BECKETT ON AIR

 

 

Trailer Video integrale

 

Beckett On Air (2015)
di TeatrInGestAzione, ispirato a Tutti quelli che cadono di S. Beckett

itinerario pedagogico, cura della visione
Gesualdi | Trono

con i detenuti della Casa Circondariale Poggioreale di Napoli

 

 

Dopo 8 anni di permanente lavoro teatrale con gli internati del Manicomio Giudiziario di Aversa, inauguriamo il nostro nuovo percorso teatrale all’interno del carcere di Napoli Poggioreale con un ritorno a Beckett, un lavoro intorno a “Tutti quelli che cadono”.
Un’esperimento di ascolto collettivo. Siamo tutti presenti nello stesso luogo, quello del suono. Non c’è più differenza tra noi, nell’ascolto. Ci accomuna l’horror vacui, l’insensatezza di certi destini, l’abitudine al male minore, l’insostenibile peso del quotidiano.
Le voci che ascoltate appartengono a tutti i detenuti del corso di teatro, compresi coloro che non possono godere di un permesso per uscire e che dunque stasera non sono qui con noi.
Sapendo fin dall’inizio che non tutti avrebbero potuto godere del permesso per prendere parte allo spettacolo in persona, abbiamo scelto la forma del radiodramma, per testimoniare la partecipazione e l’impegno di tutti i detenuti che hanno lavorato alla costruzione dello spettacolo. L’ascolto è completato da un’immagine in lento ed inesorabile movimento, una caduta rovinosa.
“Beckett On Air” vuole essere un campo lungo sull’umanità atrofizzata nel pensiero, povera di linguaggio, primitiva nei desideri, soffocata dal possesso, evocata da Beckett in immagini di corpi esplosi, putridi, bestiali, fusi con pezzi di lamiera, o disciolti nel fango, ricoperti di polvere. Immagini che sottratte alla rappresentazione visiva da Beckett, qui verranno soltanto accennate, suggerite, per essere formulate in piena libertà dallo spettatore, affinché abbiano le fattezze dei propri fantasmi, dannati, in un cammino sfrenato verso un’unico obiettivo: il riposo.
In questa cieca corsa verso la morte da differire attraverso altre morti, il Dio grottesco riduce tutte le vite che incontra a miserabili passatempi. E il richiamo della fine romba in lontananza.
In scena una radio che manda la registrazione della pièce, raccolta nelle stanze del carcere, nelle voci dei detenuti che si sono avvicendati durante “il corso di teatro”. In essa, tutto ciò che possa essere spremuto da una carcassa d’uomo. Un tentativo di resistere all’afasia, solo attesa di una fine qualunque, in un dormiveglia in cui campeggiano all’orizzonte sogni e desideri, di altri, fatti propri.
In carcere abbiamo ascoltato quel linguaggio zoppo, privo di nessi causali e spesso confuso da un grammatica imprecisa. Continuamente i discorsi non fanno che arenarsi per via del lessico scarno, o più semplicemente dell’impossibilità di distinguere il “potrei” dal “potessi”. Abitanti di un mondo di desideri falsi, che tutto costruiscono su quelle poche parole che sono loro rimaste impresse, o per caso o per convenienza. Non vi è dunque possibilità di capirsi appieno se non nel lamento, nella crudeltà. Svestendo la propria “funzione sociale”, sposando la disillusione, minando la speranza, il desiderio, il pensiero della felicità, della soddisfazione, il concetto di forza, potere, amore, famiglia. E sui questi cocci celebrare la vita che viene.