DI UN ALTRO AMORE IO TI AMERO’

“Cosa importano le dichiarazioni ufficiali. Un uomo è stato catturato, torturato. Per resistere al dolore, per trionfare sulla sofferenza, è ricorso ad uno stratagemma: ricordarsi degli eventi più belli della sua breve vita. Noi ascolteremo la sua parola”.

Si parte da un letto di morte… a ritroso nella mente e nel cuore di un giovane uomo imprigionato per motivi politici, torturato e ucciso.

Un blues popolato da cose semplici: l’angoscia per una figlia che non vedrà diventare donna, il ricordo del primo amore, la carne, la lotta politica, il dolore per le condizioni in cui versa il proprio popolo.

Semplici come semplici sono gli oggetti e gli elementi usati dai carnefici per togliergli la vita: acqua, sabbia, mani… , mani sulla propria dignità, benda sugli occhi che diventa il suo inferno terreno, una cella buia nella propria mente dove si trova faccia a faccia con la paura più profonda.

Urlo di dolore che diventa canto e poi voce che da vita a storie. Storie di uomini, donne e bambini, storie di una società, quella maghrebina, nello specifico, ricca di contrasti: la ricchezza di pochi e la povertà di molti, l’islam e il socialismo.

Ma non solo in medio oriente si muore per le torture, non solo nel nord africa, non solo in sud america.

Quindi il racconto evade dai confini geografici o sociali e politici.

lo studio sul romanzo di Tahar Ben Jalloun, inizia in tempi non sospetti, quando gli eventi politici che hanno scosso l’area magrebina e il medio oriente non si immaginavano.

Questo per dire che la necessità di realizzare lo spettacolo non è di natura politica, quanto piuttosto di natura poetica.

La volontà di raccontare una storia, nel modo più semplice, immediato, senza analisi, senza interpretazioni di senso.

Un rito. Un momento di partecipazione collettiva al dramma dell’ennesima stella spenta, frantumata.

Un invito alla compassione, alla “colpa”.

Invito ad ascoltare una voce, un messaggio di denuncia e di amore.

La voce degli esclusi, del folle che strappa la maschera a tutta la società ponendogli domande più che offrendo risposte.

Una voce che giungerà anche dopo la sua morte .

LUCIANO

Il mio percorso comincia con il teatro di strada. Ero molto giovane, avevo solo 16 anni, e non potevo immaginare di aver fatto di quell’inizio, di quel gioco, la mia vita; non nascondo che ancora oggi ciò che più mi attrae di questo lavoro è il gioco.

Il gioco inevitabile che si crea nel momento della messa inscena, quello che si instaura automaticamente, con tanto di ruoli e di regole.
Il gioco del lavoro svolto in sala… la ricerca, un continuo nascondino di sensi, una caccia al tesoro di sogni, espressioni impensate, vere solo al momento della scoperta, del muro abbattuto.
Il gioco del tuo corpo-ponte verso altri corpi, della tua voce-freccia diretta al centro di cuori a cui donarsi… qualcuno diceva: “il teatro non è indispensabile, serve solo ad attraversare le frontiere tra te e me.”
Ed è questo il nuovo gioco che mi interessa ora. Come? Perché? Per chi il teatro?
Attraverso il mio percorso che spazia dal teatro antropologico, agli studi di Renzo Casali della Comuna Baires, Lucio Colle, ma anche incontrando sulla strada del lavoro, Enzo Moscato, Peppe Lanzetta, voci di un teatro più propriamente Napoletano, ho potuto osservare che il teatro, prima come luogo, quindi come “spazio”, è troppo fuori dalla realtà, dove per “realtà”, intendo necessità.
Cioè alla gente non serve più il teatro così come è, e forse neanche a noi che lo facciamo.
E allora il nuovo gioco è questo.
Basteranno spazi nuovi, nove disposizioni di scena all’interno delle quali possa instaurarsi un nuovo rapporto tra pubblico e azione scenica, basterà questo a ritrovare quella sacralità che rendeva il teatro necessario?
Basteranno nuove drammaturgie, attori nuovi, etiche di un rischio necessario a far si che si abbia ancora voglia di entrare in un “TEATRO” e saper di poter piangere, ridere, urlare di paura o di gioia?
Il mio gioco è quello di non sottrarmi a questi quesiti.
E allora…
Pronti?
Partenza….
VIA!!!!