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“DE RI VA_gruppo di studio a partire dalla Società dello spettacolo di Guy Debord” è un progetto a cura di TeatrInGestAzione in collaborazione con il DiARCH – Dipartimento di Architettura dell’Università Federico II di Napoli.

Un percorso che inauguriamo a febbraio 2016.

Un “gruppo di studio” che si riunisce periodicamente sotto la guida di TeatrInGestAzione.
L’indagine non vuole necessariamente preventivare un esito scenico, ma dare corpo ad una domanda, generando incontri e interventi di varia natura, con gli spettatori in spazi formali e non (performance, installazioni, letture, scritti, interventi singoli e collettivi in formati non precostituiti che il nostro incontrarsi genererà), e produrre una documentazione dettagliata del processo, che accompagnerà poi gli incontri pubblici.

Semmai dovesse accadere, lo spettacolo sarà una celebrazione, da perpetrare.

Partiamo dalla condivisione di uno spazio neutrale, non teatrale, di un tempo fuori tempo, irregolare. Predisponiamo il luogo dell’osservazione del paesaggio in cui siamo immersi. Un presente fisico, spaziale, percepito, possibile. 
La ricerca di questa domanda che costituirà poi il nodo drammaturgico da cui scaturirà la forma come evento, che poi nella sua possibilità di ripetizione si farà atto celebrativo (peculiarità di un teatro che si rivolge all’origine delle cose), parte da alcune riflessioni sui linguaggi dell’arte che da troppo tempo sono parlati più che parlare.
Ci affidiamo, solo come spunto iniziale, all’analisi del filosofo francese Guy Debord e della sua “La Società dello Spettacolo”.
Come siamo soliti fare, apriamo il lavoro da subito a personalità complesse, che si occupano di teatro, ma che altresì fondano i propri studi e specializzazioni in altre discipline, con differenti competenze. Dunque per questo primo gruppo di lavoro abbiamo selezionato persone provenienti da diverse regioni italiane, che hanno competenze in architettura, filosofia, ingegneria, storia, lettere antiche, musica, danza. La cosa che li accomuna in ogni caso resta, soprattutto il teatro. Precisamente un certo modo di concepire il teatro. Linguaggio che si fa luogo, che accoglie e genera.

Il lavoro si apre anche alla partecipazione degli studenti del DiARCH (Dipartimento di Architettura dell’Università di Napoli Federico II) invitandoli a dare corpo ad una domanda sullo spazio teatrale contemporaneo. Ciascuno secondo le proprie competenze e specificità e interessi.

Dare vita ad un dialogo quotidiano interdisciplinare, e ristabilire la complessità necessaria per abitare il presente nel suo divenire costante, per questo inviteremo gli studenti ad abitare il processo creativo che metteremo in atto e a frequentare la nostra prassi teatrale, nel luogo della produzione del pensiero per eccellenza che crediamo ancora debba essere l’università
, dove si svolgeranno le prime fasi del progetto. E dunque ci sembra necessario innanzitutto sostare/osservare per fertilizzare la visione di coloro che forse saranno i costruttori degli spazi teatrali a venire. Per poter immaginare di nuovo uno spazio del teatro (visione) e non più dello spettacolo (consumo).

Si tratterà di “disfare lo spazio, non meno che la storia, l’intreccio, l’azione”
                                                                                                                              G. Deleuze

Con gli studenti approfondiremo una riflessione sullo spazio teatrale, che parte da uno dei maggiori architetti contemporanei:

“Bisogna creare visioni per sopravvivere”
D. Libeskind

In un’intervista dal titolo “La fine dello spazio” l’Architetto Daniel Libeskind, rispondendo alla domanda del suo intervistatore che gli chiedeva quale fosse la sua idea sulla posizione del teatro contemporaneo rispetto all’architettura, risponde così:

“E’ un argomento ampio e complesso, perché la sua domanda riguarda il concetto di spazio del teatro. Ritengo che molte persone che lavorano in teatro sia come attori che come registi si siano messi alla ricerca di uno spazio da trovare, non uno spazio teatrale, ma uno spazio da trovare […] credo che il teatro come ogni altra cosa, abbia perso l’illusione di quel “l’unico” spazio, “lo” spazio, lo spazio della lingua bella, lo spazio della memoria. Questo ha a che fare con una relazione totalmente nuova con il concetto di pluralità, e quindi certamente con quel fantasma dello spazio che aleggia sempre sul teatro, come la gravità sull’architettura. […] Come può esistere un’architettura del teatro? La nozione di scena intesa in maniera classica non è certamente calzante rispetto alla realtà contemporanea che viene ingoiata dallo spazio. […] È ciò che a lungo termine potrebbe rivelarsi una salvezza. Quando teatro ed architettura non sono dove ci si aspetta di trovarli. Quando all’improvviso si dislocano; quando sono in grado di spiazzare e ricollocare le istituzioni. Non è una trasformazione storica, è uno slittamento improvviso ed imprevedibile nel comportamento; uno slittamento nel modo di comprendere e di auto comprendersi, e al contempo un’improvvisa perdita di ciò che riteniamo di sapere, di aver compreso attraverso i concetti: una rimozione improvvisa di tutto ciò. Sono interessato allo spazio silenzioso che non esiste più in teatro.”

Questo spazio silenzioso per noi è il corpo dell’attore, un’architettura in movimento. Da questo corpo, crediamo si possa partire per pensare al futuro dello spazio teatrale.

Tra il teatro e l’architettura c’è da sempre una reciprocità. In nome della forma come evento, accadimento sociale. Il teatro è prima di tutto lo spazio deputato all’incontro tra attore e spettatore convenuti alla meraviglia.

Ancora sul rapporto tra architettura e teatro, lo storico e critico del teatro Fabrizio Cruciani, in un intervento dal titolo “Il teatro che abbiamo in mente” scrive:

“[…] Oggi il teatro dell’immanenza possibile si fonda sulle esperienze forti del Novecento, il secolo ormai passato: produttivamente è il luogo in cui si realizza il lavoro degli attori, un lavoro che non è più la breve durata dello spettacolo e delle prove ma la lunga durata dell’esperienza, luogo che ha quindi una dimensione del quotidiano e la sua sacralità; culturalmente è il luogo in cui si realizzano le relazioni e le visioni di uomini concreti. Come insegna la ripetuta fuga dei teatri dal teatro e il rifugiarsi nei luoghi del vissuto, la diversità di cui consiste il teatro ha bisogno di uno spazio che esibisca la sua normalità non rispetto all’idea di teatro ma rispetto al sociale quotidiano. […] Ma ogni progetto di teatro resterà solo “monumento” o diventerà come quelle case disabitate di cui resta solo la facciata se non lo si darà come abitazione agli uomini di teatro.

”

Quindi il nostro è un invito alla produzione di un nuovo pensiero nel rispetto della maturazione organica dell’opera, partendo dall’innesto della prassi teatrale nelle stanze dell’università, luogo simbolo della conoscenza che appartiene alla città.

Il gruppo, dopo una prima fase pluri-residenziale e periodica, a Napoli, aprirà la propria indagine ad altre persone attraverso dei laboratori intensivi e itineranti, che saranno fonte di confronto e approfondimento.

In questa prima fase ci preme cercare di riconoscere la capacità di stare più che di fare. E’ questo infatti il principio alla base della nostra prassi creativa, tesa a difendere e promuovere e sostenere autonomia di pensiero e di azione, lontano dalla dinamica produttiva richiesta dal mercato.
TeatrInGestAzione è un organismo indipendente ed autofinanziato, che genera un discorso artistico svincolato dai tempi della produzione ufficiale, sempre troppo prematuri rispetto alla maturità piena dell’opera. Per questo immaginiamo forme alternative di sostegno, per non cedere il bene più prezioso che abbiamo: il tempo della gestazione.
 Dalla nostra prassi nasce dunque la convinzione che i processi di creazione debbano avvenire in luoghi non teatrali, dove si parla un linguaggio altro, dove tutto intorno è paesaggio da esplorare, lingue nuove da apprendere, umanità da accogliere.