HABITAT*

*Insieme delle condizioni ambientali in cui vive una determinata specie

 

Di fronte a noi spazi abitati dalla razza umana.
Cosmopoli. Antropocene. Residui terrestri.
Habitat simultanei, immateriali, virtuali, iperconnessi.
Spazi ricostruiti, adattati, epurati, sublimati, rarefatti, dis-locati, in trasformazione.
La vita moltiplica i suoi habitat. La specie umana non può arrestare il suo cieco potere generativo.
Scenari in mutamento determinati dalla presenza umana e dentro i quali l’uomo si manifesta come inerme sospensione, nuda domanda.
La mano non fa presa.

“Ci sentiamo guardati (…) al di fuori di ogni sincronia, prima e al di là di ogni sguardo da parte nostra (…) Ci sentiamo visti da uno sguardo che sarà sempre impossibile incrociare
Jacques Derrida

“What sort of agent we are? (…). Life has not an environment. Life is producing his own environment”
Bruno Latour

Colui che abita non riconosce la corrispondenza che lo lega all’ambiente.
Agisce o si sente agito su una soglia sbiadita, sempre valicabile e sempre incerta, abita l’interruzione del paesaggio.
La scena si fa dubbio. L’azione domanda.

Come chiameremo allora, colui che abita?

Permarrà uomo il suo nome? Un nome che lo vuole ancorato alla sua origine terrestre, destinato a compartire l’umida fertilità dell’humus?

Definito dalla terra, che è stata il suo primo habitat perché è stata la sua origine e la materia da cui fu fatto. In ebraico Adame è appunto la terra da cui prende nome e forma Adamo, materia alla quale il corpo dovrà tornare, decomponendosi, per abbandonarsi all’opera della natura e compiersi nel ricorrere perenne della sua legge, alimentare la genesi, rigenerare l’habitat.

Cosa può in questo nuovo scenario il corpo, ancora umano e già “utopico” (Michel Foucault) abitante di questo habitat che non è più uno.
Abitante di un paesaggio senza luogo, senza materia. Testimone di un moltiplicarsi di dimensioni, di cui ancora deve darsi sapienza e appropriarsi per nominazione.

Si fa spazio la domanda sulla presenza.
Presenza agente in un moltiplicarsi di spazi.
Senza materia? Di quale materia?
Di che materia è fatto questo corpo? Come si muove? Come abita la scena?
Qual è la sua scena?

Rivendicare la carnalità del corpo o sublimarne l’assenza nell’immagine, nel segno che la trascrive? Dobbiamo chiederci. Prima ancora di agire. Prima ancora di apparire.

Io (non più) qui dove il corpo permane. Non più abito il mio corpo.
Contemplo lo scenario che mi ospita. Cerco il gesto che mi rivela il ciclo che corrisponda ai cicli del mio corpo, la legge che determina il luogo che mi accoglie, la logica che lo definisca abitabile, ingeribile, ospitale, che mi indichi la norma che mi situa, il mio “proprio” posto.
Ma non c’è natura dentro la quale leggere il segreto codice a definire lo spazio che abito. Non c’è habitat, oltre questo divenire, oltre l’argillosa sostanza plasmata dalla mia mano, oltre il moltiplicarsi delle sue possibili forme.

Cosa sono diventato?

Materia cui il mio corpo dà corpo, mentre mi scopro abitante di questo spazio, sconfinato, inafferrabile in dissolvenza.
Contemplo me e il paesaggio. Me nel paesaggio: me attore, me fabbricatore del mio habitat.
Cerco il codice che mi consenta di leggere, leggere dentro, intelleggere il segreto di cui ancora sono parte.

Abbiamo dunque scelto la parola habitat per introdurre il programma della nona edizione di Altofest. Se associamo al termine il suo significato letterale di luogo in cui individui di una particolare specie vivono e si sviluppano, allora risulta problematico attribuire alla nostra “specie” un proprio habitat. Questa problematicità ci restituisce la misura ed i tratti della soglia storica, geologica ed ecologica che rappresenta oggi la nostra condizione.

Il FotoRacconto di Vicky Solli
Web Radio a cura di Rosa Coppola