programma di indagine e formazione teatrale sulla presenza scenica, a partecipazione giornaliera,
per attori, performers, studiosi del corpo scenico

Un invito a condividere il tempo e lo spazio del nostro allenamento quotidiano, lasciando a voi la libera scelta sulla frequentazione, esercitando così la responsabilità personale verso la cura del proprio lavoro. Aperto a chi (attraverso precedenti esperienze laboratoriali, e/o artistico/performative) abbia maturato il bisogno di prendersi cura in modo meticoloso ed esigente della propria presenza scenica, approfondendo le dinamiche del movimento, la struttura e il funzionamento del proprio corpo inteso come macchina emozionale.

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Il corpo è l’unità di un essere fuori di sè. (…)
(…) L`anima è l`estensione o la distesa del corpo. Cos`è che fa un´estensione? È una tensione, é anche un`in-tensione, nel senso di un´intensità . (…) A tale intenzionalità bisogna sostituire l´intensività , l`estensione del senso della tensione del fuori come tale.

Un corpo è dunque una tensione. E l´origine greca del termine è “tonos”, il tono. Un corpo è un tono. E con ciò non dico nulla che un anatomista non approverebbe: un corpo è un tonus. Quando il corpo non è più in vita, non ha più tonus, si trasforma o nel rigor mortis (la rigidità cadaverica) oppure nell´inconsistenza del marciume. Essere un corpo significa essere un certo tono, una certa tensione. Dirò inoltre che una tensione è anche una tenuta. Conseguentemente vi sono delle possibilità di sviluppo in senso etico che non si sospetterebbero a prima vista.

J.-L. Nancy, De Anima

Da anni conduciamo uno studio quotidiano sul corpo esteso dell’attore, concepito come luogo della creazione; corpo che si abbandona alla forma geometrica multidimensionale della propria presenza, estroflesso, precipitato alle estreme conseguenze, spinto, estremizzato, allenato ad essere smembrato per accogliere lo spettatore nelle sue pieghe, corpo che si dispiega in paesaggio, percorribile dallo sguardo più attento.
Ogni giorno con la nostra pratica quotidiana, scendiamo nelle profondità del nostro corpo, per rivoltarlo esposto in atto poetico.
Facciamo tutto il possibile per essere vivi. Definire la nostra presenza. Portare alla luce quel desiderio riposto oltre l’umano sentire in quell’altrove inspiegabile ove risiedono i nostri fiori migliori, quell’orto delle possibilità, quelle azioni in potenza che rendono il corpo in scena molteplice e multi direzionale. Capace di comporre un discorso sempre nuovo, che non recita non ripete l’evidente, ma vive la scena, ne fa esperienza condivisa con lo spettatore.

Intendiamo la pedagogia come accompagnamento di un autonomo percorso di scoperta delle proprie possibilità espressive. Chi prende parte al processo pedagogico si trova nella condizione di osservare se stesso, in scoperta.
Il laboratorio è per noi il tempo della conoscenza reciproca, del nutrimento, il tempo dell’onestà, della fragilità; il luogo della cura, dell’allenamento che mira a costruire una presenza che si fonda su una forma di agilità dell’ascolto, sulla ricezione e sulla reazione; un’occasione per riconoscerci e dare luogo a un progetto comune, e magari scoprire di poter condividere nel futuro un tempo più lungo.