Il Corpo Animale

Laboratorio condotto da Anna Gesualdi e Giovanni Trono

Derrida scrive:
«L’uomo è dopo l’animale. Lo segue. Questo “dopo” della sequenza, della conseguenza, o della persecuzione, non è nel tempo, non è temporale: è la genesi stessa del tempo»
«l’animale è lì prima di me, è lì presso di me, lì davanti a me – che lo seguo/sono dopo di lui. E dunque, essendo prima di me, eccolo dietro di me. Mi circonda»

«varcando le frontiere o le fini dell’uomo, giungo all’animale: all’animale in sé, all’animale in me e all’animale che si sente mancante, a quell’uomo di cui Nietzsche diceva pressappoco, non mi ricordo dove, che era un animale ancora
indeterminato, un animale mancante di sé»

Quando un animale compie un movimento, ad esso partecipa il corpo intero nella sua complessità.
Esso si trasfigura già nella proiezione del salto prima ancora di compierlo. Alla stessa interezza deve puntare il corpo in scena. Questo lavoro permette al corpo di esplorare e attraversare delle anatomie che non gli appartengono, che portate in movimento offrono la possibilità di studiare la spinta propulsiva, la resistenza statica, la capacità reattiva, il respiro che si adatta alle condizioni proprie di ogni specie.
Potremo percepire la forza di gravità distribuita orizzontalmente e non verticalmente, per prendere coscienza del reale peso di ogni parte del corpo ed affinare la propriocezione.
L’indagine sugli animali ci permette dunque di maturare una presenza scenica multi-direzionale, dal carattere sferico, capace di una ricezione più acuta, forte nell’affermarsi nello spazio e agile nel disegnare senso.

Ai partecipanti verranno assegnati dei semplici compiti e richiesti a memoria estratti da testi di Čechov e Beckett. Si consiglia la lettura di “L’animale che dunque sono” – J. Derrida

 

Io Sono Teatro


IO SONO TEATRO
corso base di teatro per principianti e/o eterni appassionati
aperto a tutti, non importano l’esperienza, l’età, la lingua, la provenienza geografica: non esistono limiti al desiderio di partecipazione.

istruzioni per l’uso:
prendi il tuo corpo, dotalo di un pensiero, dagli parola, mettilo in uno spazio definito.
Procurati almeno un paio di occhi esterni che possano testimoniare di averti visto.

Ora respira profondamente e con parole tue, o di poeti, dichiara a quegli occhi fissi su di te:
IO SONO TEATRO.
Io sono il poeta
sono il corpo che traspare
sono l’aratro che dissoda
l’animale pronto al salto
l’indomito vento

Bene. Ora cerca altri corpi e ripeti con loro l’esercizio per almeno una volta a settimana.
il sabato, dalle 18:00 alle 20:00 al DAMM via avellino a tarsia, 15 (Parco Ventaglieri)

Guidiamo i partecipanti ad una graduale scoperta del piacere di stare in scena, delle potenzialità inespresse o sopite del proprio corpo, della bellezza di cui ogni essere umano è portatore, di tutti gli strumenti che possediamo per definire la nostra presenza.

“Il teatro fu la mia scuola e tutto quello che ho imparato è dal teatro che l’ho imparato”
A. P.

Prenderemo come riferimento testuale “il codice di Perelà” di Aldo Palazzeschi. La sua struttura presenta vari tipi di scrittura: l’uso continuo del dialogo, l’uso del monologo, l’uso dei parlati teatrali, i racconti all’interno del racconto, lo stile che anticipa soluzioni surrealistiche, il gusto particolare del fantastico e un forte realismo magico.
Perelà è qualcosa di diverso: un non-uomo confuso per un super-uomo, un eroe senza guerre, filosofo senza intelletto e soprattutto un protagonista al quale manca totalmente il desiderio di primeggiare, è l’essere senza pensiero inteso come pensiero del sé individualistico.

La cura del lavoro è affidata a Gesualdi / Trono di TEATRINGESTAZIONE

 

 

 


Experience

Aperto a chi (attraverso precedenti esperienze laboratoriali, e/o artistico/performative) abbia maturato il bisogno di prendersi cura in modo meticoloso ed esigente della propria presenza scenica, approfondendo le dinamiche di relazione, di scrittura di scena, di composizione corale in modo da coltivare la propria autonomia creativa e sviluppare la propria autorialità. I partecipanti potranno sviluppare il proprio spazio d’indagine in una struttura di lavoro che valorizza e sostiene il cammino individuale, che allo stesso tempo si fa traduttore di un’istanza condivisa, di un discorso molteplice e pluridimensionale. Nella nostra prassi movimento, canto, danza, parola, gesto, suono, si rispondono, si richiamano e si continuano, come in una partitura corale, in cui ogni voce è chiamata ad accordarsi con tutte le altre e, contemporaneamente, è portatrice della propria linea melodica, della propria singolarità.

Scenderemo nelle profondità del nostro corpo, per rivoltarlo esposto in atto poetico.

Faremo tutto il possibile per essere vivi. Definire la nostra presenza. Portare alla luce quel desiderio riposto oltre l’umano sentire in quell’altrove inspiegabile ove risiedono i nostri fiori migliori, quell’orto delle possibilità, quelle azioni in potenza che rendono il corpo in scena molteplice e multi direzionale. Capace di comporre un discorso sempre nuovo, che non recita non ripete l’evidente, ma vive la scena, ne fa esperienza condivisa con lo spettatore.

Il laboratorio è per noi il tempo della conoscenza reciproca, del nutrimento, il tempo dell’onestà, della fragilità; il luogo della cura, dell’allenamento che mira a costruire una presenza che si fonda su una forma di agilità dell’ascolto, sulla ricezione e sulla reazione; un’occasione per riconoscerci e dare luogo a un progetto comune, e magari scoprire di poter condividere nel futuro un tempo più lungo.


Gli autori di riferimento:
SAMUEL BECKETT e ANTON ČECHOV

L’osservatore contagia l’osservato con la propria mutevolezza.
S. B.

Sono necessarie nuove forme. Nuove forme sono necessarie e, se non ce ne sono, è meglio che nulla sia necessario.
A. P. C.

Le strutture drammaturgiche di Beckett e Čechov introducono l’attore a un lavoro complesso di costruzione della propria presenza, e nello stesso tempo richiedono quella trasparenza necessaria per farsi assorbire dalla geometria della scena, fino a farsi paesaggio. Il corpo, la voce, il silenzio, la parola-immagine, che si fa visione, compongono l’architettura dell’altrove verso cui è sempre teso l’apparente immobile infinito spazio scenico, in stato di permanenza. In questi luoghi, l’incontro tra spettatore e attore, si fa testimonianza, segno indelebile, sensibile memoria.

 

Il Corpo Esteso


programma di indagine e formazione teatrale sulla presenza scenica, a partecipazione giornaliera,
per attori, performers, studiosi del corpo scenico

Un invito a condividere il tempo e lo spazio del nostro allenamento quotidiano, lasciando a voi la libera scelta sulla frequentazione, esercitando così la responsabilità personale verso la cura del proprio lavoro. Aperto a chi (attraverso precedenti esperienze laboratoriali, e/o artistico/performative) abbia maturato il bisogno di prendersi cura in modo meticoloso ed esigente della propria presenza scenica, approfondendo le dinamiche del movimento, la struttura e il funzionamento del proprio corpo inteso come macchina emozionale.

www.teatringestazione.com


Il corpo è l’unità di un essere fuori di sè. (…)
(…) L`anima è l`estensione o la distesa del corpo. Cos`è che fa un´estensione? È una tensione, é anche un`in-tensione, nel senso di un´intensità . (…) A tale intenzionalità bisogna sostituire l´intensività , l`estensione del senso della tensione del fuori come tale.

Un corpo è dunque una tensione. E l´origine greca del termine è “tonos”, il tono. Un corpo è un tono. E con ciò non dico nulla che un anatomista non approverebbe: un corpo è un tonus. Quando il corpo non è più in vita, non ha più tonus, si trasforma o nel rigor mortis (la rigidità cadaverica) oppure nell´inconsistenza del marciume. Essere un corpo significa essere un certo tono, una certa tensione. Dirò inoltre che una tensione è anche una tenuta. Conseguentemente vi sono delle possibilità di sviluppo in senso etico che non si sospetterebbero a prima vista.

J.-L. Nancy, De Anima

Da anni conduciamo uno studio quotidiano sul corpo esteso dell’attore, concepito come luogo della creazione; corpo che si abbandona alla forma geometrica multidimensionale della propria presenza, estroflesso, precipitato alle estreme conseguenze, spinto, estremizzato, allenato ad essere smembrato per accogliere lo spettatore nelle sue pieghe, corpo che si dispiega in paesaggio, percorribile dallo sguardo più attento.
Ogni giorno con la nostra pratica quotidiana, scendiamo nelle profondità del nostro corpo, per rivoltarlo esposto in atto poetico.
Facciamo tutto il possibile per essere vivi. Definire la nostra presenza. Portare alla luce quel desiderio riposto oltre l’umano sentire in quell’altrove inspiegabile ove risiedono i nostri fiori migliori, quell’orto delle possibilità, quelle azioni in potenza che rendono il corpo in scena molteplice e multi direzionale. Capace di comporre un discorso sempre nuovo, che non recita non ripete l’evidente, ma vive la scena, ne fa esperienza condivisa con lo spettatore.

Intendiamo la pedagogia come accompagnamento di un autonomo percorso di scoperta delle proprie possibilità espressive. Chi prende parte al processo pedagogico si trova nella condizione di osservare se stesso, in scoperta.
Il laboratorio è per noi il tempo della conoscenza reciproca, del nutrimento, il tempo dell’onestà, della fragilità; il luogo della cura, dell’allenamento che mira a costruire una presenza che si fonda su una forma di agilità dell’ascolto, sulla ricezione e sulla reazione; un’occasione per riconoscerci e dare luogo a un progetto comune, e magari scoprire di poter condividere nel futuro un tempo più lungo.