ORA GUARDA IN ALTO!

Una stanza che non usa emette radici
mi viene in mente quell’odore di umido
il portavivande solleva (ancora) parole

Il mondo che mi circonda,
hanno chiuso la botola
ci sarà del nero e non sapremo mai cos’è;
mi viene in mente il labirinto
sensazione la mia
di volere subito salire sopra

La lotta
ai primi piani
hanno messo le inferriate alle porte
le scale assomigliano alla strada
quantità
di grandini
quantità di porte
intervalli di terza sulla mia chitarra
lo scoramento della corsa campestre
La mia penna
il romanzo se n’è andato
non si possono leggere certi piccolissimi caratteri
largamente preferisco
le parole

La festa
un danzatore che credevo fosse un sole
un blu forte che ti succhia tra il cielo e il mare
la scritta chimica e la prima immagine
di un ragazzo che leggendola vola

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Serenella Martufi di Francesco Moraca

Salvare il mondo? O prendere parte al migliore dei mondi possibili? That is the question!
Per conoscere e amare? Eccomi!
Per penetrare e accogliere? Voilà!
Per ondeggiare col tutto e forse cadere? Here I am!
Por hoy, por magnana, por todos los dìas.
Lo giuro.

Francesco Moraca di Serenella Martufi

La sua terra era una terra di vulcani che sapeva tremare. Lui lo sapeva e aveva visto la gente uscire per strada a gridare, a guardarsi e parlare quando la terra tremava. E non capiva allora, guardando dal quadrato della sua stanza, come facevano quei palazzi intorno a fare finta che tutto fosse normale, rettangolare e normale. Non potevano contenere tutto, quei perfetti rettangoli da cui si stendevano i panni e in cui davano da mangiare. Allora rientrò nella stanza, si arrampicò sullo schienale del divano e divenne altissimo abbastanza per afferrare un pinocchio che infatti era tondo.
Lo riconobbe, si muoveva a scatti, voleva sembrare un quadrato, ma quel pinocchio era tondo. E allora se la prese quella rotondità, se la prese e se la infilò in petto, e lei, la rotondità, da dentro piano piano iniziò a viaggiare, a trasformarlo. Non fu semplice, si stava trasformando, sapeva cosa non era, ma non cosa sarebbe diventato adesso. I libri gli cadevano di mano, pesanti rettangolari e austeri, parlavano per linee e rette e non per gesti, e gli scivolavano continuamente di mano. E allora capì, capì che doveva scendere per strada per scoprire se era possibile attraversare da solo una terra che trema. Solo il pallone poté portarsi dietro, quello era sempre stato rotondo e adesso gli faceva riconoscere la nuova forma che stava diventando, i suoi gesti e i suoi scatti. Camminava, camminava lungo la strada, nei vicoli e nelle piazze, e a volte aveva paura, perché in un mondo senza spigoli anche l’orizzonte non è netto. L’unica certezza, era che non poteva più rientrare nei rettangoli dei palazzi delle regole. Oramai era uscito, la strada lo aveva riconosciuto e se lo era preso. Scese nella caverne di tufo, salì nei mausolei più antichi, attraversò il mare e tornò indietro, salì su delle torri e chiese se qualcuno un po’ rotondo come lui volesse seguirlo. E allora vide che non era solo, che i suoi confini erano diversi, e fu così netto questo cambio, questa trasformazione, che persino gli occhi che lo avevano generato e lo avevano sempre considerato un quadrato, lo amarono rotondo come era diventato, morbido e danzante sopra la terra che ogni tanto trema, ma sempre imperterrita insieme a lui, respira.