcere abbiamo ascoltato quel linguaggio zoppo, privo di nessi causali e spesso confuso da un grammatica imprecisa. Continuamente i discorsi non fanno che arenarsi per via del lessico scarno, o più semplicemente dell’impossibilità di distinguere il “potrei” dal “potessi”. Abitanti di un mondo di desideri falsi, che tutto costruiscono su quelle poche parole che sono loro rimaste impresse, o per caso o per convenienza. Non vi è dunque possibilità di capirsi appieno se non nel lamento, nella crudeltà. Svestendo la propria “funzione sociale”, sposando la disillusione, minando la speranza, il desiderio, il pensiero della felicità, della soddisfazione, il concetto di forza, potere, amore, famiglia. E sui questi cocci celebrare la vita che viene.

MISS la natura dell’educazione

 

 

MISS la natura dell’educazione

 

 

MISS la natura dell’educazione (2014)
di TeatrInGestAzione

cura della visione
Gesualdi | Trono

con Alessia Mete, Marzia Macedonio

installazione performativa: corpi, vedute mozzafiato e foglie morte. Ispirata ai “Dialoghi con Leucò” di Cesare Pavese.

Scrive Pavese nel saggio breve sul mito, pubblicato su « Cultura e Realtà », n. 1, maggio-giugno 1950:

Dalla fanciullezza, dall’infanzia, da tutti quei momenti di fondamentale contatto con le cose e col mondo che trovano l’uomo sprovveduto e commosso e immediato, da tutte le «prime volte» irriducibili a razionalità, dagli istanti aurorali in cui si formò nella coscienza un’immagine, un idolo, un sussulto divinatorio davanti all’amorfo, sale, come da un gorgo o da una porta spalancata, una vertigine, una promessa di conoscenza, un avangusto estatico. Il proprio di questa sensazione è un fermarsi del tempo, un rivivere ogni volta come nuova quella prima volta.

Il lavoro nasce per lega UISP Lega Montagna Nazionale, presentato per la prima volta il 28 marzo 2014, presso il DS I.C. 83° Porchiano – Bordiga – Napoli, quartiere Ponticelli, nell’ambito del corso L.A.I® “Metodologia Inclusiva per i BES (Bisogni Educativi Speciali); corso rivolto ai Docenti di ogni ordine e grado, proposto dalla UISP Lega Montagna Nazionale approvato dal M.I.U.R.