In mezzo mar siede un paese guasto

In mezzo mar siede un paese guasto

Esito e laboratorio con gli anziani ospiti della casa protetta San Giovanni Bosco (MO), in occasione di Trasparenze Festival 2019 Modena.


cura e conduzione Gesualdi|Trono
foto Vicky Solli

L’invito del Teatro dei Venti arriva puntuale, durante un percorso di ricerca dedicato negli ultimi tempi alla scomparsa, alla disillusione, alla cancellazione di ogni traccia d’uomo, fino all’estinzione.
Queste le domande che ci porremo durante il prezioso incontro con chi ha nel corpo segnato, messo in evidenza, il passaggio al mai. Non lo faremo abitando la dimensione intima e soggettiva, bensì quella politica: il corpo politico in estinzione; il processo di corruzione del corpo morto, come metafora di una civiltà guasta.
E’ nel passaggio al non più che la nostra presenza si fa inevitabilmente politica, quando il corpo non è più legato ad un’identità, ma si fa oggetto, scarto, rifiuto da prendere in carico. Qualcuno dovrà occuparsi della nostra carcassa, il cui peso sarà direttamente proporzionale alla memoria che porta con sé. Non è poi proprio questo divenire “rifiuto” un atto sovversivo?

Ci accompagnano in questa riflessione i versi de “la terra desolata” di T. S. Eliot. Una “città irreale”, un “paese guasto” (come lo chiama il poeta Caproni), che Eliot canta attraverso la profetica voce di Tiresia:

You who were with me in the ships at Mylae!
That corpse you planted last year in your garden,
Has it begun to sprout? Will it bloom this year?

Tu che eri con me sulle navi a Mylae!
Quel cadavere che l’anno scorso hai piantato nel tuo giardino,

Ha cominciato a germogliare? Fiorira quest’anno?

Stream~ Meditazioni

Stream~ Meditazioni

Inizialmente pensato come un convegno, Stream è un formato artistico intermediale che mette in rassegna flussi di pensiero; soliloqui condensati in uno spazio acustico e ipnotico. La composizione diacronica, si declina in meditazioni a tema, coinvolgendo voci autorevoli e sensibili, interpellate ad un dialogo in differita digitale.

Avevamo necessità di creare uno spazio dove accogliere l’autenticità del pensiero nel suo manifestarsi tra le labbra, mentre ancora le parole sono allevate nella bocca prima di arrotondarsi nel suono. Il suo metodo compositivo è ideato per scongiurare il carattere illustrativo tipico del formato convegno, che di solito raccoglie gli interventi degli esperti in una forma precostituita, che esclude l’uditore dallo spazio della riflessione.

Scelto un tema e individuati i relatori esperti della materia, si condividono materiali e spunti in uno scambio unico e singolare, durante una conversazione privata. Segue la registrazione, in un unico respiro, di un soliloquio a tema, non editato. Le parole sono trasferite ad un musicista e compositore che le mette in dialogo con il suono. Parole e musica sono poi depositate in uno spazio digitale, definito da un unico colore elaborato in impercettibili variazioni. L’operazione si compone di cicli a tema raccolti su queste pagine. 

Un’operazione di
TeatrInGestAzione

Direzione
Gesualdi | Trono

Dramaturg
Loretta Mesiti

Primo ciclo ~ Abitare Futuro

Maggio 2020, in occasione di Maggio dei Monumenti, manifestazione a cura dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Napoli

3 meditazioni in 3 appuntamenti con Dario Gentili (filosofo, insegna Filosofia Morale all’Università Roma Tre), Isabella Bordoni (poetessa, artista e curatrice indipendente), Pietro Gaglianò (critico d’arte e curatore indipendente), Renato Grieco (compositore e musicista).

Il discorso si fa materia sonora, fluisce di stanza in stanza, disegna l’habitat poetico che accoglie lo spettatore. Le voci interpellate sul tema dell’abitare-futuro si offrono in soliloquio, aprendoci al sorgere del pensiero. L’odierno stato di eccezione si impone come punto di partenza e segna una cesura non soltanto nel tempo, ma nel modo di fabbricare ogni possibile rappresentazione del domani e del visibile. Il corpo, la lingua, la selva sono le figure che ci indicano la soglia dove la domanda è in trasfigurazione e si fa radura, casa, invito.

PER ORIENTARSI bisogna mettersi in ascolto, indossare le cuffie, passare alla modalità schermo intero, guardare, affondare nel colore e lasciar lavorare “un artefice interno che forma la materia e la figura da dentro, come da dentro del seme o radice manda ed esplica il stipe, da dentro il stipe caccia i rami, da dentro i rami le formate brancie, da dentro queste ispiega le gemme, da dentro forma, figura, intesse, come di nervi, le fronde, gli fiori, gli frutti” (G.Bruno, De la causa, principio et uno).

Testi e voci
Isabella Bordoni
Pietro Gaglianò
Dario Gentili

Drammaturgia sonora
Renato Grieco

*Traccia Isabella Bordoni
Piano
Andrea Laudante / Jacopo D’Amico

Traduzione dall’italiano
Giovanna Lo Conte

Isabella Boridoni è autrice e artista, curatrice indipendente. Inizia il proprio percorso artistico nella seconda metà degli anni ’80 all’interno della scena nord europea delle arti sceniche e elettroniche. Conclusa l’esperienza in seno a Giardini Pensili che ha fondato nel 1985 e co-diretto fino al 2000, con IB_Progetto per le Arti ha dato vita a una piattaforma collaborativa internazionale, nella relazione tra arte, luoghi, archivi della contemporaneità. Attenta alle poetiche dei luoghi e alla reciproca influenza tra l’organizzazione dello spazio naturale, urbanistico e abitativo, e il gesto dell’arte, ha fatto di questi orizzonti materia d’indagine con progetti artistici, cura, docenza. Interessata al “documento” come dispositivo di costruzione e decostruzione narrativa, la sua pratica comprende performance, installazioni, radio. Coinvolta nella sfera dell’arte pubblica e relazionale con progetti ad ampio raggio, introduce i termini poetry.scapes e cittadinanza poetica per descrivere l’ambito processuale che questi mettono in atto. È direttrice artistica di Associazione IMAGONIRMIA di Elena Mantoni e del premio «spostamento variabile» art residency and publishing project.

Renato Grieco è un compositore e musicista attivo maggiormente nel campo della musique concrète e della radio-arte. Dal 2013 si è esibito in Italia, Regno Unito, Francia, Svizzera, Russia, Germania, Norvegia, Danimarca, Polonia, Slovenia, Turchia, Malta, Grecia sia con il suo progetto solista (con lo pseudonimo kNN) che in numerose collaborazioni in veste di performer, interprete o drammaturgo del suono per la danza. È co-curatore del festival La Digestion – musica ascoltata raramente.

Pietro Gaglianò è critico d’arte e curatore. Dopo la laurea in architettura ha approfondito il rapporto tra l’estetica del potere e le contronarrazioni agite dall’arte, prediligendo il contesto urbano e sociale come scena dei linguaggi contemporanei, con una particolare attenzione per i sistemi teorici della performance. Nei suoi progetti è centrale la sperimentazione di formati ibridi tra arte e scienze sociali per coltivare la percezione politica dello spazio pubblico e della comunità. Insegna in istituzioni italiane e statunitensi. Tra le pubblicazioni La sintassi della libertà (Gli Ori, 2020) e Memento. L’ossessione del visibile (Postmedia Books, 2016).

Renato Grieco è un compositore e musicista attivo maggiormente nel campo della musique concrète e della radio-arte. Dal 2013 si è esibito in Italia, Regno Unito, Francia, Svizzera, Russia, Germania, Norvegia, Danimarca, Polonia, Slovenia, Turchia, Malta, Grecia sia con il suo progetto solista (con lo pseudonimo kNN) che in numerose collaborazioni in veste di performer, interprete o drammaturgo del suono per la danza. È co-curatore del festival La Digestion – musica ascoltata raramente.

Dario Gentili insegna Filosofia morale presso l’Università di Roma Tre. Ha conseguito il dottorato di Ricerca in Etica e filosofia politico-giuridica presso l’Università di Salerno; ha svolto nel biennio 2009-2010 un post-dottorato in Filosofia e storia delle idee presso il Sum (Istituto Italiano di Scienze Umane); nel 2011-2012 ha avuto una borsa post-doc DAAD presso il Walter Benjamin Archiv di Berlino; nel 2013-2014 è stato assegnista di ricerca presso il Sum/Scuola Normale Superiore di Pisa; nel 2014 visiting researcher presso la Heinrich-Heine-Universität-Düsseldorf. Si occupa di pensiero italiano contemporaneo, analisi dei dispositivi spaziali nel pensiero politico, giuridico e architettonico occidentale, concezione della crisi in ambito politico ed economico. È autore di saggi e articoli pubblicati in diverse lingue. Ha scritto le seguenti monografie: Il tempo della storia. Le tesi “sul concetto di storia” di Walter Benjamin (2002); Topografie politiche. Spazio urbano, cittadinanza, confini in Walter Benjamin e Jacques Derrida (2009); Italian Theory. Dall’operaismo alla biopolitica (2012); Crisi come arte di governo, Quodlibet, Macerata 2018.

Renato Grieco è un compositore e musicista attivo maggiormente nel campo della musique concrète e della radio-arte. Dal 2013 si è esibito in Italia, Regno Unito, Francia, Svizzera, Russia, Germania, Norvegia, Danimarca, Polonia, Slovenia, Turchia, Malta, Grecia sia con il suo progetto solista (con lo pseudonimo kNN) che in numerose collaborazioni in veste di performer, interprete o drammaturgo del suono per la danza. È co-curatore del festival La Digestion – musica ascoltata raramente.

Lo Spazio a Dismisura d’Uomo

Lo Spazio a Dismisura d’Uomo

ideazione, cura e conduzione
Gesualdi | Trono

sound landscape
Maurizio Maria Galvani

 

Dispositivo performatico di insubordinazione poetica dello spazio, per dare voce ad un paesaggio umano smisurato; a partire da una struttura testuale che imposta uno spazio ideale di composizione, attingendo agli sguardi personali sui luoghi che abitiamo e vorremmo trasformare.

L’impulso a combattere per il proprio spazio, ci priva, paradossalmente, proprio dello spazio vitale più prezioso, quello dell’immaginazione, fonte di entusiasmo, gioia ed energia, indispensabile per edificare una realtà che assomigli a quella che desideriamo.

Invocata “al potere” dai surrealisti, l’immaginazione si traduce in uno spazio “a dismisura d’uomo”, dove convivono libertà politica, libertà poetica, libertà di sognare senza pudore e di credere all’assoluta condivisibilità e praticabilità del proprio sogno.

Vi invitiamo a creare ed abitare poeticamente con noi questo spazio a compiere un atto di ammutinamento della realtà. Ci muoviamo lenti lungo una parabola che tratteggia il nostro incedere verso il luogo della meraviglia, uno spazio sterminato che prende corpo in un collettivo In-Canto.

 

ISTRUZIONI

Il laboratorio si rivolge ad un gruppo di cittadini che formano il corpo di mantenimento dell’installazione partecipata, e che facilitano la partecipazione dei passanti.

Sul pavimento è tratteggiata un’ampia e lunga parabola alla cui estremità c’è un microfono aperto. Una traccia audio è consegnata ai partecipanti prima di entrare nella fila.

Insieme ci prepariamo ad abitare l’installazione partecipata, con un laboratorio di un’ora, seguito dall’apertura del dispositivo ai passanti.

Al pubblico è indicato un punto di raccolta, dove si consegnano le istruzioni per abitare la parabola e attingere agli spunti testuali che, una volta raggiunto il microfono, potranno essere continuati, frammentati, interrotti, vocalizzati, iniziati e mai finiti, reinventati.

Per un’esperienza immersiva si consiglia di portare con sé auricolari e telefono cellulare.


 

Foglio di Sala


Footloose

Footloose (2017)

di TeatrInGestAzione

itinerario pedagogico, cura della visione
Gesualdi | Trono

Performance in esclusiva per Trasparenze Festival Modena
Esito del laboratorio con i richiedenti asilo del progetto “Mare Nostrum”

Documentazione
Foto a cura di Elisabetta Del Giudice
Video di Raffaele Manco – Voice over di Vittorio Continelli tratto dalla sua opera “Discorso sul Mito”.

Il progetto è nato in occasione di Trasparenze Festival 2017, chiamati a preparare una performance con il gruppo Marewa, migranti richiedenti asilo del progetto “Mare Nostrum”.

La chiamata di Trasparenze è arrivata proprio mentre seguivamo a distanza gli sviluppi e le sorti di “Civil march for Aleppo”, Una marcia civile per la pace da Berlino ad Aleppo lungo la “rotta dei rifugiati” in direzione opposta. Iniziativa autonoma nata da persone che non rappresentano alcuna organizzazione o partito politico, semplicemente cittadini che insieme hanno deciso di lanciare un appello all’azione e di agire piuttosto che di aspettare.

Un’immagine chiara allora ci è apparsa mentre ci preparavamo ad incontrare il gruppo Marewa: un muro in movimento, incorporato, innestato nei piedi, trascinato da corpi che marciando segnano e disfano nuovi confini. Una marcia che di fatto vuole annullare il senso di separazione, di negazione, di limitazione che porta con sé l’immagine del muro.

Il muro nell’immaginario collettivo è radicato al suolo, immobile, invalicabile, da abbattere, aggirare, o superare, esteso in lunghezza e in altezza, oltre, imponente. La sua immagine ci restituisce immediatamente un peso, lo stesso di una materia inamovibile, come certe posizione ottuse costruite sulle paure subdole del nostro secolo.

Il lavoro che abbiamo intrapreso è stato dunque teso a trasformare il muro in materiale vivo e mutevole, in corpo danzante. I corpi degli esuli vestono mattoni, che si fondono con la memoria del loro viaggio. Attraversano la città in parata, muti, accompagnati dal tintinnio dei mattoni trascinati, che a tratti ricorda cavalli e catene, evocando quel Nuovo Mondo che fece schiavi gli africani. I volti sono ricoperti di farfalle sgargianti, posate leggere tra il sudore, i solchi della pelle e le smorfie della fatica. L’approdo è in piazza, sotto il sole di mezzogiorno, dove i corpi si preparano all’ultima traversata. Si danza sulle macerie.

Footloose è una performance rituale, un percorso catartico. Gli spettatori che accompagnano la marcia concorrono alla costruzione dell’immagine di una folla che attraversa muta la città. Lo spettatore dopo aver camminato, fa esperienza del corpo che desidera essere l’altro che danza. E quest’altro è lo straniero di cui si ha paura.

Footloose è una parola-immagine-movimento. Una miccia scatenante. Risuona fragorosa tra le vie del corso cittadino, si fa strada tra gli abiti della domenica, svicola ed esplode. È un’azione poietica che invita a mettersi in cammino, a sconfinare, a rischiare, perché in nessun luogo siamo al sicuro, perché siamo noi la mina che vaga, il muro che crolla, la fuga, il mare aperto in tempesta, la lingua straniera, la terra, la terra! Terra di passaggio, perchè non c’è più casa a cui tornare, ma un’umanità nuova da fondare al grido di “let’s dance!”.

Il titolo è mutuato dal film musicale “Footlose” che racconta il tentativo di integrazione di un giovanissimo ragazzo di Chicago, trasferitosi in un paesino di provincia. A Beaumont Ren è visto come una minaccia, sarà invece artefice di una rivoluzione.

Questo “filmettino americano” anni ’80, ha animato la nostra adolescenza di ragazzi di provincia. ci ha lasciato il sottofondo discreto di un desiderio di riscatto, e una colonna sonora che ha ancora la forza di scatenare una rivoluzione danzante. Nonostante la trama giovanile che scorre leggera, emergono immagini forti: roghi di libri messi al bando, comitati cittadini che si improvvisano giustizieri fai da tè, assemblee cittadine votate alla “salute pubblica”.

La pellicola ci riporta all’attuale condizione che i migranti vivono nelle nostre città. Le accuse che i “borghesi piccoli piccoli” di Beaumont muovono verso il giovane straniero, pericoloso corruttore di costumi, attentatore della pace cittadina, potenziale criminale, non sono poi così lontane dalle lapidarie sentenze che alimentano i nostri “Pogrom 3.0”. Gli esuli migranti sono percepiti come invasori, usurpatori, barbari, pericolosi, violenti, animali selvaggi, indomiti, votati chissà a quale diavolo.

Accecati dalla paura, nutriti dal veleno mediatico, abbiamo scelto il nostro nemico, causa di tutti i mali e ci siamo votati alla sua soppressione.

Con il nostro Footloose abbiamo immaginato di poter sprigionare un’energia capace di rivoltare il corpo e il pensiero, generando una forza magnetica sconosciuta, capace di ricongiungere i corpi in un incontro nuovo votato al desiderio e non più alla paura.

Alla vigilia dell’incontro con il gruppo Marewa, i piedi sciolti hanno iniziato a scalpitare.

MISS la natura dell’educazione

 

 

MISS la natura dell’educazione

 

 



MISS la natura dell’educazione (2014)
di TeatrInGestAzione

cura della visione
Gesualdi | Trono

con Alessia Mete, Marzia Macedonio

installazione performativa: corpi, vedute mozzafiato e foglie morte. Ispirata ai “Dialoghi con Leucò” di Cesare Pavese.

Scrive Pavese nel saggio breve sul mito, pubblicato su « Cultura e Realtà », n. 1, maggio-giugno 1950:

Dalla fanciullezza, dall’infanzia, da tutti quei momenti di fondamentale contatto con le cose e col mondo che trovano l’uomo sprovveduto e commosso e immediato, da tutte le «prime volte» irriducibili a razionalità, dagli istanti aurorali in cui si formò nella coscienza un’immagine, un idolo, un sussulto divinatorio davanti all’amorfo, sale, come da un gorgo o da una porta spalancata, una vertigine, una promessa di conoscenza, un avangusto estatico. Il proprio di questa sensazione è un fermarsi del tempo, un rivivere ogni volta come nuova quella prima volta.

Il lavoro nasce per lega UISP Lega Montagna Nazionale, presentato per la prima volta il 28 marzo 2014, presso il DS I.C. 83° Porchiano – Bordiga – Napoli, quartiere Ponticelli, nell’ambito del corso L.A.I® “Metodologia Inclusiva per i BES (Bisogni Educativi Speciali); corso rivolto ai Docenti di ogni ordine e grado, proposto dalla UISP Lega Montagna Nazionale approvato dal M.I.U.R.

Bestiale Copernicana


Bestiale Copernicana

Nella distanza tra la dimensione intima che l’ha generata e la sua necessità di farsi appello, squarciando il confine dello sguardo soggettivo, la visione può prendere corpo richiamando tutti alla propria presenza. E’ ciò che deve essere successo ai visionari che ci hanno preceduto, il cui sguardo ha tracciato il solco del nostro presente. Ad alcuni di essi abbiamo rivolto il nostro studio, cercando di comprendere quali processi li abbiano portati a “vedere“ in modo nuovo e cosa della loro visione ci consegni un compito di fondazione. Tra essi il nostro primo pensiero è andato a Mikołaj Kopernik che agli albori del XVI sec. intuisce il moto della terra attorno al sole. Copernico operò così una frattura nel nostro modo di vedere che ha sovvertito la gerarchia fra soggetto e oggetto della visione facendoci riconoscere corpi fra i corpi, parte “guardante” della materia guardata, materia in cui siamo invischiati, atomi tra gli atomi, sostanza incrostata d’animale e di stelle.È su questo momento “genetico” della fondazione che vuole riflettere BestialeCopernicana, andando ad indagare i processi che, in diversi ambiti del sapere (scienza, filosofia, spiritualità) hanno dato vita a quei ribaltamenti, sovvertimenti del nostro percepire, a quelle visioni copernicane, bestiali, che hanno liberato una nuova possibilità di intenderci uomini e di progettare il nostro agire.Formalmente L’opera è costituita da tre episodi performativi autonomi e indipendenti l’uno dall’altro, distanti nel tempo, non consequenziali, che innestano lo stesso discorso in tre luoghi di diversa natura: uno spazio formale (teatro, sala espositiva), uno spazio domestico e in diversi ambienti urbani. Lo spettatore è chiamato ogni volta a prendere parte al processo di costruzione del visibile, a definire la propria presenza nello spazio e nel tempo condiviso dell’opera: dal paradigma della rappresentazione in cui l’AGIREDEL RAPPRESENTANTE, permette e autorizza la mia ASSENZA (“ti guardo, lasciandoti agire al posto mio”), al paradigma della presenza condivisa, in cui ciascuno è invitato a METTERE IN OPERA il proprio stare rendendolo ATTO DI COSTRUZIONE.

#2.Bestiale Copernicana è il secondo movimento di avVento, un progetto pluriennale concepito come “spazio ideale di fondazione”, che raccoglie diversi artisti intorno al comune compito di contribuire alla scrittura di un mito di fondazione postmoderno.


Bestiale Copernicana (2014)
di TeatrInGestAzione

cura della visione
Gesualdi | Trono

itinerari drammaturgici
Loretta Mesiti

itinerari fotografici
Valentina Quintano

con Giovanni Trono, Alessia Mete

con il sostegno di
PAN Palazzo delle Arti di Napoli (Napoli)
Ella Fiskum Danz R.E.D. (Norway)
Trasparenze Festival> residenze – Atelier della Scena Contemporanea (Modena)

Absolute Beginners

ABSOLUTE BEGINNERS

Io sono gli occhi della città che rotolano verso i confini del mondo
In un’epoca come la nostra, postmoderna, in cui tendiamo a comprenderci sempre più come eredi e postumi, resta in una qualche misura ancora presente il desiderio di poter vivere e pensare il proprio stare al mondo come un inizio?
Sgusciare fuori dal tepore della tana. Abbandonare l’agio, l’abbondanza, la tranquilla sicurezza del cammino organico ed organizzato ricevuto in eredità. La fondazione avviene lungo il cammino disorganico, insicuro, probabilmente incoerente, fatto di andate e ritorni, tentativi interrotti, vagare invano lungo strade sbagliate, la cui possibilità, si apre appena fuori dal porto. Attraversando confini. E nell’attraversarli donare loro un nuovo profilo.
Absolute Beginners è una meditazione filosofico-visionaria sui confini, identitari, politici, fisici, linguistici, in tensione verso la loro dissoluzione, affinché estraneo e familiare possano poi rimarginarsi in una nuova traccia, che porti in sé l’orizzonte che si prospetta di fronte al cammino di una nuova comunità da fondare. In questo sbiadirsi dei confini, lingue, biografie, storie personali, sciolti i legami d’appartenenza a una presunta patria originaria, si mescolano, assumono un nuovo senso, un nuovo suono ed appare il profilo di una nuova geografia possibile.
La struttura scenica si sviluppa come un’opera di costruzione del visibile, una catena di visioni in cui il grande partorisce il piccolo, il dentro partorisce il fuori; un’unico paesaggio, in cui gli attori come operai della visione, dischiudono inattesi panorami poetici, edificati con materiali essenziali. Dalla liquidità amniotica di un buio che fagocita i confini, emergono frammenti di corpo, cui è sottratta l’integrità, tuttavia capaci di agire, tuttavia intenti a costruire, tuttavia tesi alla ricerca di una possibilità di leggere la propria condizione e situare la propria esistenza.
Il nucleo narrativo è affidato al testo La Radice, scrittura di Loretta Mesiti. Il lavoro rende grazie alle suggestioni della poetessa Ingeborg Bachmann, alla sua ricerca di una nuova lingua capace di riscrivere i confini.

Absolute Beginners è il primo movimento del progetto avVento – Geografie e Identità a venire, opera sistemica e polisemica, che ha raccolto diversi artisti intorno al tentativo di scrittura di un mito di fondazione postmoderno. Nato da un senso di spaesamento, estraneità rispetto al presente storico-sociale-geografico-identitario che viviamo e rispetto allo spazio d’azione ed espressione, che sembra espellerci oltre un confine che non ci appartiene più e in cui non ci riconosciamo. Stranieri dunque a noi stessi e al mondo non ci resta che immaginare una nuova fondazione, dall’origine alla traccia, dalla sua visione al suo compimento.

Absolute Beginners (2013)
di TeatrInGestAzione

cura della visione
Gesualdi | Trono

itinerari drammaturgici
Loretta Mesiti

con il sostegno di
MOVIN’UP a cura di Mibac e GAI
Insitut für Theater, Film und Medienwissenschaf der Goethe Universität; HessischTheaterakademie; Tanz der Künste; Frankfurt LAB (Frankfurt am Main)

Canto Trasfigurato

 

 

 

 

Canto Trasfigurato

Un inno alla sopravvivenza della propria umanità, in un mare pieno di pescecani, per ritrovare in sé ciò che c’è di divino e di eterno.
Ovvero di Moby Dick canto, e d’altri mostri che ho amato.

|||CREDIT

*nota per il pubblico

Si passeggia per interminabili minuti col corpo rivoltato e l’anima all’aperto nei cortili del Manicomio Criminale di Aversa. In questi cortili ho incrociato gli occhi del mio mostro, e la sua tenerezza mi ha fatto schiavo. Seiano, è uno dei “mostri” che ho amato, nelle ore dell’attività teatrale, in manicomio, nella danza di passi lenti, nei canti squarciati al sapore di tabacco, amato in viaggio con Caino, in discesa libera all’inferno. E all’inferno è finito Seiano, e anch’io. Siamo saliti in scena insieme, da pari a pari il volo. “Meraviglioso” abbiamo gridato al nostro pubblico, e poi più nulla. Dopo pochi giorni massacrato a morte da “compagni” di cella lasciati agire indisturbati. Ma a lui la scena lo aveva risvegliato e ho deciso di regalargli il mio studio sul Moby Dick, il mio corpo e la mia demenza. Insieme dannati nel Paradiso.

 

Canto Trasfigurato – Ovvero di Moby Dick canto, e d’altri mostri che ho amato (2012)

di TeatrInGestAzione, ispirato a MobyDick di H. Melville e a Verklärte Nacht di A. Schönberg

cura della visione

Gesualdi | Trono

itinerari drammaturgici

Loretta Mesiti

con Giovanni Trono

MORSE . . . – – – . . .

 
 

 

MORSE . . . – – – . . .

 

 

Noi staremo offerti sulla croce,
alla gogna, tra le pupille
limpide di gioia feroce,
scoprendo all’ironia le stille
del sangue dal petto ai ginocchi,
miti, ridicoli, tremando
d’intelletto e passione nel gioco
del cuore arso dal suo fuoco,
per testimoniare lo scandalo.
P.P. Pasolini






|||CREDITGALLERY

Installazione per luci corpi e suoni che occupa le finestre del PAN che si aprono sulla città. Finestre come fessure, da cui passa il suono come vento che propaga l’appello ai cittadini a ricongiungersi con la parte culturale della città. Finestre come ferite che si aprono sui corpi degli attori. Finestre da cui infine si lancerà un messaggio muto, fatto di luce, scritto in “Codice Morse”, e che il pubblico potrà decifrare grazie a dei volantini che precederanno l’evento. Con questo nostro lavoro vogliamo lanciare un appello dalle finestre di quella che rappresenta la casa delle arti di Napoli, il PAN appunto, dal 2005 spazio civico e Centro delle Arti dell’intera città . Luminaria Napoli è anche’essa uno spazio civico perché per 5 edizioni le sue sculture di luce hanno richiamato all’arte i cittadini, innalzato gli sguardi , lasciandosi assorbire nel tessuto cittadino, diventando “normale” luce culturale, che non abbaglia ma meraviglia chi la scorge passeggiando tra le vie che illumina. Entrambe queste entità oggi sono nella morsa della crisi, in un momento in cui la cultura è in secondo piano nel nostro paese. Pensando all’importanza di queste due esistenze, crediamo che il nostro intervento debba lanciare un appello alla città, un richiamo all’attenzione, una finestra aperta ai cittadini, ai passanti, a chiunque si ritrovi ad alzare gli occhi al cielo. Abbiamo pensato di lanciare un segnale che inviti a riaccendere la cultura in una città che ne è stata capitale per secoli. E questo segnale vuole però non essere soltanto un dono, ma stimolare alla partecipazione, affinché l’incontro tra l’opera e il suo pubblico avvenga a metà strada. Per questo il nostro richiamo è chiuso nelle stanze del Palazzo delle Arti di Napoli, e dalle sue finestre vuole espandersi in luce, corpo e suono sulla città.

MORSE . . . – – – . . . (2012)
di TeatrInGestAzione

cura della visione
Gesualdi | Trono

con Alessia Mete, Giovanni Trono, Serenella Martufi, Francesco Moraca

Installazione performativa in esclusiva per LuminAZIONE al PAN, il Palazzo delle Arti di Napoli in dei Mille, azione collettiva d’arte a sostegno della successiva edizione di LUMINARIA 2013, mostra d’arte pubblica ideata da Simona Perchiazzi e dedicata alle luci d’artista.


3_to_1

3_to_1

 

ciò a cui aspiriamo è una vita
che noia, signori miei, vivere a questo mondo
come è allegra e vivace la musica, come si ha voglia di vivere

Il coraggio, l’abitudine, l’invisibile

Le strutture drammaturgiche di Beckett e Čechov richiedono all’attore una presenza stratificata, fino a farsi paesaggio, in cui “L’osservatore contagia l’osservato con la propria mutevolezza” come lo stesso Beckett scriveva. Si abita insieme un’architettura dell’altrove verso cui tende l’apparente immobile infinito spazio scenico, in stato di permanenza. Semplicemente si sta, sospesi tra un passato romanzato e un presente freddo e cronachistico, immersi in un silenzio gassoso, tra vie di fuga che cadono nel vuoto, riti quotidiani per restare in vita, mentre dentro tutto brucia e questo fuoco resta un segreto.
Indaghiamo le possibilità di un tempo “imperfetto”, innescando un dispositivo a tenaglia, che porta attori e spettatori all’immobilità, inchiodati alla tragedia dell’inattività, dell’ineluttabilità di certi destini. In un’epoca dominata dalla rinuncia, l’abitudine è la salvezza degli umili.
Imperfetto. In grammatica, tempo i. (o assol. imperfetto s. m.), tempo del verbo che, nell’indicativo, esprime un’azione passata considerata nel suo farsi e quindi non ancora compiuta nel tempo a cui il discorso si riferisce (andavo, credevo, sentivo, ecc.). Nel congiuntivo, invece, è usato in correlazione con un tempo storico («sperai che lui mi ascoltasse») o, nel periodo ipotetico, in correlazione col modo condizionale («verrei, se potessi»), o anche in proposizioni indipendenti per esprimere un desiderio («Dio volesse!», «tornasse presto!»)
La dannazione di chi sa è di non avere abbastanza tempo per mettersi in pratica. Tanto è il desiderio di vivere altre vite che ci si dimentica della propria. E la vita scorre nella completa inazione. Certi giorni passano senza che si sia detto niente o quasi, senza che si sia fatto niente o quasi. Tanto vale accontentarsi ma anche quello non si può quando il desiderio è più forte. Un salto nel buio ci vorrebbe, una corsa ad occhi chiusi come da bambini; un ballo in maschera, la musica che ti ubriaca, l’amore quello vero, un lavoro proprio quello fatto per te. A Mosca! A Mosca! A Mosca!
Le vite delle tre sorelle scorrono, ogni giorno uguale a quello precedente, come se il tempo non potesse andare avanti, inceppato in un eterno imperfetto verbale. Ciò che resta di Čechov e Beckett è l’atmosfera, i silenzi, le linee dure del significante, la solitudine delle occasioni perdute.

*   3 TO 1 nasce dall’esperienza del progetto Altofragile, dispositivo di condivisione tra artisti e spettatori del processo creativo e dello spazio che lo ospita. Una pratica teatrale, inaugurata da TeatrInGestAzione, capace di ridurre la distanza fra pubblico e scena, condividendo con esso il tempo e lo spazio della ricerca: lo spettatore accompagna il lavoro degli attori, che offrono al suo sguardo un momento unico e irripetibile, interpellando il suo sguardo e stimolando una reale autonomia critica, rendendolo partecipe del processo di creazione, introducendolo nell’ingranaggio della macchina attoriale. (altofragile.eu)

3 TO 1 (2011)

by TeatrInGestAzione

cura della visione
Gesualdi | Trono

itinerari drammaturgici
Loretta Mesiti

con
Alessia Mete, Ilaria Montalto, Michela Vietri