MALDORIENTE

Canta oltre l’umiliazione ed oltre il buio
un orizzonte ancora ricco di sogni
un sole ancora pronto nell’agguato.
Canta, sì, che la speranza
è sempre là, strada ferma e radiosa,
anche se attorno a noi
si infittisce la rabbia della notte.”

(F. Tuqan)

Liberamente ispirato all’opera di Suad Amiry

Il merito di Alto Fest è di avere tra i suoi obiettivi la relazione concreta tra l’azione scenica e lo spazio in cui viene agito, la relazione vera tra performer e pubblico. Ho creato Maldoriente pensando alla possibilità di portarlo fuori dai teatri, di renderlo duttile a un incontro con un pubblico “anomalo”, gente che si incontra per strada, gente che si incontra per fare un’esperienza insieme. Grazie a questo obiettivo lo spettacolo ha trovato in questi anni spazi molto diversi tra loro, situazioni e pubblici molto vari che hanno arricchito per me la “sostanza” dell’andare in scena.

Vorrei in questa occasione ripensare a un riallestimento nella terrazza di casa Gesualdi Trono. La vicenda narrata accade al di là del mare che si intravede dal terrazzo, la protagonista è una signora professoressa universitaria, come quelle che si potrebbero incontrare scendendo su via Mezzo cannone, ovvero dalla porta del palazzo, queste comunanze indicano come siamo affacciati su uno stesso mare, come non siamo lontani gli uni dagli altri, ma fatti di ascolto, fatti di vita, veri, in carne ed ossa e non mostri, vittime o criminali come spesso i media rappresentano alcune situazioni di conflitto. Così mi piace ambientare questa vicenda lontana su un terrazzo di casa, come se a raccontarla fosse un ospite invitato a cena.

Il linguaggio usato è semplice e quotidiano, vengono narrati fatti comprensibili a tutti, il mio obiettivo è dare vita a un’opera leggibile attraverso livelli diversi di profondità, per comunicare a un pubblico in vario modo informato o colto. Intendo l’occasione di messa in scena come un momento di incontro. La priorità è portare un messaggio, destare un interesse, riattivare la riflessione della cittadinanza con lo strumento dell’arte teatrale.

Maldoriente è un monologo ispirato alle vicende dei romanzi dell’architetto palestinese Suad Amiry, una scrittrice palestinese ormai nota al pubblico italiano, apprezzata per la narrazione di fatti autobiografici di vita quotidiana in Palestina. La riscrittura teatrale ruota intorno alla storia d’amore della protagonista del romanzo: è l’amore che porta al suo trasferimento in Palestina, dove insegna come architetto all’Università e da questo momento l’ epopea assurda, a tratti ridicola, a tratti violenta, per ottenere la propria carta di identità e i diritti di un libero cittadino. Il filo rosso che intreccia gli eventi è la ricerca di un documento di identità. L’identità diventa anche una riflessione rispetto a cosa siamo, ai nostri diritti, alla migrazione, al tema multiculturale, del femminile, dell’essere uomini del contemporaneo, e in particolare della questione palestinese. Le musiche e i canti di Maldoriente provengono dal bacino Mediterraneo come a dire che siamo tutti bagnati da uno stesso mare, come a ricostruire quel ponte musicale e culturale tra paesi molto vicini tra loro. Lo stile del monologo è tragicomico, si passa dal ridere alle lacrime, in una trama che coinvolge lo spettatore con rabbia, dolore, simpatia e condivisione rispetto alle difficoltà di un normale cittadino, come noi, ma che vive in un contesto di conflitto, come quello israelo-palestinese.

Lo spettacolo, patrocinato nel 2006 dalla Provincia di Pisa e dal Centro Nord Sud, nasce da un viaggio in Palestina, da una intensa ricerca di materiale letterario, testimonianze sul campo e contatti con volontari. Cercando un equilibrio difficile tra la brutalità dei fatti, la difficoltà e delicatezza dell’argomento, la messa in scena si propone di narrare con estrema semplicità alcune esperienze di vita, evocare situazioni di una realtà a noi poco quotidiana, creare una memoria avulsa dallo scontro politico e portare l’attenzione là dove i media in genere non scrutano.

La mostra fotografica espone il lavoro condotto dalla fotografa R. Pagliei dal 2001 al 2003, nei campi profughi di Dheisheh, Askar, Balata in Cisgiordania e Yarmouk in Siria. Attraverso lo sguardo delle persone incontrate, i paesaggi e le situazioni, le trenta stampe narrano la vita quotidiana e la quotidiana resistenza alle difficoltà.

maldoriente8

Serena Gatti nata a Pisa il 5-7-1977, laureata in Lettere all’Università di Pisa, con una tesi su Les Paravents di J. Genet, dottoranda in Studi Teatrali all’Università di Bologna con una ricerca sulla relazione tra voce e movimento. Regista e performer, si forma nell’ambito di Pontedera Teatro e con maestri riconosciuti a livello internazionale tra cui: per il teatro Rena Mirecka, Gey Pin Ang, Danio Manfredini, Enzo Moscato, Claudio Morganti, Francesca della Monica, Living theatre; per la danza Simona Bucci, Charlotte Zerbey, Alessando Certini, K.J. Holmes, Raffaella Giordano, Katie Duck, Ornella D’Agostino, Paolo Mereu (Tango argentino con Aurora Lubiz e Carolina Costa).

Collabora professionalmente con Alfonso Santagata. Egum Teatro, Pontedera Teatro, Sonia Brunelli, Gey Pin Ang, Jerry Pilgrim, Company Blu, Az Theatre, Teatro d’Inverno, Scompiglio, Telluris Associati, Andrea Dosio. Fiabesque Festival, compagnia Verdastro della Monica, Libero Circuito. Attualmente è in scena con Amleto diretto da Roberto Bacci. Fondatrice nel 2005 di Azul Teatro vince la borsa Movin’Up Gai per lo spettacolo “By the Way” con la regia di Ang Gey Pin, che debutta a Singapore nel 2006. Nello stesso anno partecipa al Magdalena Project al fianco di Ang Gey Pin e al Primorskij Koper Festival con il progetto “Morfometrie” di Sonia Brunelli..

Tra le proprie messe in scena “Palestine Street” e “Maldoriente”, due spettacoli sul tema Palestina coprodotti dalla provincia di Pisa; “In Bilico” assolo di teatro fisico ispirato al saggio “Le Funambule” di Jean Genet; “Viajar de Luz” performance site specific ispirata a “The Waves” di Virginia Woolf in collaborazione con il disegnatore luci Marcello D’Agostino e il cantautore Davide Giromini, produzione Toscana delle Culture; “Umori Erranti” sulla poesia di W. Symborska; “Awake” performance su Keith Jarret; “Rosa Marina” riscrittura teatrale di una fiaba tradizionale italiana, “Azul” fiaba contemporanea, “Volver” assolo fisico ispirato al mito di Orfeo, “Sta” assolo fisico selezionato da Sosta Palmizi nell’ambito di “Sosta prolungata 2010”. Per i progetti citati è artista in residenza al Goldsmith (Londra), Città del Teatro (Pisa), Grattacielo (Livorno), Festival Amiata (Grosseto), Teatro dei due Mondi (Faenza), Scompiglio (Lucca), Salerno Creativa G.A.I. (Salerno), Guinnes Theatre, (Singapore). Dal 2006 segue il progetto Scream sui diritti umani con la Città del Teatro in veste di aiuto regista e docente. Tiene workshop per compagnie, teatri e centri culturali, corsi di aggiornamento professionali. Nel 2008 viene invitata dal Dipartimento di cultura di Sao Paolo (Brasile) a tenere un seminario per i coordinatori del progetto di Teatro Vocacional.

Nuovo pubblico nuove pratiche. Qualche parola di contributo.

Non è il teatro che è necessario,
ma assolutamente qualcos’altro:
superare le frontiere fra me e te
per arrivare ad incontrarci,
per non perderci fra la folla,
né fra le parole,
né fra le dichiarazioni,
né fra idee graziosamente precisate.”

J. Grotowski

Arrivare ad incontrarci

L’arte dell’incontro. Un incontro con l’arte.

La lingua che parliamo è necessità. Diversi per origine, formazione, idee ed esperienze, i gruppi che si incontreranno ad Alto Fest condividono la necessità di fare teatro e danza – e di farlo secondo un’etica che difendono. Un progetto che non cerca di colonizzare i destini ma che intreccia i percorsi: perché seguire la propria vocazione sia sempre più una pratica e una cultura diffusa, perché la cultura sia la capacità di riflettere sulle proprie scelte quotidiane. Le prime parole sono emergenza, amare e voler conoscere. Sono parole che organizzo sempre di nuovi significati. Cerco di pensare altre parole, mettere a fuoco delle immagini e un modo di pensare all’arte (e contemporaneamente all’essere) che sia fresco, rinato, rianimato, un pensiero contento, se i pensieri hanno emozioni. Mi piace la frase che dice “diventare autodidatti di libertà”. L’esperienza proposta da Altofest è al tempo stesso professionale e umana appena e si rifletterà sul modo di pensare allo spettacolo, diffondendo luce nuova sulla domanda sempre aperta di come fare teatro. Mi dico che si tratta di presentare se stessi, non rappresentare, non preoccuparsi di dare al pubblico quello di cui crediamo abbia bisogno ma dare le proprie certezze, i propri dubbi, i propri limiti. Il desiderio di trasformazione si esprime in una pratica di formazione continua e continuativa, obiettivo che offre seria validità al progetto. Col tempo e grazie al tempo possiamo trasformarci, iniziare a comprendere, a conoscere una disciplina, sviluppare le dinamiche del gruppo con cui lavoriamo, far crescere idee e potenzialità, rendere sempre più fruttuosi gli stimoli che riceviamo. Questo fa la differenza tra un vizio e la voglia sincera di seguire un cammino.

L’abbondanza di offerta induce come a una pigrizia, l’eccessiva stimolazione e i molti input che ci sono oggi dove abito rendono le persone curiose ma come già pregiudicate. Spesso già all’inizio di un’attività viene applicato il metro del giudizio a priori, senza realmente lasciarsi andare a viverla, assaporarla e correrne i rischi, atteggiamento che rende più facilmente stanchi e insoddisfatti. Le mie esperienze più significative sono avvenute quando ho incontrato il rispetto per il lavoro, una forte disciplina e serietà, la voglia di impegnarsi a fondo senza perdersi in chiacchiere o giudizi di forma, la competenza accompagnata da serenità e voglia di trasmettere. Il clima di lavoro non deve dare l’impressione che gli strumenti e le conoscenze acquisite siano un bene privato, ma al contrario un bene da studiare e praticare insieme, una risorsa di scambio e di dialogo. Tale disposizione d’animo rende possibile lavorare a più livelli, permettendo a una gamma molto varia di persone di partecipare alle esperienze. Altofest è un’esperienza “alta” perché difende la disposizione all’ascolto, all’apertura, a un respiro collettivo, a un palazzo, collettivo.