trovare nuovi modi di comunicare col corpo ciò che non si può riassumere in una breve frase

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Valeria Caboi
Valeria Caboi
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VALERIA CABOI (PT)

Laureata in Arti e Scienze dello Spettacolo alla Sapienza di Roma e alla London Contemporary Dance School di Londra, ha frequentato corsi di composizione coreografica con compagnie di fama internazionale tra le quali Mats Ek, Ballet Frankfurt of Wiliam Forsythe, Random Dance Company, Batsheva Dance Company, Centre National De La Dance e Hofesh Setcher Dance Company. Impegnata nella ricerca sulla relazione tra tecnologia digitale e la fisicitá del corpo nella performance dal vivo.

Red T-Shirt Project. An international long-distance dance creation

E’ un progetto di ricerca che usa tecnologie ormai di uso quotidiano (smartphone, computer collegati ad internet e piccoli proiettori). Danzatori di diverse parti del mondo interagiscono tra loro senza incontrarsi fisicamente, con lo scopo di creare materiale coreografico a distanza.

Forse in un prossimo futuro questa potrebbe diventare una tecnica comunemente usata per creare coreografia.

Il Red T-Shirt Project é un progetto di ricerca in danza contemporanea

che usa tecnologie ormai di uso quotidiano (smartphone, computer

collegati ad internet e piccoli proiettori). Il progetto consiste in varie

sessioni di laboratorio coreografico in cui danzatori di diverse parti del

mondo interagiscono tra loro senza incontrarsi fisicamente, con lo

scopo di creare materiale coreografico a distanza.

Il progetto é nato da un’idea della danzatrice e coreografa Valeria

Caboi, nell’ambito di una ricerca sulla relazione tra tecnologia e fisicitá

del corpo nella performance dal vivo. Lo studio si sviluppa

nell’osservazione delle reazioni dei danzatori quando incontrano

l’impalpabile rappresentazione di altri danzatori (in video-proiezioni a

grandezza naturale).

Funziona come il gioco del telefono, a catena: i danzatori (o i

partecipanti dal pubblico) stimolati dalle persone che danzano nella

proiezione, creano dei movimenti, che verranno filmati a loro volta, per

essere utilizzati nelle sessioni successive, in altri luoghi, e via dicendo.

Fino ad ora gli incontri hanno avuto luogo in Italia, Portogallo e

Inghilterra e hanno coinvolto i seguenti partecipanti: Francesca Bertozzi

(Italia), Sara Bernardo (Portogallo), Kindall Payne (U.S.A), Johan Philippe (Francia), e una sessione di gruppo a Firenze (Italia) col danzatore Pietro

Pireddu e vari partecipanti occasionali coinvolti dal pubblico.

Crediamo fortemente che in un prossimo futuro questa potrebbe

diventare una tecnica comunemente usata per creare coreografia. É un

dato di fatto che la vita sia in cambiamento: viaggi, progetti di

interscambio per studenti, emigrazione. Tutto questo é legato a nuove

forme di comunicazione e non puó che coinvolgere anche lo spettacolo

dal vivo.

Questa forma di utilizzare internet e tecnologie come smartphone,

computer e proiettori, contribuisce all’interscambio artistico tra paesi

diversi. É incredibile vedere come può essere semplice per queste

persone che hanno esperienze, età, lingua e cultura completamente

differenti, interagire tra loro attraverso il linguaggio della danza, senza

essersi mai incontrate.

Inoltre, il progetto coinvolge sia danzatori che non-danzatori, con lo

scopo di interessare persone che non avrebbero normalmente diretto

contatto con la danza.

La performance per l’Alto Fest é una prima sintesi, la prima volta in cui

l’archivio video di movimenti che é stato raccolto in vari paesi viene

utilizzato per creare un primo risultato di coreografia dal vivo.

Valeria Caboi. Dancer, choreographer and dance teacher. She has a degree in

Theatre and Performance Arts at Sapienza University of Rome and she has Post-
graduated in Advanced Dance Studies at London Contemporary Dance School.

She also studied at Spe.Ri.Dan school of Sardinia, I.A.L.S. centre in Rome and

M.A.S. school in Milan. She attended choreography courses with companies from

all over the world such as: Mats Ek, Ballet

Frankfurt of Wiliam Forsythe, Random Dance Company, Batsheva Dance Company,

Centre National De La Dance and Hofesh Setcher Dance Company. She

participated in the Psychotherapy and Dance-therapy Masters of Sapienza, Rome.

As a performer she collaborated with companies and creative individuals such as:

Elisa Monte Dance Company (NY), Nine Bob Note

(UK), Compagnia Fattore K di G.B.Corsetti (IT), Companhia de dança do Norte (PT).

Since university she has been researching into the relation between technologies

and the body physicality in live performance, studying dancers reactions when

they meet the untouchable representation of other performers (in films and

projections). As an educator she teaches creative dance, body awareness, physical

theatre, contemporary dance and ballet.

https://www.facebook.com/pages/RED-T-Shirt-Project/1435722546669529?fref=ts

“La nozione di scena intesa in maniera classica non è certamente

calzante rispetto alla realtà contemporanea che viene ingoiata dallo

spazio.” (Libeskind)

Una forte percentuale della nuova generazione di lavoratori, artisti o

non, specialmente provenienti dai paesi del sud d’Europa, si trovano al

giorno d’oggi fuori casa, sospesi tra le definizioni di emigrati forzati e

viaggiatori entusiasti, tutti alla ricerca dello spazio ideale. L’idea del

ritorno nel luogo d’origine s’incontra e scontra con la continua

posticipazione del momento della scelta di un luogo per la stabilitá. Nel

frattempo, l’architettura del luogo d’origine si modica costantemente

sotto il peso della storia. (“L’architettura ha un peso determinante,

perché essa in fondo rappresenta il mondo in cui siamo nati”

Libeskind)).

Lo spazio di identificazione é in continua mutazione. Il ruolo della rete ,

e delle nuove tecnologie di comunicazione istantanea come skype,

smartphones e social-networks in questo contesto, si rivela da un lato

come appoggio nell’accorciare le distanze e i tempi di comunicazione,

dall’altro come annullamento dello spazio fisico nell’incontro. La

riflessione del Red T-Shirt Project sullo spazio parte esattamente da

questo binomio tra presenza e assenza dei corpi nello spazio, e tenta di

applicare la dinamica tra organico e digitale all’arte dello spettacolo dal

vivo, nello specifico alla danza contemporanea, per poter studiare le

potenzialità e i limiti di questi strumenti nel processo creativo.

Come dice Libeskind “Lo spazio non è uno, lo spazio è plurale, lo spazio

è pluralità, eterogeneità, differenza”. Lo spazio nel red t-shirt project é

multiplo, appartiene al luogo in cui si svolge nel ‘qui ed ora’ ma

appartiene anche a luoghi e tempi diversi, dove si trovano e agiscono i

danzatori con cui si interagisce tramite proiezione video. c’é uno spazio

effimero, aleatorio, che é lo spazio cybernetico, digitale, in cui tutto é

possibile in teoria. nella pratica peró, il fatto di dover essere ripresi

dalla telecamera di uno smartphone (il mezzo che permetterá al corpo

del performer di entrare nello spazio digitale) costringe il corpo a dei

limiti molto precisi, a partire dalla geometria del triangolo

dell’inquadratura. É nel contrasto tra questi due mondi, tra vari luoghi

fisici e il non-luogo che li unisce, che si fonda la nostra ricerca.

Il nostro scopo é creare coreografia in un determinato spazio, ma a partire da stimoli che arrivano da spazi differenti e lontani di cui non

abbiamo la nozione se non attraverso l’immagine a grandezza naturale

dei corpi che li hanno vissuti. Mettere a confronto persone, danzatori e

non danzatori, che si trovano in contesti spaziali e culturali estranei uno

all’altro. Creare spettacolo dal vivo in maniera del tutto deformata

rispetto alla tradizione della danza, che ha come strumenti primari il

corpo organico e il contatto tra corpi in uno spazio. Tentare di

ridefinire, o per lo meno mettere in dubbio, le certezze a cui siamo stati

appigliati fino adora, e dislocare il discorso, il metodo di creazione e i

luoghi. Come dice Libeskind “Quando teatro ed architettura non sono

dove ci si aspetta di trovarli. Quando all’improvviso si dislocano”. La

riqualificazione della città, degli spazi già esistenti, non può che

passare, secondo noi, attraverso questa dislocazione e ridefinizione

dello spazio fisico. Per far sí che il luogo che si sceglie come palco (che

sia una casa, un giardino, una strada) non sia neutralizzato e appiattito

dalla volontà artistica di trovare semplicemente un palco dove esporsi,

solo perché il palco del teatro non basta più, proponiamo la soluzione

di immergere questo luogo, questo angolo di città, in un contesto

internazionale in cui si possa fondere con altri luoghi attraverso la

coreografia che li unisce.