ARIANNE

afst42

L’immersione totale in un tema o in un territorio è un “segno particolare” dell’identità di Maniphesta Teatro, e questa volta è un paesaggio interno quello che è stato esplorato nell’arco di circa sei mesi di incontri e di prove.
Le tre attrici tornano a parlare del desiderio di vivere. Dove viene rinchiuso nel corso degli anni? Come mai gli eventi della vita lo offendono anziché nutrirlo?

spettacolo in tre quadri

“Minotaurous Game” con Giorgia Palombi

“Naxos” con Alessandra di Castri
“Risveglio a Marigliano” con Susanna Poole

In MINOTAUROUS GAME l’attrice parla da sola o dialoga con il pubblico, con il Minotauro, a volte con dei genitori assenti: ricorda i personaggi femminili di Beckett, una Winnie che anziché sprofondare viene “palleggiata” dalle sue continue attività mentre vive la sua vicenda.

NAXOS è una danza di stupore: aprire gli occhi in un luogo sconosciuto, realizzare l’assenza dell’uomo amato, subire senza tregua l’assalto di un sonno schiacciante. L’attrice danza un percorso nel quale cerca una sensazione di sé, un orientamento nello spazio, e si apre un sentiero che nasce dai suoi passi: ristabilire i legami tra gli oggetti e il loro uso, tra il corpo e i sentimenti che la assalgono, tra la sua inconsistenza e il desiderio di essere.

RISVEGLIO A MARIGLIANO parte dal punto in cui la crisi personale di un essere umano viene fuori in modo incontrollabile in ogni momento pubblico e privato della sua giornata. Aridela (che è un altro nome di Arianna) cerca di contenere i suoi pianti improvvisi e i suoi furori, prova a placarsi con la meditazione, ma perde i colpi, perde la voce, perde la calma, a casa e poi, all’università. Una via di scampo è offerta all’attrice dalla voce registrata di Elisabetta, l’anziana signora che ha intervistato per lavoro, che a novantun’anni con semplicità, le racconta come si fa a vivere.

MANIPHESTA TEATRO è tre persone, Giorgia Palombi, Alessandra di Castri e Susanna Poole. Giorgia trova il nome di questa associazione mentre lavora con le detenute di Pozzuoli già nel 1998. E’in carcere con uomini e donne rinchiusi che scopre un metodo di approccio alla drammaturgia e all’uso dell’immagine scenica completamente nuovo per lei: il metodo della mancanza. Il lavoro si è sviluppato sulla mancanza di spazio, mancanza di silenzio, mancanza di libertà d’azione, limitazione del movimento, del tempo, mancanza di oggetti e attrezzature, mancanza di luce, mancanza di buio. Per la regia, queste mancanze sono diventate un appoggio creativo, un gioco drammatico per lo sviluppo del materiale scenico. Nel 2001 arrivano Alessandra e Susanna, e da allora è cominciata una strada di affinamento comune, uno scambio di strumenti e di sensibilità. Più corporeo l’approccio di Alessandra, centrato sulla parola quello di Susanna, Maniphesta con loro diventa subito compagnia indipendente di produzione: scrittura scenica, ricerca sul movimento, lavoro con la musica. Chi le conosce afferma che la caratteristica peculiare della loro ricerca sia l’immersione totale nei luoghi che scelgono di attraversare: la vita di una piazza o di una persona, è lo stesso.

La compagnia, che ha uno spazio per i laboratori e il montaggio degli spettacoli, Spazio Brecce, attraverso il teatro prova a diffondere una proposta di non violenza, contraria agli stereotipi e alle ghettizzazioni culturali, accogliendo negli allestimenti attori, musicisti, danzatori, ex detenuti, artisti di strada, video scenografi, poeti.

Non siamo nuove di riqualificazione umana e urbana attraverso lo strumento teatrale. Nel 1997 abbiamo cominciato una pratica teatrale in un penitenziario femminile, e da allora la città ha conosciuto le carcerate in una veste nuova, come attrici /portatrici di una modalità diversa di fare teatro, non basata su tecniche vocali o corporee, ma su una forza espressiva radicata nella loro esperienza di vita, su un percorso di appropriazione delle loro generalità fisiche ed emotive sempre uniche ed inimitabili. Ne nacque un genere, il teatro carcere napoletano…mi direte che il teatro carcere già esisteva da molto… Certo, ma non da queste parti, o almeno non con la dignità e la qualità che ha acquisito in questi 14 anni di esperienze (non è così cari Anna e Giovanni ? voi ne sapete qualcosa…). Le detenute uscivano dai cancelli del carcere ed entravano al teatro Nuovo, al Mercadante, destando un’ondata di entusiasmo, di commozione, di riflessione…La gente è entrata a Pozzuoli e a Secondigliano e ha visto, ha avvicinato una realtà mai toccata prima, conosciuto facce diverse di una realtà isolata in genere da limiti invalicabili…

Come non accogliere quindi l’invito a cercare nuove pratiche per formare un nuovo pubblico?

Iniziativa coraggiosa quella di Altofest, piena di determinazione, in un momento di chiusura e di retromarce, in una città dove le porte della visibilità sono sempre più strette

Ma per attrarre un nuovo pubblico bisogna fare un nuovo teatro

E come si fa ad essere nuovi?

Come fa un gruppo, un attore, un regista, un autore, a inaugurare una ricerca, una modalità, un’estetica?

Bé certe domande vanno portate, non bisogna trovare subito una risposta, che spesso può essere prefabbricata… Si può iniziare dal disagio, dal disagio e dall’inadeguatezza in cui ci si aggira… Gente che si è esposta, che cerca, che apre strade e che non ha interlocutori o deve sempre aprirsi un varco a colpi di machete o difendere uno spazio con una barricata

Si può iniziare dal desiderio di avvicinare la gente per condividere la gioia e il mistero che è racchiuso in questo lavoro, quando è fatto con sincerità, con rischio, con serietà.

Il pubblico è l’elemento culminante del cosmo creativo del teatro: quante cose si comprendono completamente ed istantaneamente solo nell’attimo in cui si va in scena? Quante risposte essenziali sorgono in quell’ atmosfera magica e ineludibile che si crea nello scambio tra attori e spettatori?

Alto Fest procura una grande occasione, quella di entrare in un luogo “disponibile” ad accogliere, un luogo che risveglia la grande tradizione della prontezza, della trasformazione, dell’adattamento ma che mette anche allo scoperto il bisogno di circolazione delle idee, delle sensibilità, delle scoperte di chi ha deciso di dedicare la vita, o una tappa, ad una ricerca creativa

C’è qualcosa di travolgente in questo breve incontro, l’ emozione di far parte di una proposta poetica in cui i versi sono tutti da scrivere

 

A proposito del DARELUOGO che di ALTO FEST è uno dei motivi ispiratori, respiro stupita ma non troppo l’aria che circola dagli ultimi giorni prima del voto referendario, e che ora, dopo la vittoria, è esplosa senza più reticenze.

È l’aria piena di vibrazioni emanate da chi si è scosso e si è attivato per compiere un gesto pubblico, qualcosa che non avveniva da tempo, ma è anche un’aria “collettiva” come se al di là dell’estrazione sociale, al di là delle provenienze, Nord, Sud, Centro, Isole e Isolette, al di là del costume di vita personale, qualcosa di corale si fosse finalmente imposto. La gente ha PARTECIPATO. E ha capito la forza e la vitalità che sono contenuti in questo atto di partecipazione, che ha “dato luogo” ad un movimento enorme,

È pensabile trasferire tutto questo entusiasmo e questo coinvolgimento in campo creativo?

Che vuol dire DARELUOGO al teatro, alla scena, alla performance?

Forse innanzitutto vuol dire creare un evento in cui da ogni direzione si possa convergere e mostrare la propria versione della fiaba, o della storia.

E che davvero lo spazio sia aperto a chi ha urgenza di esprimere, di mostrare, di ricevere impressioni, e di restituirle

DARELUOGO per me vuol dire anche STOP all’ASSEDIO degradante e sterile che da anni viene consumato intorno alle ROCCHE del teatro cittadino: trafile, affanni, sgomitate, attese, elemosine per uno spazietto visivo in cui esistere in modo sempre più sottomesso, sempre più ansioso di riconoscimento, sempre peggio o per niente pagato, ma soprattutto sempre meno seguito, sempre meno fecondo.

Riprendersi le energie elargite con il proprio amatissimo lavoro, riappropriarsi del diritto di sperimentare, di sbagliare, ma di essere autentici.

Potersi ancora stupire di fronte alla proposta creativa ma anche provocare una risposta reale, una curiosità reale, un consenso (o un dissenso, perché no) limpido e spontaneo.

Le persone esistono, hanno voglia di essere raggiunte, toccate, sfiorate, riconosciute nella loro qualità di esseri sensibili

Che sfida!

14/06/2011

G.P. di Maniphesta Teatro