La “Città Laboratorio” di Altofest

La città si configura come un sistema umano-architettonico all’interno del quale la disposizione degli spazi, la presenza o meno di servizi e le persone che transitano quotidianamente nei diversi luoghi sono unitamente La Città.
Altofest si inserisce in questo discorso come un progetto di socialità sperimentale che riscrive continuamente il confine tra pubblico e privato, generando una zona di promiscuità. In questa città nuova, sospesa, il campo delle relazioni possibili viene fertilizzato dall’intrusione del corpus artistico estraneo, dalla condivisione di tempo e spazio tra l’artista e il cittadino “donatore di spazio”.
Non si tratta solo di ospitare un artista nella propria casa, ma di lasciare che la presenza quotidiana di un artista al lavoro contamini la visione di chi abita o attraversa quello stesso spazio, generando un nuovo punto di vista sul potenziale poetico insito nel quotidiano. Anche il pubblico viene linguisticamente infettato, nel suo peregrinare di casa in casa, accolto in un ambiente estraneo seppur riconoscibile nei suoi tratti “domestici”. Gli oggetti quotidiani vengono liberati dalla corrispondenza nome-uso-significato.
Il cittadino che partecipa al progetto ne è parte strutturale e fondante, non utente o destinatario, ma agente del processo. Ciò che accade durante Altofest è che il cittadino si prende cura dell’opera d’arte e l’artista a sua volta si prende cura del suo ospite e della sua comunità di riferimento.
L’intervento di Altofest porta alla creazione di una comunità trasversale, contaminata dal potere “barbarico” dell’arte. La scelta del luogo intimo, domestico, messo in condivisione dal cittadino, come luogo di questa fondazione, risponde ad una precisa visione del concetto di comunità, così come sostenuta Roberto Esposito in Immunitas. La parola “comunità” deriva da cum-munus, dove munus è il dono, e a differenza del generico donum è esplicitamente “il dono che si dà e non quello che si riceve”. Scrive appunto Esposito: “Ciò significa che i membri di una comunità, piuttosto che da un’appartenenza, sono vincolati da un dovere di dono reciproco, da un obbligo donativo, che li spinge a sporgersi letteralmente fuori di sé, ad esporsi, per rivolgersi all’altro, e quasi ad espropriarsi in suo favore”.
Si verifica quindi una vera e propria invasione, in cui è l’invaso ad aprire il varco all’invasore e ad offrire in dono la propria identità col chiaro intento di dissolverla. Questa invasione/infezione è il principio e la fine della comunità nel suo divenire. Si dà luogo ad un atto di rigenerazione urbana per riflesso, per propagazione. La città si fa laboratorio.

Cosa vuol dire diventare donatore di spazio? Far parte di un progetto che promuove la poesia alla base dell’esistenza/sussistenza? Coltivare una visione e pensare alla cultura come bene comune inalienabile insostituibile irrinunciabile?
Altofest inaugura il dialogo sul senso profondo dell’ospitalità, dando luogo ad un’esperienza ibrida che innesca quel processo di rigenerazione umana, a cui Altofest punta. Il cittadino che ne avrà fatto esperienza, riporterà tale sapienza all’interno della propria comunità di riferimento.
Noi artisti conosciamo l’esperienza radicale e paradigmatica che una residenza artistica offre. La possibilità che ne viene di espandere il proprio orizzonte cognitivo ed emotivo; la sfera dell’immaginario diviene concreta, e tangibile si fa l’autonomia di pensiero e azione.