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riciao

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iting of this myth does not follow the thread of a story, but the tremors of a bodily refl ection. The project originates from the need to recognize ourselves in the urgency of a founding perspective for the contemporary existence, and therefore inaugurating a common question space on the mutations that change our historical-social-geographical-identity-making present, focusing on a complexity that overtakes us, being the place we inhabit at the same time. Therefore we assume the foundation as that inaugural, instituting action that raises from th

avVento (2011/2015) is a multi-year project conceived as an “ideal space of foundation” gathering together several artists with the common assignment to contribute to the writing of a post-modern myth of foundation, from the origin to the sign, from the vision to its accomplishment.
The writing of this myth does not follow the thread of a story, but the tremors of a bodily refl ection. The project originates from the need to recognize ourselves in the urgency of a founding perspective for the contemporary existence, and therefore inaugurating a common question space on the mutations that change our historical-social-geographical-identity-making present, focusing on a complexity that overtakes us, being the place we inhabit at the same time. Therefore we assume the foundation as that inaugural, instituting action that raises from the private and individual signification to project itself in a plural dimension. We wanted to consider the question focusing mostly on the ethos, on the shape of the artistic practice needed to face it, rather than on its content. As the “foundation” act that was the object of our reflection would have been inscribed in an inter-subjective dimension rather than in an individual one, so the “creative” act asked to be re-conceived, re-configured, in a relational dimension, more than in a personal one.
Therefore we inaugurated avVento as a building itinerant site of scenic research, a dialogical and multidisciplinary creation device in which the presence of every single artist is not important for itself, creating an autonomous and self-suffi cient work. The presence of the artist acts and intends itself as a founding transition of a community dimension, in which different artists commit themselves in building a confrontation space conceiving their own creations as lines of a dialogue.

The project avVento is not a single scenic work, it activates a multilingual collective writing, considering several expression levels, whose signs will be readable in their totality at the end of the whole path (an online archive will be published in 2015). Meanwhile the different signs of the discourse are deeply rooted in a founding part of the question, being independent one from the others.The structure of the whole project moves from the writing of the “10 chapters of foundation” by Loretta Mesiti (TeatrInGestAzione). They constitute the thematic framework to which the creative devices activating the creation of the parts of the discourse answer in a rhizomatic way, and not in a consequential one.The parts of the discourse develop throughout different expressive languages and being in dialogue with different artists, who were asked to interact with the themes of the project in an autonomous and concerning manner. These transits remain in avVento’s path as an indelible sign of every new inaugurated dialogue. These passages create signs in which every artist who accepted our invitation can recognize his own passage. At the end of the path they will be collected under one single sight and they will reveal the movement of an entire community who contributed at the reflection on a new myth of foundation.

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The Wait

 

 

 

The Wait

A project by NAPOLI TEATRO FESTIVAL ITALIA 2010

 

 

PETRU

di M. P. Ottieri
regia Gesualdi Trono

 

 

 

ASSENTI

di I. Cotroneo
regia Gesualdi Trono

 

 

 

L’ATTESA

di V. Consolo
regia Gesualdi Trono

 

 

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avVento #2. BESTIALE COPERNICANA

avVento #2. Bestiale Copernicana

Nella distanza tra la dimensione intima che l’ha generata e la sua necessità di farsi appello, squarciando il confine dello sguardo soggettivo, la visione può prendere corpo richiamando tutti alla propria presenza. E’ ciò che deve essere successo ai visionari che ci hanno preceduto, il cui sguardo ha tracciato il solco del nostro presente. Ad alcuni di essi abbiamo rivolto il nostro studio, cercando di comprendere quali processi li abbiano portati a “vedere“ in modo nuovo e cosa della loro visione ci consegni un compito di fondazione. Tra essi il nostro primo pensiero è andato a Mikołaj Kopernik che agli albori del XVI sec. intuisce il moto della terra attorno al sole. Copernico operò così una frattura nel nostro modo di vedere che ha sovvertito la gerarchia fra soggetto e oggetto della visione facendoci riconoscere corpi fra i corpi, parte “guardante” della materia guardata, materia in cui siamo invischiati, atomi tra gli atomi, sostanza incrostata d’animale e di stelle.È su questo momento “genetico” della fondazione che vuole riflettere BestialeCopernicana, andando ad indagare i processi che, in diversi ambiti del sapere (scienza, filosofia, spiritualità) hanno dato vita a quei ribaltamenti, sovvertimenti del nostro percepire, a quelle visioni copernicane, bestiali, che hanno liberato una nuova possibilità di intenderci uomini e di progettare il nostro agire.Formalmente L’opera è costituita da tre episodi performativi autonomi e indipendenti l’uno dall’altro, distanti nel tempo, non consequenziali, che innestano lo stesso discorso in tre luoghi di diversa natura: uno spazio formale (teatro, sala espositiva), uno spazio domestico e in diversi ambienti urbani. Lo spettatore è chiamato ogni volta a prendere parte al processo di costruzione del visibile, a definire la propria presenza nello spazio e nel tempo condiviso dell’opera: dal paradigma della rappresentazione in cui l’AGIREDEL RAPPRESENTANTE, permette e autorizza la mia ASSENZA (“ti guardo, lasciandoti agire al posto mio”), al paradigma della presenza condivisa, in cui ciascuno è invitato a METTERE IN OPERA il proprio stare rendendolo ATTO DI COSTRUZIONE.
avVento #2. BESTIALE COPERNICANA

avVento #2. Bestiale Copernicana

Nella distanza tra la dimensione intima che l’ha generata e la sua necessità di farsi appello, squarciando il confine dello sguardo soggettivo, la visione può prendere corpo richiamando tutti alla propria presenza. E’ ciò che deve essere successo ai visionari che ci hanno preceduto, il cui sguardo ha tracciato il solco del nostro presente. Ad alcuni di essi abbiamo rivolto il nostro studio, cercando di comprendere quali processi li abbiano portati a “vedere“ in modo nuovo e cosa della loro visione ci consegni un compito di fondazione. Tra essi il nostro primo pensiero è andato a Mikołaj Kopernik che agli albori del XVI sec. intuisce il moto della terra attorno al sole. Copernico operò così una frattura nel nostro modo di vedere che ha sovvertito la gerarchia fra soggetto e oggetto della visione facendoci riconoscere corpi fra i corpi, parte “guardante” della materia guardata, materia in cui siamo invischiati, atomi tra gli atomi, sostanza incrostata d’animale e di stelle.È su questo momento “genetico” della fondazione che vuole riflettere BestialeCopernicana, andando ad indagare i processi che, in diversi ambiti del sapere (scienza, filosofia, spiritualità) hanno dato vita a quei ribaltamenti, sovvertimenti del nostro percepire, a quelle visioni copernicane, bestiali, che hanno liberato una nuova possibilità di intenderci uomini e di progettare il nostro agire.Formalmente L’opera è costituita da tre episodi performativi autonomi e indipendenti l’uno dall’altro, distanti nel tempo, non consequenziali, che innestano lo stesso discorso in tre luoghi di diversa natura: uno spazio formale (teatro, sala espositiva), uno spazio domestico e in diversi ambienti urbani. Lo spettatore è chiamato ogni volta a prendere parte al processo di costruzione del visibile, a definire la propria presenza nello spazio e nel tempo condiviso dell’opera: dal paradigma della rappresentazione in cui l’AGIREDEL RAPPRESENTANTE, permette e autorizza la mia ASSENZA (“ti guardo, lasciandoti agire al posto mio”), al paradigma della presenza condivisa, in cui ciascuno è invitato a METTERE IN OPERA il proprio stare rendendolo ATTO DI COSTRUZIONE.
avVento #2. BESTIALE COPERNICANA

avVento #2. Bestiale Copernicana

Nella distanza tra la dimensione intima che l’ha generata e la sua necessità di farsi appello, squarciando il confine dello sguardo soggettivo, la visione può prendere corpo richiamando tutti alla propria presenza. E’ ciò che deve essere successo ai visionari che ci hanno preceduto, il cui sguardo ha tracciato il solco del nostro presente. Ad alcuni di essi abbiamo rivolto il nostro studio, cercando di comprendere quali processi li abbiano portati a “vedere“ in modo nuovo e cosa della loro visione ci consegni un compito di fondazione. Tra essi il nostro primo pensiero è andato a Mikołaj Kopernik che agli albori del XVI sec. intuisce il moto della terra attorno al sole. Copernico operò così una frattura nel nostro modo di vedere che ha sovvertito la gerarchia fra soggetto e oggetto della visione facendoci riconoscere corpi fra i corpi, parte “guardante” della materia guardata, materia in cui siamo invischiati, atomi tra gli atomi, sostanza incrostata d’animale e di stelle.È su questo momento “genetico” della fondazione che vuole riflettere BestialeCopernicana, andando ad indagare i processi che, in diversi ambiti del sapere (scienza, filosofia, spiritualità) hanno dato vita a quei ribaltamenti, sovvertimenti del nostro percepire, a quelle visioni copernicane, bestiali, che hanno liberato una nuova possibilità di intenderci uomini e di progettare il nostro agire.Formalmente L’opera è costituita da tre episodi performativi autonomi e indipendenti l’uno dall’altro, distanti nel tempo, non consequenziali, che innestano lo stesso discorso in tre luoghi di diversa natura: uno spazio formale (teatro, sala espositiva), uno spazio domestico e in diversi ambienti urbani. Lo spettatore è chiamato ogni volta a prendere parte al processo di costruzione del visibile, a definire la propria presenza nello spazio e nel tempo condiviso dell’opera: dal paradigma della rappresentazione in cui l’AGIREDEL RAPPRESENTANTE, permette e autorizza la mia ASSENZA (“ti guardo, lasciandoti agire al posto mio”), al paradigma della presenza condivisa, in cui ciascuno è invitato a METTERE IN OPERA il proprio stare rendendolo ATTO DI COSTRUZIONE.